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Cinema e società – In between

di Celeste Satta

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In Between

In Between – Libere, disobbedienti, innamorate è un film del 2016 (uscito in Italia nel 2017) scritto e diretto da Maysaloun Hamoud, una regista arabo-israeliana nata in Ungheria, che ha avuto un discreto successo al botteghino e tra la critica.

Il film è ambientato a Tel Aviv, dove Layla, Salma e Nour – le tre protagoniste, rispettivamente di famiglia musulmana non conservatrice, una cristiana e una musulmana – condividono un appartamento. Le tre ragazze sono molto diverse tra di loro: Layla è un avvocato penalista in forte ribellione contro le costrizioni della società, forte e indipendente; Salma è una DJ che di giorno lavora in un ristorante dove le viene proibito di parlare in arabo e deve affrontare i pregiudizi della sua famiglia nei confronti del suo essere lesbica; Nour è una studentessa di informatica (lunga vita alle donne nello STEM!) che indossa il velo ed è prossima al matrimonio, molto meno ribelle delle altre due ma che inizia a sentire i limiti delle costrizioni sociali e culturali in cui vive.

In un contesto sociale misto ma non inclusivo, le tre ragazze affrontano lo scontro tra le loro attitudini, inclinazioni e sogni con il mondo intorno a loro e con le loro relazioni, specialmente Nour che si ritrova a fare i conti con un fidanzato “poco piacevole” e contrario alla convivenza di Nour con le altre ragazze – emancipate ed “immorali”.

in between

L’appartamento, come ha spiegato la stessa regista, è il loro rifugio: in una scena “Nour balla in modo liberatorio e Layla si unisce a lei. L’appartamento è una specie di castello delle loro libertà, il luogo dove possono essere ciò che sono”. Tra quelle mura, non ci sono etichette e non ci sono costrizioni: le tre ragazze sono diverse per indole e storia personale ma quelle differenze non sono degli ostacoli, sono differenze irrilevanti nel loro rapporto, che diventa presto stretto e coeso, di supporto e protezione reciproca. Le tre protagoniste ci mostrano che la solidarietà femminile esiste ed è necessaria per combattere le ingiustizie del mondo esterno, facendosi forza proprio con le peculiarità di ognuna. Questo è l’elemento che ha attirato la mia attenzione: all’esterno ci viene mostrata una città divisa dove le differenze sono viste in maniera negativa mentre all’interno delle mura domestiche, le tre ragazze sono libere di essere diverse senza entrare in conflitto.

Il titolo originale di In Between è Bar Bahar, traducibile con “né in un posto né in un altro”, esprimendo così il luogo indefinito che si trova in mezzo alle contraddizioni della società, dove spesso, ancora oggi, l’identità del singolo non trova posto, specialmente per la nostra generazione di millennials. (Volutamente ignorerò il titolo italiano, non vogliatemene ma somiglia più al titolo di un libro di Moccia). 

In between

Dal punto di vista tecnico, il film mi è piaciuto moltissimo per la fotografia, ad opera di Itay Gross, e la colonna sonora di MG Saad, nonché per lo stile narrativo pacato che mi ricorda vagamente il neorealismo degli anni 40. È un ottimo esempio di come il cinema non sia fatto di attori divini, effetti speciali “sparaflashanti” (è un aggettivo bellissimo, non trovate?) e climax da cuore in gola: è anche riflessione, motivazione, analisi della realtà e finestra su un mondo da cui possiamo capire la vita di persone che abitano appena fuori dal nostro campo visivo. È tifare e gioire, piangere e arrabbiarsi per personaggi che non indossano una tuta pluriaccessoriata ma un velo sui capelli, che combattono cattivi simili a noi nell’aspetto, ma che non vogliono conquistare il mondo perché – per ora – il mondo è già loro. I cattivi di queste storie li conosciamo davvero, li vediamo ogni giorno. Vederli rappresentati in maniera realistica sullo schermo ci permette di caricare le batterie e capire che li possiamo sconfiggere, ma non certo usando superpoteri.

In between, soprattutto, mi è piaciuto perché è stata una visione collettiva, anche se purtroppo non c’è stato modo di discuterne dopo la proiezione! Mi trovavo a Bruxelles, al Parlamento Europeo, insieme a più di 20 ragazze millennials per un evento di gender equality che ha occupato tutta la settimana. Ho raccolto per voi alcune opinioni di queste ragazze provenienti da vari angoli del mondo, perché sono convinta che il vero messaggio di questo film stia in qualche luogo tra questi pensieri, appunto…in between!

“Personalmente ho davvero apprezzato la fotografia, mentre il contenuto in sé è stato, per me, devastante. Mi ha mostrato però cosa significa stare in una relazione abusiva, come inizia (con Layla), come può diventare (con Salma) e come può finire (con Nour) prima che il ciclo si ripeta.” ~ Fernanda (Brasile)

“Mi è piaciuto il fatto che non si sia verificato il cliché della liberazione dal velo insieme a quella dello spirito con Nour: sarebbe stata una inutile occidentalizzazione. Ho adorato la scena in cui due delle ragazze si prendono cura della terza in uno dei momenti più intensi del film (cerco di non fare spoiler – ndr). Per me ha rappresentato l’essenza dell’accettazione: “sei ancora tu, nonostante quello che è successo” ed è la prova che la sorellanza e la solidarietà tra donne esiste ed è forte.” ~ Eva (Rep. Ceca)

“Nel film si vedono Layla e Nour che sono palestinesi, mentre Selma è israeliana. Selma e Layla parlano fluentemente ebraico e arabo mentre Nour parla solo arabo durante il film. Con questo voglio puntualizzare come linguisticamente si possa intuire che l’arabo sia una lingua oppressa in quell’area (Selma viene cacciata dal ristorante perché parla arabo – ndr) e socialmente si sia cercato di fare “pinkwashing” sulle società che non sono arabe, come per dimostrare che, rispetto alla società araba, le altre siano più progressiste dal punto di vista dei diritti delle donne. Sappiamo che non è così.” ~Arantxa (Catalogna)

 

 

 

 

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