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Capitan Tsubasa e la corsa verso i Mondiali

di Erika Biggio

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Oggi ha inizio il Campionato Mondiale di Calcio in Russia, e quale modo migliore di festeggiare se non parlando del manga, e dell’anime, più improbabile della storia artistica giapponese?! Ebbene sì, stiamo parlando proprio del mitico Capitan Tsubasa, Holly e Benji per tutti gli italiani sopra ai trent’anni.

Capitan Tsubasa è uno dei manga che hanno fatto la storia degli spokon, ovvero delle opere basate sugli sport, insieme a gente del calibro di Mimí e la nazionale di pallavolo, Rocky Joe e più recentemente titoli come Slam Dunk ed Inazuma Eleven; l’enorme successo di Capitan Tsubasa a livello internazionale è ritenuto in parte responsabile dell’accesso da parte della nazionale nipponica ai mondiali di calcio del 1998, avendo creato un enorme interesse tra i più giovani per un gioco effettivamente considerato di nicchia tra i Giapponesi. Anche grandi campioni come Alessandro Del Piero, Zinedine Zidane e Neymar  hanno affermato di essere rimasti così affascinati da questo anime quando erano piccoli, da aver contribuito a far nascere in loro la passione per il gioco del calcio.

Capitan Tsubasa è nato nel 1981 e segue le avventure del giovanissimo Tsubasa Ozoro, il nostro Oliver Hutton, che appena trasferitosi in una nuova città, decide di andare ad esplorare insieme al suo amato pallone: la palla gli aveva addirittura salvato la vita quando aveva un anno, facendogli da scudo quando stava per essere investito da un camion. Ovviamente già il primo giorno riesce ad attaccare briga con il portiere, nonché capitano della squadra avversaria a quella della sua scuola, il temutissimo e rispettato Genzo Wakabayashi, da noi conosciuto come Benjamin Price; il caro vecchio Benji, a cui i traduttori italiani avevano appioppato il ruolo di coprotagonista,  in realtà alla fine sarà solo uno dei numerosi amici/avversari/compagni di squadra di Tsubasa. Da lì alla nazionale il passo è brevissimo. O forse no.

L’autore, Yoichi Takahashi, aveva ideato il manga in seguito al mondiale del 1978, volendo creare un maggiore interesse da parte dei giapponesi nei confronti di uno sport che lo aveva esaltato; la serializzazione inizia nel 1981 e praticamente non si è mai fermata: il manga si divide in cinque serie, di cui quella che noi abbiamo conosciuto meglio, che si conclude con Holly che parte per il Brasile, è solo la prima parte, seguita poi da World Youth, basata sui mondiali Under 20, Road to 2002, in omaggio ai mondiali di Giappone-Corea, Golden-23 e Rising Sun.

Tragicamente anime e manga hanno molti punti di contatto, dalle partite pressoché interminabili, anche 50 capitoli per descriverne una, ai calciatori-samurai che, dotati di una stoicità esemplare a soli 11 anni, restano in campo con ferite che manco fossero in trincea a Verdun nel 1916. Esattamente come i calciatori veri.

Quello che difetta a livello grafico e probabilistico lo recupera in termini di narrazione: l’intreccio di sport e racconti di vita vissuta è davvero ben congeniato e aiuta ad ignorare il fatto che un giapponese di 20 anni diventi il capocannoniere del Barcellona. Credo che questo sia il motivo per cui all’estero la saga più conosciuta sia la prima, con i protagonisti ancora bambini: a seguire raggiunge livelli di surreale che rasentano il ridicolo. Però agli scorsi mondiali il Giappone è arrivato agli ottavi di finale e, al contrario di qualcun altro, si è qualificato anche quest’anno, quindi… staremo a vedere! Adesso sapete chi tifare a questi Mondiali 2018!

 

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