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Boiling point. il Punto di Ebollizione. La gelida Finlandia fra la crisi economica e l’ancestrale timore (europeo) di perdere le proprie origini.

di Giulio Montalcini

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Boiling Point, ovvero il punto di ebollizione.

Com’è noto, la reazione dell’elemento Acqua, raggiunta la temperatura di 100 gradi Celsius, è l’ebollizione. Una reazione chimica che evoca, metaforicamente, scenari di fermento, rabbia, ira, panico ed isteria.

Per scaldarsi e giungere, infine, alla temperatura di ebollizione, l’acqua deve essere chiaramente esposta ad una costante fonte di calore, senza il quale, pacificamente, permarrebbe al suo stato liquido.

Il calore è, pertanto, la causa principale dell’ebollizione dell’elemento acquatico.

Vista, pertanto, nell’ottica dell’analisi, pur se approssimativa, di questo documentario, è opportuno evidenziare quanto sia difficile, in realtà, per lo spettatore non finlandese, indagare le cause di una tale situazione di fermento in Finlandia.

In Italia, non credo di esagerare nel dirlo, si guarda ai Paesi Scandinavi come a una sorta di modello del socialismo del benessere, dove tutti i cittadini stanno economicamente bene, godono di servizi eccellenti e di ampie libertà e diritti civili, ma dove nessuno spicca economicamente sopra l’altro (a parte il sig. IKEA). Tante case monofamiliari col tetto di tufo, giardini con automobili di grandi dimensioni, 4×4, parcheggiate all’interno, enormi cani e staccionate di legno dipinte di bianco (lo stereotipo della casetta da Isole Lofoten o da Fiordi Islandesi).

La popolazione scandinava sta bene, lavora e gode di sovrumane-vichinghe capacità di sopravvivenza in un clima ostico, forsennatamente ostile a chi, come lo scrivente, è abituato, in una manciata di minuti di cammino, a raggiungere le sponde del Mediterraneo.

Certo, anche nel nostro Paese non si ignora quanto un clima tanto rigido possa influire pesantemente sullo sviluppo della psiche umana, ma, tutto sommato, nessuno qui pensa davvero che i finlandesi, i norvegesi, i danesi, vivano male.

Come dicevo, è stato difficile approcciarsi a questo documentario per chi, come me, non avesse avuto un’approfondita contezza delle cause che hanno provocato,  dal 2008 in poi, una devastante crisi economica in Finlandia, con la chiusura e il progressivo smaltimento della storica fabbrica NOKIA e delle cartiere, che avevano a lungo trainato l’economia nazionale. Una crisi che non è soltanto occupazionale (i dati parlano del 9,4 % di disoccupati contro il tasso di occupazione del 4,1% della confinante Svezia), ma anche demografica (su quest’ultimo punto c’è un passaggio importante della discussione fra i due protagonisti).

Credo di poter affermare, a tal riguardo, che la giornalista-regista Elina Hirvonen, volontariamente, abbia sorvolato sulle ragioni storiche dell’ affermazione della destra intollerante e xenofoba nel Paese dovute a un clima sempre più intollerante nei confronti dello straniero (divenuto la causa di tutti i mali per una buona parte del popolo finlandese).

Questo sarebbe senz’altro un limite, laddove la Hirvoven abbia pensato di realizzare un documentario di vocazione maggiormente internazionalistica.

Più comprensibile, invece, se la regista, prima di girare il documentario, avesse avuto ambizioni più ristrette entro i confini nazionali.

In ogni caso, è pregevole il fatto che sia stata fatta una scelta. Ad interessare la regista sono state, infatti, le reazioni della “pancia” del Paese, che riflettono anche i sentimenti attuali in Finlandia di quella parte di popolazione (un numero altissimo in Finlandia), che, sposando le teorie euroscettiche, no-global e anti-immigrazione, è scesa e scende in Piazza oggi con il megafono in mano, sfidando le intemperie, urlando “No all’invasione!“.

La dialettica, che è espressione dominante di tutto questo lungometraggio, si fonda sullo scontro (che qui è sospeso nel limbro fra la violenza verbale, sempre presente, e quella fisica, non ancora esplosa) fra le due opposte fazioni in piazza: i pacifisti, liberali, social-democratici che difendono gli immigrati, e i nazionalpopulisti avversari, che urlano “Sporchi negri!“, “Non voglio la Shar’ia nel mio Paese!“.

 

Un’attivista sfila nella manifestazioni anti-razzista tenutasi ad Helsinki qualche anno fa.

Manifestanti del partito ultra nazionalista della destra finlandese il cui slogan è “I finlandesi prima!”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sullo sfondo, da un lato, due amici, in una sauna, chiaramente evocativa della tradizione popolare finlandese, di idee opposte, uno conservatrici, l’altro progressiste che, scambiandosi opinioni sul tema, non giungono mai al conflitto o alla violenza verbale; dall’altro, una famiglia di richiedenti asilo irachena che compie il suo insediamento e la propria regolarizzazione nel Paese.

 

I due protagonisti amici si rilassano dopo la Sauna con una birra.

 

I due uomini protagonisti del film che rappresentano la ragione, la testa della nazione.

Il loro sentimento di stima ed amicizia rimane, però, nell’intenzione della regista, l’elemento di connessione e di incontro necessario fra l’istinto, la pancia e la pura razionalità del dialogo. 

Osservare come il dibattito fra i due amici, diversamente dagli schieramenti in piazza cresca, ma non sconfini mai nella cattiveria reciproca, è chiaramente una prospettiva rassicurante.

Un altro spunto molto interessante è fornito dalle numerose inquadrature dall’alto del panorama finlandese: non solo sono rese necessarie per stemperare la tensione dello scontro nelle piazze, o del dialogo nella claustrofobica sauna, ma intendono evocare l’importanza fondamentale dell’ambiente in cui ciascuno di noi è vissuto.

Vi sono, mi pare, due momenti chiave di lettura di questo documentario, ed entrambi sono caratterizzati dal silenzio: il primo, che si svolge nella sauna, quando, al termine di uno scambio particolarmente sentito, evitando di reagire l’uno verso l’altro a male parole, i due amici si azzittiscono e riflettono sui sentimenti che provano l’uno verso l’altro; il secondo, invece, si verifica quando due membri fascistoidi del partito Finnish First!, si rifugiano in mezzo ad una foresta per condividere i ricordi comuni dell’infanzia vissuta in mezzo alla natura (nell’unico momento in cui è stato possibile, almeno dal mio punto di vista, empatizzare con il loro personaggio).

Il silenzio come chiave di lettura dell’opera, il silenzio come riflessione.  Il silenzio come parte ineludibile della coscienza di ogni essere umano. Preservare il silenzio, è sicuramente un messaggio educativo di un’importanza assoluta.

Da contraltare un linguaggio dell’odio, fondato su un distaccamento fra la realtà dei fatti ed il mito (paragone suggerito molto opportunamente da Luca Borzani intervenuto al termine della proiezione), che è giunto al suo punto di ebollizione.

Devo spendere, infine, qualche parola di critica riguardo alla narrazione sulla famiglia irachena: una famiglia un po’ troppo “facile” con genitori musulmani moderni (anzi, talmente occidentali da non sembrare, se non fosse per il velo della signora, nemmeno mediorentiali) , figli carini e sani, che vanno a scuola senza intoppi, in un piccolo paese di provincia che, all’inizio, è vero, non li accetta ma, poi, li integra perfettamente, senza che lo spettatore si renda davvero conto del come. Ecco, questo passaggio dal rifiuto all’integrazione che certo è in sé molto educativo ed importante, se passato in rassegna troppo in fretta, diventa di troppo.

Nel complesso, però, questo documentario costituisce una lente d’ingrandimento fondamentale per comprendere cosa bolle in pentola nella pancia di un’Europa talmente impaurita di essere scalfita nel suo storico dominio, da risultare quasi patetica, caricaturale (tanto quanto quei gruppi di skin-head che rievocano le vecchie tradizioni vichinghe, o urlano che non vogliono che loro donne vengano stuprate dai barbari invasori).

In un’epoca in cui l’emozione è evocata in differita o attraverso uno schermo che maschera l’indignazione, proliferano i messaggi d’odio basati sulla finzione, sul non sense, che continuano ad essere sottovalutati proprio perché sembrano assurdi, (magari alieni).

Toc! Toc! Quasi il 30% di questi “alieni” popola il Parlamento di una nazione europea (guarda caso l’unico dei Paesi Scandinavi che si sia dotato della moneta unica) e rappresenta circa 1,5 milioni di abitanti di questo continente.

Buona visione per il prossimo documentario “Brexitannia” che sarà proiettato a Genova, al Cinema Cappuccini, martedì 20/03/2018.

 

 

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