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Mission Impossible: Fall Out, o meglio “Gerontofilia al potere”

di Giulio Montalcini

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La prima domanda che vi sottopongo è: perché? Perché uno dovrebbe, il mercoledì sera alle 19, andare a vedere il settecentoquarantesimo episodio di “Mission Impossible?“.

Cosa lo attrae di più: gli inseguimenti in BMW, Ethan Hunt che prende a calci la faccia di un facinoroso, le “figone americane”, i telefoni in dotazione che eseguono screening in 3D perfetti dei visi dei cattivi, oppure le inquadrature dall’alto di una metropoli europea o delle montagne del Kashmir?

Magari qualcuno vuole solo vedere un film d’azione e spaparanzarsi sulle poltrone del cinema, consumando pop-corn a nastro e bevendo gigantesche Coca-Cola, rumoreggiando con la cannuccia.

Magari, invece, da buon genovesi, si va al cinema al mercoledì per risparmiare delle palanche affidandosi all’istinto.

L’istinto, rivolto a Mission Impossible, non può ingannare. Sai già che se andrai a vederlo, di sicuro non potrai annoiarti.

Ed in effetti, da questo punto di vista, il settecentoquarantesimo episodio della saga, in un certo qual senso, non delude nemmeno questa volta.  Anche se la trama è scontata, anche se il “villain” è immediatamente riconoscibile, anche se alla quarantesima volta che Ethan Hunt si mette una maschera di gomma e se la toglie, ti verrebbe da lanciare una scarpa contro lo schermo (oppure  sopprimere la signora affianco a te che, stupita, fa “oh!”).

Solitamente non sono un frequentatore dei multisala: ogni volta che vi entro provo una sensazione alienante alla Edward Mani di Forbice, a tavola, con la sua nuova famiglia di adozione.

Ma per questo in particolare, forse, riesco a provare ancora una certa empatia, se non altro perché mi ricorda la mia infanzia.

Ciò che mi ha stupito, in effetti, della visione di questo film è piuttosto la platea: uomini e donne sulla sessantina, pochissimi giovani.

Ed in effetti, a pensarci bene, osservando il pubblico e scorrendo i fotogrammi del viso di Tom Cruise, la sensazione è quella di ritrovarsi in una sala d’attesa di una clinica di chirurgia estetica.

Vi sono attori che io definisco diretta espressione di un’epoca e quella di Tom Cruise (a cavallo fra gli anni 80 e l’inizio degli anni 2000) è senz’altro terminata.

La carriera dell’attore di Syracuse (NY) è giunta alla sua parabola discendente, dopo anni da sex-symbol ed interpretazioni che, in un modo o nell’altro, rimarranno nella storia del cinema americano (penso fra tutti a Top GunRain Man, Vanilla Sky e Intervista col Vampiro).

Quello che appare in questa pellicola è, infatti, un eroe saggio, dal cuore d’oro, buon padre di famiglia, anche se a pochi mesi dalla pensione.

Come molti eroi americani, Hunt è dotato di un codice morale interiore assolutamente incorruttibile, una tenacia ed una forza fuori dal comune.

Da questa incarnazione di giustizia emerge, tuttavia, il ritratto contraddittorio di un uomo consapevole e disilluso sulla sua età, ma ancora miracolosamente dotato di una forza fisica per nulla scalfita dagli anni.

Ciò che avevo trovato credibile nel Bond di Skyfall (2012), ad esempio, era la descrizione di  un uomo (per certi versi analogo all’Hunt di cui si parla) che, abbandonato dal suo stesso reparto intelligence, era depresso, stanco e impreparato alle future generazioni criminali.

Invece, qui, non solo l’eroe è moralmente, caratterialmente e fisicamente “antico”, ma anche le idee rivoluzionarie del contrapposto antagonista conservano un gusto banalmente retro’.

La scelta del terrorista, prima di rubare del plutonio sul mercato nero e, poi, di utilizzarlo per far costruire dal classico scienziato pazzo scandinavo una bomba atomica, è quanto di più scontato e già visto si possa trovare in un film d’azione.

Non che il pericolo nucleare sia scampato, ma oggettivamente, non siamo più in piena Guerra Fredda e malati di sindrome cinese.

Anche nel primo Mission Impossible di Brian De Palma (ormai risalente al lontano 1996), si percepivano i limiti della personalità di un protagonista non altrettanto efficace come Bond, ma tale mancanza era sopperita dalla capacità degli sceneggiatori di intuire le evoluzioni del mondo criminale (sempre più orientato al cyberterrorismo).

L’innovazione tecnologica è sempre stata il marchio di fabbrica della serie ma qui, al di là dell’utilizzo degli smartphone e di qualche arma d’assalto di nuova generazione, il regista non è rimasto al passo coi tempi.

Le scene di azione (alcune oggettivamente impressionanti e spettacolari) non riescono a sopperire a una sceneggiatura didascalica, un metalinguaggio autocelebrativo di una saga che, finalmente, dopo anni di inutili procrastinazioni, si concluderà.

Non posso non constatare che per il genere azione-spionaggio, si assiste, al giorno d’oggi, ad una crisi che sembra irreversibile.

Il cinema americano, sempre identitario con i suoi difetti e i suoi pregi, si scontra oggi con un’industria televisiva internazionale che sembra procedere ad un passo decisamente più spedito e contemporaneo.

Forse, il cinema fatica a leggere le trasformazioni del crimine, non fosse per altro che ciò che un tempo era riservato al “crimine” (mi riferisco al voyeurismo, la sottrazione di dati personali, la mistificazione della realtà, la violenza) oggi costituisce il pane quotidiano della “normale” cittadinanza.

Concludo con alcune note di merito che riguardano, come accennavo prima, alcune scene di azione di indubbio pregio che “salvano” questo film dalla stroncatura: la “sequenza parigina” ed, in particolare, la rissa nei bagni di una discoteca di Parigi è una delle rare immagini che rimangono impresse.

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