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Long Distance, la nuova graphic novel di Massimo Rosi

di Erika Biggio

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Negli ultimi anni il mercato italiano del fumetto si è ampliato in maniera esponenziale, grazie sicuramente a fiere, siti ed editori pronti a rischiare, ma soprattutto grazie a giovani autori con qualcosa da dire, e capaci di dirla bene. Massimo Rosi è uno di questi autori, e Long Distance, in collaborazione con l’illustratrice Chiara di Vivona, è la sua nuova opera uscita per Shockdom. Long Distance è lontana dai canoni a cui Rosi ci aveva abituati con Morning Star: ambientata nella Dresda dei primi anni 2000, segue le vicende di un vecchietto come tanti, Simon Fischer, che ormai solo decide di andare a vivere in una casa di riposo dove conosce Celia, arzilla signora di origine cubana che lo coinvolge immediatamente con la sua vitalità, la sua visione scanzonata della vita e la gestione elastica delle regole del vivere comune. Ma Celia ha un segreto, qualcosa di enorme e pericolosa che l’ha inseguita fino dall’altra parte dell’oceano e che trasformerà la tranquilla, seppure a volte amara, esistenza di Simon, in un vortice di violenza dove la vendetta incontra la rivoluzione ed il terrorismo si manifesta in una delle sue forme più subdole.

Il buon Massimo Rosi ha gentilmente risposto ad alcune delle nostre domande:

1) Long distance è un’opera diversa da quelle a cui ci hai abituato, cosa ha motivato la scelta dell’ambientazione e dei personaggi?

Volevo fare qualcosa di diverso perché la mia vita aveva appena subito uno scossone: era il 2013 ed io stavo rientrando da Toronto, nostalgico e triste. Non avevo molto da scrivere in quel periodo, ma una serie di piccoli dettagli fecero in qualche modo nascere una serie di idee per cui poi dopo pochi mesi mi misi a scrivere Long Distance.

Quali erano quei dettagli? Il primo ed il più importante fu mia nonna, donna molto saggia, che in quel periodo di forte stress era la mia “psicoterapeuta”. Parlando con lei di massimi sistemi, ricordo che finimmo a chiacchierare di amore. In quanto vedova, ero curioso del perché raramente gli anziani si riaccompagnino a qualcun altro e lei mi disse, cosa che mi colpì molto, che rivivere una “nuova adolescenza” sarebbe stato una sorta di mancanza di rispetto per la memoria di mio nonno. Condivisibile o meno, lo trovai molto romantico e quello dette il via alle rotelle che iniziarono a girare. Il tutto fu ben spinto dall’omonima canzone dei Therapy?, che parlava del ricominciare ed una serie di documentari sul terrorismo cubano che mi fecero in qualche modo unire i puntini e mi permisero di scrivere la mia storia.

EPSON MFP image

L’ambientazione, Dresda, in realtà è solo un omaggio a Vonnegut. (Uno dei vecchietti che abitano la casa di riposo ricorda con chiarezza il bombardamento di Dresda del 1945 e l’esplosione di un certo mattatoio…)

2) Simon appare come un personaggio molto complesso, dà quasi l’impressione di avere un passato pericoloso, lo hai immaginato così?

In realtà ho immaginato Simon come un pacifista di ritorno, almeno all’inizio. Un uomo che deve fare per bene per una serie di motivi, in primis perché la rabbia fa male alla salute… no, io penso che lui sia una figura molto triste ed arrabbiata col mondo, ma che si sia creato una scorza dura ma gioviale sotto la quale nascondersi. È un po’ una tartaruga. Tutto quello che succede dopo spezza la sua maschera, gettandolo dentro una condizione non sua, ma allo stesso tempo gli serve per mostrarsi davvero.

Non ha avuto un passato pericoloso, ha avuto una vita dura che lo ha costretto ad invecchiare prima… che poi è quello che fa il dolore, ti fa invecchiare.

3) La scelta di avere protagonisti anziani è particolare, credi che dia una maggiore forza alla narrazione?

L’ho fatto soprattutto grazie alla conversazione con mia nonna. Poi ho trovato, in fase di lavorazione, doppiamente interessante avere dei personaggi anziani, sono più complessi e divertenti da gestire ed inserirli in un contesto che poi parla di terrorismo rende il tutto ancora più colorito e grottesco.

4) Nonostante le differenze, molte tematiche rimangono simili a quelle di altre tue opere, a partire soprattutto da Morning Star; la violenza resta un punto focale, ma in questo caso sembra meno “for fun”, come (e se) ti hanno influenzato i fatti di cronaca degli ultimi anni?

Beh sì, Morning Star è un Adventure Horror come genere, è automaticamente più “for fun” rispetto a Long Distance. Ciò non gli toglie la possibilità di avere dei contenuti più seri e vincolare in qualche modo la violenza ad una serie di cose che fanno tutte capo alla paura.

Da buon ansioso cronico amo parlare della paura e di tutte le sue conseguenze: la violenza credo ne sia una e cerco di utilizzarla come mezzo per far affondare, o in rari casi uscire, i personaggi dalla paura più profonda.

Poi amo l’hard boiled, il pulp, l’horror, quindi diciamo che come tematica fa parte del mio background culturale.

Per quanto riguarda i fatti di cronaca, in Long Distance si parla nel passato di Celia del terrorismo cubano, quel tipo di terrorismo più infido che in genere gli Stati Uniti perpetrano. Mi ha influenzato molto perché ero appena tornato dal “nuovo mondo”, quindi sentivo sulla mia pelle quel costante senso di ansia febbrile che si portano per le vie delle loro metropoli e quando incappai in questi ormai fatti storici ne fui subito travolto, sia perché non conoscevo bene l’argomento, sia perché li ho trovati scioccanti e volevo, a mio modo, parlarne.

5) Sono molti gli autori Millennials italiani che usano il fumetto come mezzo di sensibilizzazione, credi che questa tua opera rientri tra queste?

Non saprei sinceramente se dire una cosa così impegnativa. Spero solo che in qualche modo dei messaggi siano arrivati e che vengano colti per il meglio.

6) Secondo te, il fumetto ha una reale influenza sulle generazioni più giovani?

Assolutamente sì, l’ha sempre avuto, credo solo che dipenda da quale fumetto i giovani leggono, perché alcune cose dovrebbero e altre non dovrebbero influenzare. Come un buon libro, è bene che facciano riflettere e allo stesso tempo invoglino una serie di nuove leve pronte a scrivere e creare sempre nuove storie. Noto che tanti, sia della mia che delle nuove generazioni, raccontano più che altro dei fatti loro, invece di raccontare una storia “nuova”. Forse perché ormai si è già scritto su tutto, o forse perché non abbiamo più idee, questo non lo so, ma spero solo che il fumetto, come tutti gli altri media, possa in qualche modo spingere a creare qualcosa che parli a tutti e in un linguaggio internazionale.

7) Quali sono le principali differenze che hai notato tra l’editoria italiana e quella estera, soprattutto statunitense?

Questo è un po’ un ginepraio, perché la mia esperienza italiana non è delle più positive. Ritengo solo che il vero problema che abbiamo qui, rispetto all’estero in generale, è che non stiamo ancora vedendo questo lavoro come un vero lavoro e questo distrugge la sinergia tra le diverse realtà e favorisce come in ogni settore italico il nepotismo, le piccole mafie. Fuori, al di là del come mi hanno accettato e accolto nonostante venissi da un piccolo paese in provincia di Livorno, è diverso. Senza pregiudizi e mettendoci comunque tutti sullo stesso piano (cosa che adoro), negli States, come in Inghilterra, Francia, Spagna e Brasile, mi hanno sempre trattato con grande rispetto, permettendomi di lavorare in piena libertà con autori di tutto il mondo, molti dei quali posso definire amici. Questo in patria non è successo, o comunque poco. Ad esempio, per Long Distance, come per la maggior parte degli altri loro titoli, solo Shockdom mi ha risposto ed è proprio con loro che ho visto un minor desiderio di “ghettizzarsi” e di ampliarsi e aprire le porte a nuovi autori.

Spero davvero che in Italia le cose cambino, anche se il nostro DNA non ci aiuta nel modo di porci in ambienti lavorativi particolari come questi. I soldi in circolazione sono molto pochi, a parte rare eccezioni. All’estero invece si fa business e si può guadagnare dignitosamente, se si lavora bene.

Long Distance è un’opera complessa, con tante sfaccettature e diverse chiavi di lettura, degna di entrare a far parte della libreria di ogni appassionato. Buona lettura!

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