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Maniac. Una novità firmata Fukunaga, per Netflix

di Giulia Rupi

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maniacIl titolo della serie è senza dubbio un titolo parlante. Le aspettative che crea sono diverse, ma a livello narrativo essenzialmente la parola Maniac richiama due tipi di scenario possibili: uno alla CSI, con episodi abbastanza autosufficienti, come adrenalina in pillole che non creano dipendenza esagerata, l’altro alla Mindhunter o alla True Detective, ovvero ad un crime più strutturato e comprensivo di seri percorsi di introspezione dei personaggi e riflessioni sulla condizione esistenziale e sulla natura umana il tutto diluito in maniera logica durante la serie. Maniac apparterrà al primo tipo o al secondo? Sarà forse un mix dei due tipi?

La verità è che Cary Fukunaga (ideatore della serie insieme a Patrick Sommerville) colpisce ancora con il suo ingegno e tradisce qualsiasi aspettativa del pubblico creando una serie che non sottosta ai due macro insiemi di serie crime che mi sono sentita di delineare secondo le tendenze del genere crime-psicologico più recenti e più di successo. Già dalla prima puntata di Maniac si comprende che la serie è un insieme improbabile di generi distanti kilometri da loro, un pastiche seriale sperimentale parlante sì, però nel senso che mette a nudo le idee ambiziose dei suoi creatori, più che una trama o una struttura specifica. Dentro Maniac si mescolano il thriller psicologico, la fantascienza perché il tutto è ambientato in un futuro molto prossimo,  la natura demenziale della tipica commedia americana, dove gli equivoci provocano il riso solo per quanto surreali sono e non perché sono veramente divertenti, ma che ha il pregio di togliere pesantezza a tematiche pesanti; infine, il dramma, dovuto alla natura distopica degli eventi raccontati e al tema che funge un poco da filo rosso che è la sanità mentale, o meglio che cosa sia la sanità mentale e quanto è capace di condizionare e stravolgere le nostre vite.

maniacIl primo episodio è un assaggio che lascia lo spettatore con un buon sapore in bocca alla fine dei conti, ma anche con molta confusione riguardo alla direzione in cui possa svolgersi la serie. I protagonisti sono Annie Landsberg (Emma Stone) e Owen Milgrim (Jonah Hill), le cui vite nella realtà sembrano essere su due binari totalmente diversi: Annie vive alla giornata, alternando il girovagare per le strade di giorno al dormire in una sorta di casa comune il cui affitto non si può permettere. Si riesce a capire di lei che ha venduto la propria immagine per spot e poster pubblicitari in giro per la città, presumibilmente per fare un po’ di soldi, e che è dipendente da farmaci che la aiutano a controllare un’ansia che le rende la vita difficile. Owen, invece, vive solo in un appartamento che spende quasi tutto il suo stipendio per mantenere, ha un rapporto complicato con la sua famiglia di cui rappresenta un po’ la pecora nera, a causa del suo carattere docile, un po’ sempliciotto e di episodi psicotici nel passato che lo hanno portato a immaginarsi la presenza di un misterioso fratello, a delle grave crisi e anche a dei tentativi di suicidio. Per un motivo o per l’altro, che all’inizio non sono chiari, i due si ritrovano in un centro farmaceutico che sperimenta un percorso di recupero trifasico per pazienti con problemi psicologici o grandi traumi passati, volto a far affrontare loro le proprie difficoltà, le parti più nascoste del loro inconscio e ad eliminare completamente il dolore che condiziona e mette a rischio la loro “normalità”all’interno della società.

I dettagli più comici, totalmente fuori luogo ma parte del pastiche sperimentale ed un poco azzardato della serie, sono per esempio l’esistenza di robottini addetti a raccogliere le feci di animali per la strada, o ancora la possibilità totalmente legale e socialmente accettata di lavorare come “amico” per le persone più sole che necessitino di compagnia, o come “marito” o “moglie” di vedovi o persone in cerca di un compagno/a. Sono dettagli superflui, di contorno, ma che contribuiscono a suscitare la curiosità per il mondo surreale in cui la serie è ambientata e a proseguire nella visione per scoprire che altre cose strambe possa creare la mente di Fukunaga o possano aspettarci nel futuro.

Di per sé, il primo episodio è interessante e contiene le premesse per un serie, se non strabiliante, almeno innovativa. Vale la pena inserirla nella lista delle serie da vedere anche solo per meravigliarsi delle interpretazioni dei due attori principali, una Emma Stone ribelle, rude e aggressiva, e un Jonah Hill passivo ed allucinato, che formano una delle coppie di personaggi più strambe in assoluto, che contribuisce alla spiazzante stranezza della serie.

 

 

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