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Campi di concentramento, in Cina esistono ancora.

di Giulia Rupi

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In Europa siamo consapevoli che la situazione dei diritti umani in Cina è compromessa, sia che si tratti di diritto d’espressione, diritto a cure sanitarie (di cui abbiamo parlato in un articolo precedente) o diritto di praticare la propria religione. Mancanze di diritti tutte incredibilmente gravi, ma mentre delle altre si parla più apertamente in correlazione al regime politico rigido di questo paese, fino ad ora l’intolleranza religiosa in Cina è sempre rimasta un tema più marginale nel mondo del giornalismo.

campi di concentramento Cina

Uiguri in preghiera. Time Magazine

La verità è che il trattamento delle minoranze religiose un Cina, ed in particolare della minoranza musulmana, è stato ed è disumano, secondo il Dipartimento di Stato degli USA ai livelli dei regimi totalitari nati negli anni 30 in Europa. Negliannuali “Country Reports on Human Rights Practices” presentati dal Segretario di Stato Mike Pompeo, appaiono diversi paesi colpevoli dello stesso trattamento intollerante, per esempio l’Iran, il Nicaragua e il Sudan del Sud, però la Cina in risalto più di tutti per gli abusi nei confronti della popolazione musulmana della regione del Xinjiang.

Le accuse sono di aver rinchiuso milioni di persone in campi di concentramento con l’intento di torturarle e praticamente di cancellare la loro cultura e la loro religione e la loro “influenza” nel DNA cinese. Il paragone con i campi di concentramento nazisti è inevitabile e adeguato, visti i numeri elevati delle vittime e i mezzi di vero e proprio sterminio utilizzati.

campi di concentramento Cina

Campi di concentramento in Cina. Human Rights Watch

Finora questa situazione è rimasta quasi nascosta alla stampa internazionale e quindi lo sterminio libero di essere perpetrato senza impunità. Nonostante i rappresentanti del governo cinesi neghino le accuse mosse dagli organi internazionali per i diritti umani, adducendo spiegazioni ridicole come che i lavoratori nei campi di concentramento fossero entrati di propria spontanea volontà, ora che la situazione è sotto la luce del sole, si sta ovviamente pensando a sanzioni aspre per tentare di cambiare le cose o a almeno a denunciarle in forma tanto aperta da costringere il paese a prendere delle misure per mettere poco a poco una fine alle pratiche disumane e alle stragi che si stanno compiendo sul suo suolo.

Cina e USA di trovano in faccia a faccia delicato: da una parte il presidente Trump che ha avanzato la proposta di sanzioni molto serie soprattutto nei confronti degli ufficiali cinesi (l’ufficiale Chen Quanguo primo fra tutti), dall’altra la minaccia di una ritorsione nel caso in cui le sanzioni dovessero davvero applicarsi. Tutto questo in un contesto tanto delicato come  quello di una conclusione di regolazioni di conti di un affare passato fra i due paesi.

Tuttavia, un atto del genere non può passare impunito, soprattutto considerando i numeri delle vittime dei suddetti campi di concentramento, anche  in comparazione con i numeri delle vittime degli altri paesi che appaiono nel documento presentato da Mike Pompeo. In quest’ultimo, per l’Iran si parla di più di 20 persone arrestate e giustiziate senza processo, per il Nicaragua di repressioni di proteste pacifiche contro il governo terminate nel sangue, per il Sudan del Sud di abusi sessuali e torture sulla base di appartenenze politiche o etniche diverse dalla maggioranza imperante. Ma per la Cina si parla di un numero fra 800.000 e due milioni di persone di etnia uigura, kazaka o musulmane in generale detenute arbitrariamente. Era ora che il mondo si accorgesse di quello che stava succedendo e che i governi si muovessero per denunciare la situazione.

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