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Stroncatura – “Il Sacrificio del Cervo Sacro” di Yorgos Lanthimos

di Giulio Montalcini

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Colin Farrell e Nicole Kidman, protagonisti dell”ultimo film di Yorgos Lanthimos, regista greco di “The Lobster”

Si sono sprecati i paragoni per questa nuova pellicola del regista greco Yorgos Lanthimos, divenuto celebre ai cinefili per pellicole come “Kynodontas” e “The Lobster” . Paragoni illustri con registi come l’americano Stanley Kubrick, e l’austriaco Michael Haneke sono stati spesi sull’altare sacrificale di questo film ambiguo, terribilmente irrazionale, pur se girato con una maestria impressionante, quasi clinica, con lunghe carrellate, zoomate ed una colonna sonora che ammetto essere da brividi.

Gli ingredienti ci sono tutti per un accostamento a Shining di Stanley Kubrick, 1980, capolavoro della cinematografia contemporanea: un ospedale, nel quale il protagonista cardiochirurgo (un Colin Farrell bravissimo) si aggira per lunghi ed asettici corridoi che ricordano quelli dell’Overlook Hotel; la moglie (Nicole Kidman, anche lei perfetta per il ruolo) che pare un’anima incatenata e del tutto sottomessa alla personalità del marito-padrone; il richiamo evidente alla mitologia greca (qui al sacrificio di Ifigenia da parte del padre Agamennone e in Shining, il mito del Labirinto e del Minotauro) e la presenza di un minore (il figlio maschio che porta i capelli lunghi come una bambina), che in questo film è il sacrificato, anima buona e sensibile e per questo, come Ifigenia, disposta al martirio per amore del proprio padre; poi, la dissoluzione del tempo cronometrico che, come in Shining, nella seconda parte di questo film, si palesa nella sua evidenza.

Ripartiamo un attimo: Colin Farrell, apprezzato cardiochirurgo, lavora in un moderno ospedale di una città americana non meglio identificata (Lincoln, Nebraska?) ed incontra abitualmente, di nascosto dalla sua famiglia, un misterioso e sociopatico sedicenne, di nome Martin, figlio di un suo ex paziente deceduto.

Avevo letto in qualche recensione che nei primi dieci minuti del film si avrebbe dovuto avere l’impressione di un rapporto di natura pederastica fra i due protagonisti.

Si poteva in qualche modo immediatamente notare, almeno dalle prime battute, in effetti, una sorta di adorazione da parte del discepolo per il maestro, nel tipico rapporto fra amante adulto e amante adolescente.

Più che nel suo svolgimento e, dunque, negli effetti prodotti (i due si vedono semplicemente per fare una passeggiata o per bere qualcosa al bar), la volontà del regista, nella prima parte, sembra piuttosto quella di voler confondere sulla causa e, dunque, sull’origine del rapporto fra i due. Non si comprende, infatti, perché un uomo sposato con due figli, professionista di grido, sia interessato a mantenere un rapporto con un ragazzo così giovane, non avendo vincoli alcuni con lui e non essendone sessualmente e/o intellettualmente attratto.

Con il passare dei minuti, però, la figura di Colin Farrell assume i contorni di un uomo tutt’altro che innamorato del giovane Martin, il quale, da par suo, vorrebbe sostituirlo alla figura mancante del padre, combinando imbarazzanti cene con la madre vedova e fornendo continui accostamenti alla figura del padre defunto.

    La madre di Martin e Colin Farrell siedono nell’imbarazzo in salotto.

Due scene rivelano in particolare le motivazioni dietro l’interesse fittizio dell’adulto per il ragazzo: la prima è quella dell’orologio che Colin Farrell gli regala, copiandolo spudoratamente da quello del suo collega; la seconda è la scena in cui Martin, ormai sempre più invadente, piomba in ospedale dichiarando di avere i sintomi di un attacco cardiaco rivelatosi poi fasullo e Colin Farrell, visibilmente infastidito, ne respinge sul finire le attenzioni.

L’adolescente Martin viene visitato da Colin Farrell, in una scena che rivela la natura del rapporto fra i due.

Bisogna dire, innanzitutto, che in questa pellicola cinica e sadica non c’è spazio alcuno per l’attrazione che è, invece, sostituita da una macchinosa e fredda sessualità dei corpi. Le persone indossano volutamente delle maschere – come nel teatro greco – e, così come in “The Lobster”, sembrano corpi di plastica, senza un’anima, che si muovono all’interno di fredde architetture.

Evocativa è, a questo proposito, la scena del rapporto sessuale fra Colin Farrell e Nicole Kidman che si denuda e si corica a pancia in su sul letto, fingendo di essere stata anestetizzata.

Nel momento in cui la presenza dell’adolescente comincia a farsi più ingombrante e pericolosa fino a coinvolgere direttamente anche i figli della coppia, le certezze delle buone motivazioni (rivelatesi, poi, come detto, fasulle) dell’algido protagonista cominciano a scricchiolare.

Fintamente obbligato come buon padre di famiglia a dover ripagare un debito nei confronti del ragazzo, Colin Farrell si ritrova, pertanto, dal giorno al mattino, catapultato nelle incertezze e nell’irrazionalità del ragazzo senza riuscirne ad avere più il controllo.

Il senso di colpa, fino a quel momento inesistente, per la sorte del ragazzo continua a negarsi fino a che Martin, ormai consapevole di essere stato rifiutato, si vendica maledicendo la sua famiglia e provocando in sequenza un incidente dopo l’altro.

Ecco, proprio in questo momento il film prende una piega assolutamente irrazionale: i figli perdono l’uso delle gambe senza una spiegazione scientifica, la figlia preadolescente si innamora del ragazzo e cerca di emularne i gesti, la madre perde la ragione che l’aveva assistita fino a quel momento perché sopraffatta dal dolore, come Clitennestra, moglie di Agamennone.

Tutto appare orchestrato come una vendetta divina: la gelosia e l’ira della Dea Artemide, che qui siamo costretti forzatamente a riconoscere nelle sembianze di un’adolescente con gravi disturbi della personalità, provoca la distruzione di una famiglia che, incapace di prevedere il proprio destino, è obbligata a un sacrificio alla dea per ristabilire l’equilibrio.

Come tale sacrificio si compia non vorrei rivelarlo e, per questo, cerco solo di ricostruirne il percorso propiziatorio: ovviamente, a farla da padrone, è la violenza, oltre a una sequela di fermi immagine disturbanti che comprovano un sadismo da parte del regista che io ritengo del tutto fine a se stesso.

Lo spettatore è torturato e volutamente infastidito da queste visioni ed è costretto a porre una distanza di sicurezza dallo schermo che non gli consente alcun tipo di empatia con la tragedia che si sta svolgendo.

Devo dunque desumere che tale tragedia sia fine a se stessa e frutto di un incomprensibile messaggio sottotestuale del regista?

Non lo so, non me lo voglio chiedere. Mi sono pure incazzato ad un certo punto e non vedevo l’ora di uscire.

L’operazione d’indagine sulle cause di tali tragici avvenimenti giunge a risultati francamente incomprensibili.

Se il paragone con Shining è, da un punto di vista estetico, azzeccato, non si può dire altrettanto della costruzione della sceneggiatura di questo film.

Se in Kubrick l’irrazionalità trova delle motivazioni spaziali nell’isolamento dei personaggi che sono anche, da un punto di vista psicologico, costruiti perfettamente, nel “Sacrificio del Cervo Sacro” i protagonisti sembrano, come dicevo, calati dall’alto sul palcoscenico, senza una storia credibile alle spalle.

L’utilizzo della mitologia e del teatro antico greci sembrano, dunque, una mera prova di stile, finalizzata ad affermare un talento personale del regista che sconta, però, una grave incomunicabilità di fondo.

Un’ulteriore grave assenza è quella di una morale, un insegnamento, una paideia che è presente dietro ogni racconto mitologico della Grecia Antica.

Magari l’interesse del regista era proprio quello di affermare questa mancanza nel mondo contemporaneo. Dimentica, però, Lanthimos che non basta scandalizzare lo spettatore (che, diciamolo, ormai non è più scandalizzato da nulla) per comunicare qualcosa: ad esso vanno forniti gli strumenti per l’interpretazione, senza i quali il rischio inevitabile è quello di una freddezza di fondo che rende l’arte un mero esercizio e la priva, invece, di qualsivoglia emozione.

 

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5 commenti per “Stroncatura – “Il Sacrificio del Cervo Sacro” di Yorgos Lanthimos

  • Lorenzo ha detto:

    Onestamente, credo che chiedersi perché i membri della famiglia inizino a perdere il trofismo sia come domandarsi le ragioni che portano Gregory Samsa a permutare in scarafaggio o pretendere di conoscere il concreto capo di accusa di Josef K. E’ proprio il paradosso, il non razionale, a svolgere una funzione critica che ci dichiari di assistere ad una architettura squisitamente intellettuale ed allegorica. Trovo invece intreressante analizzare le associazioni tra le figure che agiscono, assegnando loro modelli archetipi, senza attendere alcuna verosimiglianza in seno alla realtà sensibile (operazione tra l’altro legittimata proprio dall’ammiccamento alla mitologia greca, di per sé già allegoria definitiva sui modelli dell’umana psiche). Se, ad esempio, il cardiochirurgo fosse l’io pensante, il figlio del paziente morto fosse la colpa rimossa, la moglie incarnasse una promiscua e calcolatrice razionalità, la figlia fosse l’ES e il piccolo sacrificato rappresentasse l’innocenza, ecco che la relazione tra figure ed azioni acquisterebbe un senso altro, ambiguo ma fertile, del tutto dimentico di ciò che riguarderebbe una storia fondata su un principio di verosimiglianza. Personalmente ho trovato Il Sacrificio Del Cervo Sacro uno dei saggi più articolati e tetri su quel passaggio crudo ma inevitabile che è, per noi tutti, la perdita dell’innocenza.

    • Giulio Montalcini ha detto:

      Il suo commento è molto interessante. Può darsi che il paragone con Kafka abbia un senso che, magari, non ho colto. Dal mio personale punto di vista, però, riprodurre un’allegoria, come Lei osserva,significa comunque fornire uno strumento per interpretarla. Strumenti che io, nel mio piccolo, non osservo in questa pellicola o forse non colgo. Quanto al punto riguardo alla perdita dell’innocenza, non credo che questo sia un saggio sulla perdita, bensì piuttosto,sulle maschere che l’uomo indossa per coprire il fatto di non essere una creatura innocente. A livello cronologico, pertanto, non mi trova affine alla sua critica, benché indubbiamente essa mi abbia fornito importanti spunti e, per questo, la ringrazio.

  • Giuseppe ha detto:

    Volevo soltanto rispondere al sig.Montalcini che comunque la si possa vedere il film ci pone di fronte ad un prima e un dopo (la si voglia definire perdita dell’innocenza o meno) stigmatizzando e restituendo attraverso l’immagine del “nuovo”nucleo familiare come ci appare nelle ultimissime sequenze l’essenza stessa di qualcosa di irreversibile come precipitato di una scelta precisa del capofamiglia dalle cui conseguenze su gli altri membri (oltre che su stesso) non credo si possa prescindere.P.S:apprezzo lo spirito critico in ogni sua forma ma a mio avviso non deve essere perseguito(fatta salva la liberta’ di espressione) a detrimento dell’evidenza pena uno smarrirsi di senso che credo sia il punto di caduta di questi tempi confusi che stiamo vivendo.

    • Giulio Montalcini ha detto:

      Caro Giuseppe. Se ha letto altri miei articoli noterà di certo che questo è primo film che tecnicamente “critico”.
      Sul diritto di critica mi consenta, però, di dissentire.
      Non avrebbe senso scrivere di nulla se non si apportasse il proprio senso critico specialmente quando ci si rivolge ad un’opera artistica.
      Cordiali saluti.

  • gaa ha detto:

    C’è un evidente dissimulazione della realtà nel linguaggio di questo film (purtroppo non conosco gli altri film del regista greco), un gioco ambiguo della realtà con l’immaginazione, della metafora che rimane volutamente aperta all’interpretazioni dell’osservatore ( e forse questo è il limite che non lo fa rientrare nel novero delle opere d’arte).
    Considerando tutto il film è interessante e provocante sino al limite dell’insofferenza perchè tratta delle passioni e delle pulsioni incosce proprio come la tragedia graca perchè loro ben le conoscevano cosa che non possiamo più dire oggi. Certo la denuncia sulla Troika meriterebbe un altro film.
    Gianluca
    Saluti

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