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Al Cinema – L’uomo che uccise don Chisciotte

di Celeste Satta

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uomo che uccise don Chisciotte

L’uomo che uccise don Chisciotte – noto anche come “la recensione più difficile da fare degli ultimi 20 anni“. Ci sono voluti, infatti, 20 anni e 8 tentativi prima che Terry Gilliam riuscisse a portare a termine questo lungometraggio: da una pre-produzione nel 2008 che vedeva come star Johnny Depp e Jean Rochefort si è arrivati – con non pochi step intermedi – alla versione finale nei cinema italiani dal 27 settembre 2018 con Adam Driver e Jonathan Pryce. La lunga gestazione di “L’uomo che uccise don Chisciotte” ha fatto nascere un documentario nel 2002, “Lost in La Mancha“, che oserei definire il sidekick, il Sancho Panza del Don Chisciotte.

Terry Gilliam dovreste conoscerlo: l’unico americano dei Monty Python, nonché mente diabolica dietro “Brazil” e “L’Esercito delle 12 Scimmie”, enciclopedia di riferimenti culturali alti, bassi, pop, kitch e tutto il resto. Animatore e visionario, non credo che esista un regista capace di rendere allo stesso modo l’attraversamento pedonale che separa la realtà dall’immaginazione, la realtà dalla follia.

uomo che uccise don Chisciotte

“L’uomo che uccise don Chisciotte” arriva meraviglioso ai nostri sensi: una colonna sonora maestosa ad opera di Roque Baños all’udito, una fotografia suggestiva e coinvolgente grazie alla direzione di Nicola Pecorini – già collaboratore di Gilliam in Paura e delirio a Las Vegas nel 1998 – coccola la nostra vista mentre i dialoghi eccezionali divertono il nostro udito. Le scene così intense facevano sentire gli odori e il calore delle ambientazioni della Mancia come se il cinema si fosse spostato nell’altopiano spagnolo.

La trama ricalca il capolavoro picaresco di Cervantes: l’immedesimazione nel mondo dell’arte, della letteratura o del cinema, può portare alla perdita della distanza tra realtà e finzione, fino a condurti alla follia. Gilliam è sempre stato famoso per unire nei suoi lavori riferimenti alti e bassi senza soluzione di continuità: un attimo tira una frecciata a Trump, strizza l’occhio al kitch e celebra il non-sense, l’attimo dopo ti fa realizzare che per tutto questo tempo sta mettendo su pellicola quello che i filosofi come Walter Benjamin hanno cercato di spiegare a lungo – come la definizione di “aura” nella riproducibilità tecnica dell’opera d’arte con l’avvento del cinema e della fotografia.

Ecco, il passaggio pedonale tra realtà e finzione Don Chisciotte lo attraversa in groppa a Ronzinante.
Nel romanzo, l’hidalgo spagnolo Alonso Quijano è talmente appassionato dai romanzi cavallereschi da decidere di essere un cavaliere errante lui stesso; sellato il cavallo, ricercato uno scudiero (o meglio “sparviero”) parte per la Mancia sotto il titolo di Don Chisciotte della Mancia a cercare avventure e gloria. La sua percezione della realtà è distorta ma allo stesso tempo meravigliosa: i mulini a vento diventano giganti dalle braccia rotanti, le pecore di passaggio diventano eserciti arabi, un oste può sembrare il signore di un castello. Ma soprattutto, una contadina può diventare la Dama angelicata a cui il cavaliere può dedicare le sue gesta, proprio come accade nei romanzi cavallereschi.

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Nel film, il protagonista è Toby Grisoni – interpretato da Adam Driver, star della nuova trilogia di Star Wars e anche qui amante del petto nudo – un talentuoso autore e regista di pubblicità alle prese con la realizzazione di uno spot pubblicitario nell’altopiano della Mancia con protagonista proprio Don Chisciotte. È chiara la sua insoddisfazione: per lui non è la prima volta che il cavaliere errante viene inquadrato nella sua cinepresa. Per caso ritrova il DVD (ed è subito lacrimuccia) del suo lavoro di tesi dal titolo “L’uomo che uccise don Chisciotte”. Dieci anni prima, il giovane Toby aveva deciso di realizzare un film sul cavaliere errante utilizzando solo ” tipaz ” – ossia attori non professionisti trovati per strada, come nella tradizione del cinema sovietico. Per il ruolo di Chisciotte, aveva trovato la persona perfetta in Xavier, un vecchio calzolaio. Xavier, interpretato magistralmente da Jonathan Pryce (da Alto Passero a cavaliere errante!) ha pian piano eroso il confine tra il suo ruolo e la sua vita, così come l’hidalgo del romanzo, diventando lui stesso Don Chisciotte. Dieci anni dopo le riprese de “L’uomo che uccise don Chisciotte”, Toby lo ritrova ancora in armatura e viene da lui scambiato per Sancho Panza, il contadino che sta a rappresentare l’unico contatto di don Chisciotte con la realtà (contatto fallimentare, per lo più). Xavier-Don Chisciotte si trascina dietro Toby-Sancho alla ricerca di avventure, usando candidamente la sua fantasia e follia per rendere il mondo intorno a lui fantastico, avventuroso, romanzesco.

Le scene si susseguono spesso senza rendere chiaro allo spettatore che cosa accada nella fantasia e cosa nella realtà dei protagonisti. Seguiamo il percorso di Toby-Sancho nel vortice della follia di Xavier-Chisciotte, sempre più a fondo alla propria immaginazione, e vediamo questo sentiero trasformarsi in percorso salvifico.

La follia diventa così l’unico modo per fuggire all’omologazione e alla corruzione della società, una società frivola, corrotta, piatta e priva di principi e personalità. Così come nel romanzo, il paradosso della follia di Chisciotte risiede proprio nel dualismo con Sancho: Chisciotte è certamente pazzo, ma la sua follia è lo scudo contro la vera prigione, quella della mancanza di principi, di slancio emotivo e di fantasia. Così come nella nostra contemporaneità, anche i romanzi cavallereschi a cui si riferisce Cervantes tendevano a mostrare un modo per omologare gli stili di vita e i modi di pensare del pubblico: in questo modo, solo il folle è libero dai legami del senso comune.

Se il mondo del raziocinio è quello corrotto e cattivo del miliardario russo (da “trattare come Trump”) che mette in piedi una messinscena solo per umiliare Chisciotte (nel romanzo era una coppia di Duchi) allora la follia e l’immaginazione sono l’unica vera forma di ribellione per mantenere intatto il proprio onore e il proprio valore personale.

Terry Gilliam è riuscito – dopo 20 anni di tentativi – a far parlare Cervantes ancora una volta, con una voce molto forte, come un inno ai folli e ai ribelli. Chisciotte è ancora un eroe dei nostri giorni, i suoi messaggi sono attuali oggi come lo erano nel Seicento spagnolo.

È stata davvero la recensione più difficile che io mi sia mai trovata a fare. Non è stato facile trovare le parole per esprimere la centrifuga di sensazioni e idee richiamate dal film, concludo quindi con le parole di Cervantes e noi ci vediamo alla prossima recensione!

Giace qui l’hidalgo forte che i più forti superò, e che pure nella morte la sua vita trionfò.
Fu del mondo, ad ogni tratto, lo spavento e la paura; fu per lui la gran ventura morir savio e viver matto.

 

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