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La Marcia del Ritorno in memoria della Nakba per il diritto alla terra

di Arianna Beccaletto

Pubblicato il

Marcia del Ritorno_1Settant’anni: tanti sono gli anni trascorsi da quella che il popolo palestinese identifica come la Nakba (catastrofe), il grande esodo di più di 700.000 rifugiati durante la guerra arabo-israeliana culminata con la fondazione della Stato di Israele il 15 maggio 1948.

Da 70 anni i palestinesi chiedono di tornare nelle loro terre e questo appello risuona con forza ogni anno durante la Marcia del Ritorno. E quest’anno non ha fatto eccezione.

La protesta è iniziata in diverse aree (tra cui Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme) lo scorso 30 marzo, data in cui ricorre la Giornata della Terra, indetta in ricordo della manifestazione del 30 marzo del 1976 contro la confisca di terre palestinesi in Galilea destinate alla costruzione di insediamenti ebraici. La polizia israeliana uccise nove manifestanti e centinaia di loro rimasero feriti.

Dallo scorso 30 marzo, ogni venerdì, al confine tra Gaza a Israele circa 30.000 palestinesi manifestano per il loro diritto al ritorno nelle terre sottratte ai loro avi nel 1948.

Il governo israeliano, invocando il diritto alla difesa, non ha esitato a ricorrere alla violenza schierando numerosi cecchini e prevedendo l’utilizzo di idranti, gas lacrimogeni, proiettili di gomma e munizioni vere e proprie.

Un uso spropositato della forza contro manifestanti civili disarmati condannato in primis da Amnesty International e Human Rights Watch e a cui guardano con preoccupazione i principali esponenti della comunità internazionale.

Marcia del Ritorno_2Il bilancio è già drammatico: da fine marzo sono stati uccisi 45 palestinesi e feriti più di 5.500. Tra le vittime tanti giovani colpiti dal fuoco israeliano nel tentativo di avvicinarsi al confine.

Un vero e proprio stillicidio di un popolo, quello gazawi, che da 11 anni vive sotto assedio in una prigione a cielo aperto in condizioni estremamente allarmanti: mancanza di elettricità e acqua potabile, sistema sanitario precario e disoccupazione, che arriva al 58%.

La Nakba per loro non è solo un ricordo, ma una realtà tuttora in atto.

È contro questa dura realtà che resistiamo. Gli ultimi due venerdì abbiamo resistito contro tutte le potenze che ci dicevano di smettere e morire in silenzio e abbiamo deciso di marciare per la vita. Si tratta di una protesta di una popolazione che non vuole altro che vivere in dignità”. Queste le parole di Ahmad Abu Rtemah, scrittore indipendente di Gaza e uno degli organizzatori della Marcia del Ritorno.

Ogni venerdì la protesta ripresenta lo stesso assetto: una prima linea, più vicina al confine, in cui vengono bruciati i copertoni al fine di generare del fumo nero che non dia visibilità ai cecchini israeliani, e una seconda linea in cui vengono allestite le tende in cui si radunano migliaia di persone che pacificamente protestano per il riconoscimento dei propri diritti. Un vero e proprio movimento nato dal popolo dunque, non riconducibile a nessuna fazione politica, a differenza di ciò che viene dichiarato ripetutamente da rappresentanti istituzionali israeliani.

Marcia del Ritorno_3Portavoce del governo Netanyahu infatti hanno più volte definito la manifestazione uno “stratagemma targato Hamas” parlando di tentati atti di terrorismo perpetrati da palestinesi armati di ordigni esplosivi e bottiglie molotov. Atti di cui non sono state mai fornite prove.

Human Rights Watch e l’Alto Commissariato Onu per i diritti umani hanno per questo condannato le azioni dell’esercito israeliano, che è ricorso alla forza letale in assenza di minaccia alla vita, in violazione del diritto internazionale.

Né la propaganda né la violenza hanno fermato la Marcia del Ritorno che non si concluderà prima del 15 maggio. Giorno dell’anniversario della Nakba.

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