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Il ponte di Genova e i traumi collettivi

di Benedetta Giagnorio

Pubblicato il

Vi ricordate quando si diceva che l’11 settembre è stato così segnante che tutti si ricordano dov’erano e cosa stavano facendo? Per i genovesi (e non solo) è proprio così.

Il crollo del ponte Morandi (o come lo chiamavamo spesso noi genovesi “il ponte di Brooklin“) è un vero e proprio trauma collettivo per la popolazione genovese. Non solo: ha avuto e avrà conseguenze sui territori limitrofi ogni giorno. E’ uno di quei traumi da cui è difficile andare avanti, proprio perché ogni giorno abbiamo a che fare con “il ponte”: traffico, strade alternative, indagini, treni, rimborsi, case, lavoro, lutti. Un trauma perpetuo.

Cosa succede in questi casi? E soprattutto, cosa possiamo fare per uscirne?

Le dinamiche del trauma collettivo

Il trauma collettivo è particolare, perché colpisce sia a livello individuale sia a livello di gruppo.

La singola persona, più o meno coinvolta nel disastro, può andare incontro a veri e propri disturbi d’ansia, a partire dal Disturbo Acuto da Stress per arrivare al ben noto PTSD o Disturbo Post Traumatico da Stress. La singolarità sta nel pensiero di non essere gli unici a vivere queste esperienze. Può esserci il senso di colpa del sopravvissuto, condito di pensieri come “non dovrei sentirmi così male, c’è chi sta peggio, chi ha perso la casa, un familiare o un amico”. La reazione automatica è quella di mettere tutto in una scatolina e nascondere le emozioni negative in favore di chi sta peggio di me.

Viene a mancare anche quel senso di sicurezza e di “invulnerabilità” che ci permette di uscire di casa ogni giorno senza soccombere all’ansia e alla paura di pericoli incombenti (la classica tegola in testa in mezzo all’Oceano Indiano, per intenderci). Il giorno in cui quella tegola cade davvero, mettiamo in discussione tutte le nostre certezze di sicurezza. E il nodo in gola ogni volta che attraversiamo un viadotto o una galleria è automatico.

Rabbia e memoria

La memoria, poi, ha un ruolo fondamentale. L’esperienza traumatica non finisce mai, proprio perché il cervello memorizza l’attivazione fisiologica dell’avvenimento e tutto ciò che l’organismo ha messo in atto per fronteggiare l’evento. E’ proprio questa traccia mnestica che riattiva il trauma e può portare a sintomi somatici (malesseri fisici) e ansiosi. Spesso poi, soprattutto in soggetti predisposti all’ansia, capita di immaginarsi durante l’evento, di immedesimarsi, magari, in una delle vittime. Cosa avranno visto mentre il ponte crollava? Cosa avranno fatto, provato, sentito?

E la rabbia? Ricordiamo che la rabbia è un’emozione che scaturisce dal pensiero di aver subito un’ingiustizia. Implica anche che ciò che è avvenuto era controllabile, prevedibile e prevenibile. Indipendentemente da quanto sia vero, anche questo è un meccanismo di gestione di un evento traumatico, inspiegabile, quasi casuale. Perché proprio il 14 agosto? Perché non alle 16.00 del pomeriggio? La rabbia ci restituisce il controllo degli eventi.

Convivere col trauma

Tutto questo è normale. Ma allora come possiamo sopravvivere ad un trauma di gruppo come questo? Sfortunatamente, il territorio genovese è andato incontro a diversi disastri in passato, tra cui le due più recenti alluvioni del 2011 e del 2014 (ahimé, abbiamo anche una pagina Wikipedia dedicata). Fortunatamente, però, abbiamo imparato molto da questi avvenimenti e non appena il ponte è crollato, tutta la comunità, professionale e non, si è attivata con grande competenza e sicurezza. Per esempio, l’Ordine degli Psicologi della Liguria ha attivato il gruppo di lavoro che si occupa di Psicologia dell’Emergenza (leggi qui cos’è la psicologia dell’emergenza) e ha messo a disposizione i volontari formati nell’ambito. Oppure l’Ordine degli Avvocati, che ha messo a disposizione i propri consiglieri in modo volontario per offrire consulenze gratuite agli sfollati e a chiunque abbia subito un danno a causa del crollo del ponte.

Le parole d’ordine: resilienza ed elaborazione. 

Autore: Guzio

Resilienza, perché la capacità di fronteggiare eventi negativi senza spezzarsi funziona meglio se in gruppo. Questo gli psicologi dell’emergenza lo sanno, ma non solo loro! Di fronte ad una tragedia, ci viene automatico pensare a quel che abbiamo perso. La resilienza si attiva proprio nel momento in cui ribalto la situazione e attivo tutte le risorse che ho a disposizione. Ecco perché sentite tanto parlare di orgoglio genovese e di quanto siamo capaci di affrontare le avversità a testa bassa. In un certo senso, idealizzare il proprio gruppo di appartenenza serve proprio per favorire l’attivazione delle risorse della comunità: il volontariato, l’aiuto reciproco e disinteressato, il lavoro collettivo.

Elaborazione perché raccontare le proprie esperienze e ascoltare quelle degli altri serve proprio a dare una forma e un senso a qualcosa di non definito, incerto, inspiegabile. Ricordatevi che più il cervello riesce a dare senso al mondo circostante, più è tranquillo. A proposito di questo, sono stati creati alcuni gruppi di auto-aiuto per l’elaborazione della tragedia, aperti a tutti. Anche l’arte fa la sua parte: poesie, brani, vignette e illustrazioni che commemorano la tragedia senza celebrarla o negarla. Massimo Recalcati, psicoanalista e scrittore, afferma che “la funzione dell’arte è quella di non arretrare di fronte al reale del trauma e di fronte al luogo del dolore e della morte”.

E allora abbiate pazienza con noi poveri genovesi, c’è bisogno di tanto tempo per tornare alla normalità. Pazientate se ci sentite arrabbiati e tristi, poetici e pragmatici, campanilisti e l’uno contro l’altro, sostanzialmente contraddittori. In fondo, stiamo cercando di elaborare. 

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Un commento per “Il ponte di Genova e i traumi collettivi

  • Guzio ha detto:

    Bell’articolo…Mi ha fatto capire delle cose che ho provato, anche se non sono di Genova ma dell’entroterra, e mi ha chiarito come devono sentirsi i miei amici Genovesi. Grazie Benedetta! 🙂

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