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Sharp Objects: Recensione al primo capitolo di questa novella gotica

di Elisa Tomasi

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Locandina Sharp Objects

Sharp Objects è la miniserie con cui la Hbo decide di impegnare il suo palinsesto quest’estate, dalla scorsa domenica è iniziata la messa in onda di un appuntamento che vedrà la prima serata delle prossime domeniche sull’emittente divenire terreno fertile per esplorare angosce e disagi che attanagliano la più recondita esistenza nella  provincia americana.

Il Southern Gothic come genere indigeno statunitense, fin dalle sue prime forme letterarie, si è predisposto ad una forma di critica sociale che mette in evidenza il disagio e le disfunzioni di una terra abbandonata a se stessa nella sua ricerca di senso dopo la sconfitta dei Confederati; il vuoto nichilista della crisi dei valori fondanti della comunità e i suoi conseguenti paradossi nel perseguire la propria sopravvivenza all’interno di un panorama completamente mutato sono diventati lo sfondo perfetto sul piccolo schermo per le vicende e le divagazioni metafisiche sul senso delle cose di Rust e Marty nella prima stagione di True Detective. Il Sud lasciato a se stesso e ai suoi fantasmi, che nella serie di Nic Pizzollato (per nostra fortuna tornerà lui a tenere le redini della terza stagione di Ture Detective in uscita l’anno a venire) era raffigurato dall’umidità soffocante della Louisiana, diviene in Sharp Objects la frustante quotidianità della provinciale cittadina di Wind Gap in Missouri. La nuova miniserie della HBO trova spunto per arricchire ulteriormente il panorama di un desolato sud grazie alla presenza massiccia nella serie di nomi al femminile, le quali divengono perfetto mezzo per impostare la narrazione in un’ottica che guardi ai corpi di donne, che abitano e si muovono nel suo universo finzionale, nella strana e inusitata per il genere forma di agenti dell’azione. In Sharp Objects il corpo della donna e la sua presenza non sono la spettacolarizzazione dell’agire maschile, non sono il risultato passivo della dimostrazione del potere distruttivo dell’azione umana, non divengono macabra scoperta nel ritrovamento dei loro cadaveri, esse sono ciò che è in continuo movimento, in fermento, nell’angosciante immobilità della cittadina di provincia. Visivamente queste ragazzine che percorrono coi loro pattini strade deserte, che riempiono con il loro ridacchiare gli spazi pubblici del paese, sono l’elemento di disturbo che fa progredire la trama. Il ruolo della vittima diviene così da passivo ad attivo e sebbene la storia di Sharp Objects sia apparentemente quella di un reportage giornalistico sulla scomparsa di due bambine in una remota località del Missouri, la stessa presenza della giornalista incaricata per tale scopo è l’affermazione che sia proprio la continua lotta alla sopravvivenza della vittima, mai inerme e mai completamente arresa alla sua sorte, ad essere il vero fulcro della narrazione. Camille (Amy Adams) è la reporter che, incaricata dal suo redattore al St. Louis Chronicles, viene costretta ad un tuffo nel passato, ritornando al luogo delle sue origini affinché sia la sua penna, carica di personale pathos emotivo, a raccontare la tragedia della scomparsa delle due giovani che si è abbattuta sulla sua città natia. Vanish è il primo episodio della serie andato in onda la scorsa domenica e appare chiaro fin dai suoi primi minuti che il ritorno a Wind Gap di Camille sarà tutto tranne che un’esperienza rilassante per una mente come quella della giornalista che è in continua lotta con i flashback che le arrivano dal suo passato. Quello di Camille, fin dalle sue prime inquadrature, è uno stare al mondo che si basa sul non affondare nella disperazione mantenendosi a galla con fiumi di alcol e musica che costantemente inonda le sue orecchie a riempire i vuoti. Significative in tal senso la scena di preparazione e quella del rovistamento del suo Kit di Sopravvivenza, un borsone pieno di vodka, collutorio per l’alito, sigarette e snack.

Creata per la televisione da Marti Noxon (tra le tante cose produttrice anche di Buffy- The Vampires’Slayer) Sharp Objects, inizialmente un romanzo di Gillian Flynn (autrice inoltre di Gone Girl divenuto film nel 2014 e ignominiosamente intitolato in italiano “L’amore bugiardo”) la quale ha collaborato alla sceneggiatura ed è tra i produttori esecutivi, è effettivamente la storia di Camille, una vittima che cerca di sopravvivere al suo passato. Il racconto gotico della miniserie è dunque propriamente un territorio dilaniato da fantasmi e presenze oscure che vivono nella quotidianità dell’eroina-vittima della vicenda. Il trauma come forma di esistenza e non come avvenimento che fa parte della propria esperienza di vita, è quello che raffigura Sharp Objects che solo alla fine del suo primo episodio Vanish lo mostra pienamente nel suo continuo sviluppo sul corpo della sua protagonista. Gli oggetti taglienti, affilati del titolo divengono segni visibili, tangibili della sua narrazione sul corpo della giornalista, che in vasca da bagno svela il suo mosaico di incisioni e cicatrizzazioni dei suoi tagli. L’ultimo fotogramma coglie la scritta “vanish” sull’avambraccio, quasi a creare un ossimoro tra cicatrice, segno permanente, e la volontà di sparire, “svanisci” come fosse un comandamento.

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