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Come funziona la violenza? La dissonanza cognitiva in azione

di Benedetta Giagnorio

Pubblicato il

“Ero ubriaco”

“Le donne sono tutte tr*ie”

“E’ solo uno spintone, non l’ha mica uccisa”

“Se ti vesti in quel modo è ovvio che lo vuoi”

“Siete voi donne che esagerate!”

 

Vi sembrano familiari queste frasi? Scommetto che almeno una volta nella vita le avrete ascoltate. E’ strano, perché ci stupiamo di ragazzi che, dopo aver provocato la morte di un clochard, sottolineano che “era solo uno scherzo”, ma davanti ad una violenza sessuale o domestica mettiamo in atto gli stessi meccanismi di questi adolescenti.

Dite che è diverso? Secondo me (e madama Psicologia) la base è la stessa: la dissonanza cognitiva.

Vi parlo di un concetto molto complesso, che nasce negli anni ’50 dallo psicologo sociale Leon Festinger. In sostanza, è il conflitto che si crea nel momento in cui due idee, due comportamenti, oppure un’idea e un comportamento sono in contrasto tra di loro.

Un esempio di dissonanza cognitiva ci arriva a distanza di secoli: la favola di Esopo “La volpe e l’uva”.

La volpe, in questa favola, genera un’Idea, “voglio l’uva“, che risulta in contrasto con il suo conseguente Comportamento: “non riesco a prenderla“. Il risultato di questo contrasto è proprio una dissonanza cognitiva, che se non affrontata può intaccare l’immagine che noi abbiamo di noi stessi (a.k.a. autostima). Come risolvere questo conflitto? Cambiando l’idea, cambiando il comportamento o cambiando l’ambiente. La volpe, non riuscendo a cambiare l’ambiente, modifica la sua idea, trasformandola in “non voglio l’uva perché è acerba“.

Il cervello, quindi, spesso preferisce arrivare a conclusioni non suffragate da prove empiriche (l’uva non è acerba!) piuttosto che minare la propria autostima e ammettere che sì, forse non ho prodotto una idea valida o un comportamento efficace, giusto o etico. Dopo tutto, l’uomo tende alla coerenza, e quando questo non succede ci sentiamo ipocriti e falsi.

La dissonanza cognitiva può essere risolta, certo. Per mantenere un buon livello di autostima, certo. Ma come? Il cervello umano, per proteggersi, utilizza le cosiddette tecniche di neutralizzazione. Grazie a questi piccoli “trucchetti”, siamo capaci di affrontare il peso psicologico di un atto violento, criminale o in generale deviante, il tutto per preservare l’immagine più o meno positiva che abbiamo di noi stessi. In sostanza, ci proteggiamo meglio se pensiamo di aver agito in modo corretto in conseguenza delle azioni degli altri, piuttosto che ammettere che quel che abbiamo fatto o detto è spregevole e vergognoso.

Frasi come quelle iniziali sono proprio il frutto di una dissonanza cognitiva: ho fatto qualcosa di estremamente violento e terribile per la persona che ho davanti (comportamento) ma sono una brava persona (idea). Come risolvo questo conflitto? In due modi:

  • cambio il comportamento: non ripeto lo stesso errore, smetto di picchiare mia moglie, non stupro più nessuno;
  • cambio l’idea: forse non sono una brava persona, forse sono una persona spregevole.

Difficile dargli torto

Tuttavia, entrambe queste conseguenze risultano particolarmente dolorose e responsabilizzano il soggetto che ha compiuto la violenza. E’ a questo punto che scattano le tecniche di neutralizzazione. Riprendendo le frasi introduttive, possiamo tirare fuori qualche chicca:

  • “Ero ubriaco”, “Non ci ho visto più” : si chiama Deresponsabilizzazione, io non sono responsabile del mio atto violento, del pugno o della violenza sessuale, è colpa delle circostanze o di qualcos’altro. Non ero in me.
  • “Era solo una discussione animata”, “L’ho corteggiata intensamente”: si chiama Svalutazione eufemistica della portata del comportamento, io sottovaluto la gravità dell’atto violento usando un eufemismo.
  • “Era solo una prostituta”, “Le donne sono tutte tr*ie”: ecco la Disumanizzazione, sto togliendo valore alla vita umana dell’altro, riducendole a un essere sub-umano su cui poter esercitare piena volontà.
  • “Io sono il capofamiglia, ne ho il diritto”, “La donna deve stare in casa col marito, lo dice la Bibbia”: il Giustificazionismo morale porta l’autore della violenza alla convinzione di avere il diritto di agire in quel modo in nome di una legge morale o religiosa specifica.
  • “E’ solo uno spintone, non l’ha mica uccisa”, “Sarebbe stato molto peggio se…”: Ridimensionamento. La violenza viene ridimensionata nella sua gravità, paragonandola a comportamenti molto più gravi.
  • “Se ti vesti in quel modo è ovvio che lo vuoi”, “Mi ha provocato, ho dovuto reagire”: Colpevolizzazione della vittima. Il meccanismo più usato. Non sono più io il responsabile delle mie azioni, ma è la donna che ha la colpa. Provoca, si veste scollata, mi ha accusato di averla tradita, non ha detto di no.
  • “Siete voi che esagerate!”, “Senza il femminismo queste cose non succedevano!”: ecco la Colpevolizzazione degli accusatori. Non sono io ad essere un violento e uno stupratore, è così che mi dipingono quelle maledette femministe che esagerano sempre! In fondo, quel che ho fatto non è grave.

Oh, hai fatto quella cosa imbarazzante? Non è colpa tua! E’ colpa della situazione!

Avrete notato che gli esempi si riferiscono più che altro alla violenza sulle donne. Manco a dirlo, queste tecniche sono generali e il nostro amico cervello le utilizza in ogni salsa e per ogni atto trasgressivo, anche non violento. E’ ovvio, però, che la neutralizzazione, se relativamente innocua davanti ad un murale su un marciapiede, diventa pericolosa se giustificano eventi violenti come stupri, aggressioni, molestie, omicidi o…genocidi. Le conseguenze, spesso, ricadono sulle vittime, come l’autrice del libro “Le formiche non hanno le ali” Silvia Gentilini.

Proviamo a riflettere su questi meccanismi automatici e chiediamoci a chi servono: la risposta, spesso, è che servono a noi stessi, al solo scopo di farci sentire meglio. Ma ricordiamoci che fanno sentire (molto) meglio anche gli autori delle violenze.

Think about it. 

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