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Ruth Bader Ginsburg: un’icona pop femminista alla Corte Suprema statunitense

di Arianna Beccaletto

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Ruth Bader GinsburgNon chiedo alcun favore per il mio sesso. Tutto ciò che chiedo ai nostri fratelli è che tolgano i loro piedi dal nostro collo: questa la frase pronunciata a metà ‘800 dalla suffragetta Sarah Moore Grimké e fatta propria da una delle eroine contemporanee del movimento femminista, la giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti Ruth Bader Ginsburg.

Quella della magistrata americana, oggi 85enne, è stata una vita condotta allinsegna della lotta, una lotta per raggiungere traguardi formativi e professionali, ma soprattutto una lotta a difesa dei diritti del genere femminile.

Intraprese un percorso accademico e quindi lavorativo in un contesto con forti connotazioni maschiliste.

Dopo aver conseguito nel 1954 la laurea in diritto alla Cornell University di New York, sua città natale, si iscrisse a Giurisprudenza ad Harvard: era una delle nove donne in una classe di 500 uomini. A tutte le studentesse il preside della facoltà pose la stessa domanda: Perché state occupando un posto che poteva essere assegnato a un uomo?.
La risposta di Ruth Bader Ginsburg non si fece attendere: “Mio marito Marty è iscritto al secondo anno. Sono qui per imparare di più riguardo al suo lavoro così da poter diventare una moglie più paziente e comprensiva”. Una frase intrisa di ironia che portava con sé una pesante verità: una donna poteva frequentare l’università, ma non le era possibile poter ammettere la propria ambizione.

Dopo essersi trasferita alla Columbia, conseguì la laurea in Giurisprudenza nel 1959 e quindi iniziò il suo praticantato presso lo studio del giudice Edmund Palmieri (Corte Distrettuale del Distretto Sud di New York).

Nel 1963 divenne professoressa di diritto alla Rudgers University a Newark (New Jersey): non appena ottenne il ruolo fu informata che avrebbe ricevuto un salario inferiore rispetto ai colleghi maschi in quanto suo marito percepiva un buono stipendio.

Fu negli anni ’70 che la sua lotta a difesa dei diritti delle donne divenne via via sempre più concreta ed efficace.

Nel 1972 co-fondò il “Women’s right project” all’interno dell’American Civil Liberties Union (ACLU) che, insieme ad altri progetti dell’organizzazione, ebbe un ruolo fondamentale nella discussione di 300 casi di discriminazione di genere.

L’obiettivo della Ginsburg era uno e uno soltanto: persuadere la Corta Suprema dell’esistenza della discriminazione basata sul sesso e che questa violava la Costituzione americana, in particolare una clausola del XIV Emendamento che prevede che ogni Stato debba garantire un’uguale protezione della legge a tutte le persone sotto la propria giurisdizione.

La sua strategia era chiara: non richiedere alla Corte un’eliminazione in una sola volta di qualsiasi forma di discriminazione, ma discutere casi relativi a specifiche leggi discriminatorie al fine di creare dei precedenti su cui costruire poi le successive vittorie in aula.

Ne è esempio il caso Struck contro Segretariato della Difesa (1972): quando il capitano Susan Struck rimase incinta e decise di tenere il bambino si scontrò con la linea politica dell’aeronautica, che le richiese di interrompere la gravidanza per poter mantenere il proprio posto di lavoro. Ginsburg preparò la discussione del caso puntando sul concetto di uguale protezione: dal momento che a nessun uomo era proibito diventare padre, il governo stava discriminando il capitano Struck sulla base del suo genere. Non era un caso che la futura giudice scelse di difendere una donna che aveva deciso di proseguire la gravidanza: in questo modo l’attenzione della Corte si sarebbe focalizzata solo sulla richiesta di uguaglianza per il genere femminile e non sulle politiche relative all’aborto.

Nel 1980 la carriera professionale della Ginsburg ebbe un’importante svolta: l’allora presidente Carter la nominò giudice alla Corte d’appello statunitense per il Distretto della Columbia. In questi anni si costruì una reputazione da giurista cauta e moderata che si atteneva spesso ai precedenti, metteva per iscritto decisioni in modo molto dettagliato e preciso e rifiutava di aderire a opinioni scritte in modo impertinente.

Un apparente processo di “depolarizzazione” il suo che la preparò alla successiva nomina: quella a giudice della Corte Suprema. La carica le fu assegnata dal presidente Clinton nel 1993 e fu successivamente confermata dal Senato con 96 voti a favore e 3 contrari. Fu la seconda donna nella storia a ricevere questo incarico dopo Sandra O’Connor (nominata dal presidente Reagan nel 1981).

Ruth Bader GinsburgL’allora presidente della Commissione giudiziaria del Senato Joe Biden nel giorno della nomina confidò alla neo giudice di essere stato molto sollevato nel non trovare nelle pagine dei principali giornali del Paese nessuno scandalo che la riguardasse. Questo sebbene la Ginsburg fosse già diventata una vera e propria icona femminista della cultura pop con un soprannome ormai celebre coniato da una studentessa di Legge: Notorious R.B.G., nome ispirato al famoso rapper Notorious B.I.G..

Dal 1993 a oggi Ruth Bader Ginsburg non ha mai perso una votazione sebbene abbia dovuto sottoporsi a diverse cure per sconfiggere, tra le altre cose, per ben 3 volte il cancro. Da 20 anni è seguita da un personal trainer con cui si allena due volte a settimana ascoltando l’opera, sua grande passione.

Alla Corte Suprema si è guadagnata la fama di “grande dissidente” facendo valere la propria posizione in contrapposizione a quella dei colleghi più conservatori e, come sottolinea Linda Hirshman, avvocato e scrittrice autrice di un libro dedicato a O’Connor e Ginburg (“Sisters in Law”), con la sua azione sta piantando i “semi” per il progresso sociale dando voce ai movimenti che stanno contribuiendo al cambiamento.

Oggi a chi le chiede, all’alba dei suoi 85 anni, se ha intenzione di dimettersi risponde sempre prontamente: “Chi pensate che il presidente dovrebbe nominare e chi vedreste alla Corte Suprema al mio posto?”. Ancora nessuno ha trovato risposta a questa domanda.

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