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Il punto sullo stigma della malattia mentale

di Benedetta Giagnorio

Pubblicato il

A che punto siamo con la battaglia contro lo stigma sul disturbo mentale?

Fonte: Zerocalcare

Potremmo dire così cosà.

Dando un’occhiata veloce a Google, sembra che la situazione sia alquanto disastrosa. Il pregiudizio nei confronti di chi soffre di disturbi mentali è ancora molto diffuso. C’è un ma, a mio parere: l’attenzione a questi aspetti non è mai stata così alta.

A 2018 inoltrato possiamo dire che tanto è cambiato rispetto a 40 anni fa. Il 13 maggio di quest’anno, infatti, cade il 40° anniversario dell’entrata in vigore della Legge Basaglia. Questa legge quadro abolì definitivamente i manicomi e riformò l’assistenza psichiatrica avviando la stagione delle cure territoriali. I “malati” mentali venivano quindi non più isolati dalla società ma curati proprio al suo interno.

I comuni cittadini furono prevedibilmente molto perplessi, per un bel po’. E’ comprensibile, d’altronde. Immaginatevi vostro nonno, circondato da persone sane e relativamente in bolla, cresciuto con la nozione “manicomio = pazzo e pericoloso“, che da un giorno all’altro (si fa per dire) si trova come vicino di casa un ex ospite del manicomio. Io due dubbi ce li avrei, ecco.

Scherzi a parte, la paura nei confronti del diverso e di ciò che non si conosce c’è sempre stata, e nel caso del disturbo mentale è quantomai vera. Per secoli, fino al 1978 badate bene, il malato era da isolare, pericoloso, contagioso, contro natura. Persino la religione cattolica ci si è messa, con la caccia alle streghe.

Pensata in questa prospettiva, i progressi fatti negli ultimi 40 anni sono enormi e da celebrare. 

Il cambiamento nel cinema occidentale

“Non c’è nessuna forma d’arte come il cinema per colpire la coscienza, scuotere le emozioni e raggiungere le stanze segrete dell’anima”. 

Detto da Ingmar Bergman, confermato dalla scienza. Ormai il cinema ha superato la sua unica dimensione di intrattenimento ed è diventato uno strumento didattico indispensabile. La scena di un film può valere più di mille parole.

Il cinema può influenzare i valori di una società, e viceversa la società stessa può essere rappresentata dal cinema e dalle arti visive. Questo concetto è fondamentale per il nostro tema, poiché, soprattutto negli ultimi anni, la rappresentazione del disturbo mentale nel cinema e nei telefilm è nettamente migliorata. O perlomeno, se ne parla.

La colpa più grande del cinema, ad oggi, è stata quella di dipingere il disturbo mentale in bianco e nero. E’ dramma e tragedia, che può finire in soli due modi: la morte, omicidi e suicidi opportunamente patinati, o la completa guarigione e un finale da fiaba.

Quello che mancava, almeno fino ad oggi, era la quotidianità: una normalità che può essere trovata anche nella patologia. E, finalmente, possiamo trovarne qualche esempio. Giusto ieri (5 aprile) è uscito nei cinema italiani il film “Quanto Basta” di Francesco Falaschi, una commedia con protagonista un ragazzo con sindrome di Asperger. Sullo stesso tema, “Atypical” su Netflix. Oppure, “Il lato positivo” con Bradley Cooper e Jennifer Lawrence.

I media e la voce degli influencers

Fonte: Marbles

Una delle difficoltà più grandi, soprattutto negli adulti, è ammettere e riconoscere la propria sofferenza. La seconda difficoltà più grande resta chiedere aiuto ai professionisti. Credetemi, sono una psicologa.

Questa difficoltà rimane anche perché siamo convinti che succeda solo alle persone deboli, e che sia proprio da deboli chiedere aiuto e rivolgersi a medici, psicologi e psichiatri. E su questo hanno molto aiutato le voci di chi conosciamo bene ma vive tutti i giorni con un disturbo mentale. La campagna “Bring Change to Minds” portata avanti da Glenn Close ne è un esempio lampante, ma ce ne sono molti altri. Carrie Fisher soffriva di Disturbo Bipolare e ne ha parlato più volte, così come Leonardo di Caprio con il Disturbo Ossessivo Compulsivo e Michael Phelps con l’ADHD.

In Italia, e senza andare a scomodare Hollywood, il “frontman” del canale Youtube Breaking Italy, Alessandro Masala, ha parlato più volte della sua quotidiana convivenza con la Depressione. Se avete mezz’oretta di tempo per capire cosa vuol dire, cliccate qui.

Perché è importante che se ne parli? Perché queste persone possono essere la testimonianza che il disturbo mentale può essere tenuto sotto controllo e combattuto, ma può anche diventare un compagno di vita. Non gradito, certo, ma con cui convivere e, a volte, usare a proprio vantaggio.

Se la vediamo così, allora, un disturbo mentale non è più una malattia da cui guarire, ma una caratteristica che fa parte di noi, con cui dobbiamo imparare a (con)vivere, lottando per impedirle di ostacolarci nella vita quotidiana.

Cosa si può ancora fare?

Il Ministero della Salute, nel lontano 2011, ha prodotto un documento chiamato “Il pregiudizio sulla malattia mentale è difficile da sradicare“. Non il migliore dei titoli, dai. Se poi contiamo che le informazioni sulla campagna in questione sono scomparse da Internet più

velocemente dei Tweet di Trump, possiamo affermare che la campagna sia stata fallimentare.

Dal punto di vista istituzionale, quindi, c’è ancora tanto da fare. Così come c’è tanto da lavorare sull’immagine e la percezione dei cosiddetti psicofarmaci nell’immaginario collettivo. L’utilità del farmaco nei disturbi mentali di particolare gravità è innegabile, ma è ancora visto come un segno evidente, appunto, di malattia. Questo porta con sé tutti gli stereotipi del caso, tra cui una surreale contagiosità. No, che poi divento bipolare anch’io.

P.S.

Nel titolo ho usato la parola malattia, ma era tutto un trucco. D’ora in poi, chiamiamola in un modo diverso. Disturbo, magari. Meglio ancora frittella. Una frittella mentale farebbe meno paura no?

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