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CIÒ CHE INFERNO NON È

di Eleonora Cecchini

Pubblicato il

di Alessandro D’Avenia.

L’inferno è togliere tutta la vita e tutto l’amore da dentro le cose.

Estate 1993. Palermo. 

Don Pino, che lotta da anni contro Cosa Nostra, desidera ardentemente una scuola media nel quartiere, dei giardini pubblici e una ASL. Questa sarà la sua ultima estate. 

Federico, un diciassettenne ignaro di cosa sia l’inferno, accoglie una richiesta insolita del suo professore di religione, padre Puglisi: tenere i bambini durante l’estate in uno dei quartieri più malfamati della città, Brancaccio. Questa sarà la svolta della sua vita.

A Federico piace leggere; in particolare gli piacciono le parole. Ecco perché per raccontare il libro userò il suo metodo. Solo cinque parole: spasimo, mosaico, sorriso, coraggio, vita.

1. Spasimo.

Lo spasimo è un desiderio struggente. Chi arriva a Palermo rimane incantato dai suoi colori, dai profumi, dal vento e dal mare.

Ma per chi ci vive, Palermo è un inferno. E’ soffocante quando tira lo scirocco, i colori feriscono gli occhi e il mare che lambisce ogni sponda ignora l’inferno celato dentro la città. Chi vive a Palermo desidera andarsene per incominciare a vivere. Questo è ciò che prova la gente, costretta giorno dopo giorno a confrontarsi con Cosa Nostra, a vivere secondo regole che hanno cancellato la dignità della persona. Padre Puglisi toglie i ragazzini dalle strade perché sono maleducati, non educati al male. Crede che il cambiamento sia possibile e cerca di infondere la speranza di una vita migliore. Desiderio di cambiamento. Spasimo.

2. Mosaico.

Padre Puglisi fa spesso riferimento ai mosaici del duomo di Monreale.

Pensa alle tessere che compongono quei mosaici. Prima sono milioni separate le une dalle altre, ciascuna con il suo colore, la sua forma, le sue imperfezioni. Poi tutte vanno a comporre l’immagine. L’immagine di Dio. Noi siamo come tessere che, disposte l’una accanto all’altra, insieme realizziamo la polifonia nel mondo di Dio.’

Questa è l’essenza del libro: ogni episodio è una tessera del mosaico. Il libro altro non è che un mosaico di storie intorno alla figura di padre Puglisi. E la sua morte non è l’inizio dell’inferno ma del desiderio di cambiamento: lo spasimo è ormai nel cuore di tutti.

3. Sorriso.

Attira il sorriso di padre Puglisi, che viene da altrove. Il suo sorriso è espressione di tante cose. Talvolta è il sorriso di un padre che guarda il figlio giocare tra le onde del mare. Oppure è il sorriso che vuole trasmettere sicurezza a chi l’ha perduta; è il sorriso della gioia per aver recuperato una pecorella smarrita o della tristezza, quando le cose non vanno come dovrebbero. Talvolta è il sorriso della preoccupazione quando vuole togliere una madre dai soprusi di Cosa Nostra. È, infine, il sorriso del coraggio quando, nel momento della morte, quando l’inferno lo ha ormai raggiunto, afferma: ‘Me l’aspettavo’.

4. Coraggio.

Il libro è intriso di coraggio. Federico è coraggioso perché supera i luoghi comuni e vede con i propri occhi l’inferno di Brancaccio. Il fratello di Federico, Manfredi, matura silenziosamente: sostiene il fratello in tutto e per tutto e ha il coraggio di mettersi in discussione.

Coraggiosi sono coloro che vivono l’inferno e scelgono di non farsi inglobare. Lucia e la sua famiglia vivono in maniera semplice ma felice. Così come il mobiliere è orgoglioso di sua figlia Serena che, nonostante tutto, sta andando all’Università. E Serena è coraggiosa perché porta avanti una gravidanza frutto di violenza, lei come tante altre ragazze madri che padre Puglisi sta supportando. Coraggiosa è Maria, che ha avuto un figlio a 16 anni e a 22 fa la puttana per mantenerlo. Ma per suo figlio ha deciso di cambiare vita, grazie ai soldi raccolti da don Pino.

E coraggioso è Donpino – come lo chiamano alcuni dei suoi bambini – che ogni giorno vede l’inferno ma sceglie di non voltare la testa. Lui è come uno che vede sulla spiaggia tantissime stelle marine che il sole sta uccidendo e si ferma per riporle in mare. Tutti gli dicono che non servirà a nulla perché sono troppe ma lui controbatte: ‘Prova a chiedere a quella stella marina che ora è ritornata in mare se ne è valsa la pena o no’.

5. Vita.

La parola centrale del libro. La storia di don Pino insegna a non sprecare la propria vita, ma a viverla al meglio, facendo ogni giorno ciò che rende davvero felici. Insegna a morire senza rimpianti. A vivere secondo e proprie inclinazioni e non secondo ciò che la società o la moda impongono. Bisogna imparare a lavorare per vivere, e non il contrario: il tempo è uno, ed è talmente prezioso che non va sprecato. È necessario lottare per la verità, accettandone le conseguenze, senza paura. Bisogna trovare il tempo per stare con le persone che amiamo. Bisogna vivere con gioia ogni minuto della nostra vita.

Padre Puglisi è stato assassinato da Cosa Nostra il 15 settembre 1993. Ieri, martedì 11 settembre, Rai Storia ha trasmesso un documentario sulla sua storia.

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