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Nel nome di chi, viaggio alle radici del fondamentalismo

di Luca Rasponi

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Nel nome di chi / Fiori per le vittime dell'attentato

Fiori per le vittime dell’attentato (Matt Brown)

Sono da poco passate le 22 del 3 giugno 2017 quando un furgone bianco fa strage di passanti sul London Bridge. È sabato sera e il quartiere di Borough Market è particolarmente affollato: alla fine i morti saranno 8 più i tre attentatori, 48 i feriti. Un atto di violenza e morte portato a compimento, tra gli altri, dal giovane italo-marocchino Youssef Zaghba. Il libro Nel nome di chi, scritto dalla madre Valeria Collina insieme al giornalista Brahim Maarad, racconta la sua storia.

Una storia della quale tutti conosciamo molto bene la conclusione. Dopo aver compiuto la strage a bordo del furgone, infatti, i tre attentatori escono in strada armati di coltelli, per aggredire le persone presenti nei numerosi locali della zona. Nel frattempo qualcuno ha allertato la polizia, che raggiunge il gruppo di fronte al Wheatsheaf pub e uccide gli attentatori al termine di uno scontro a fuoco.

Il nome di Youssef Zaghba non emerge subito: sono necessari diversi giorni prima che la stampa di tutto il mondo ne dia notizia. La scoperta che questo ragazzo di 22 anni e madre italiana ha scelto buttare al vento la propria vita, uccidendo 8 persone per la gloria di un gruppo di fanatici noto come Stato Islamico, innesca una riflessione oltremodo necessaria e ormai non più rimandabile.

Nel nome di chi / I momenti dell'attentato

I momenti dell’attentato (Wikipedia)

Come succedono fatti del genere? Cosa spinge i giovani di fede musulmana nelle braccia del califfato? Quali sono, se ne esistono, i rimedi e le contromisure che la società italiana può mettere in atto per far sì che eventi del genere non debbano più verificarsi?

Il libro Nel nome di chi prova a offrire alcune risposte a queste domande, senza la pretesa di avere l’ultima parola su una questione tanto complessa. Piuttosto, è l’insieme di riflessioni che nasce dall’esperienza personale di una madre – italiana convertita all’Islam – che ha visto suo figlio imboccare la strada senza ritorno del fondamentalismo.

Un’esperienza personale maturata in un contesto familiare difficile, accanto a un uomo dal quale Valeria Collina si è dovuta allontanare per tornare in Italia dopo vent’anni in Marocco. Condizione della quale ha invitabilmente risentito anche il giovane Youssef, al punto che la madre si rammarica di non aver lasciato prima il Paese, per poter contribuire maggiormente all’educazione dei figli.

Nel nome di chiValeria Collina racconta di non essere sempre riuscita a capire Youssef, di aver sottovalutato i segnali della sua crescente radicalizzazione e di non aver messo in dubbio a sufficienza la sua visione estrema dell’Islam. Il ragazzo cercava risposte che la madre non era in grado di dare e che ha finito per trovare altrove, travisando il senso della sua stessa fede (la scelta di compiere l’attentato durante il mese del ramadan, ad esempio, è considerata un atto di violenza prima di tutto nei confronti dell’Islam).

Storie come questa sembrano impossibili, eppure sono vere. Youssef non è l’unico ragazzo che ha scelto la via del terrorismo cogliendo di sorpresa la propria famiglia. Tutt’altro: persino i foreign fighters hanno profili non standardizzabili, diversi tra loro per motivazioni, età e provenienza. L’unico elemento comune è la frequentazione assidua del web, l’isolamento nella propria camera fino alla caduta nella vasta rete del califfato.

Perché accade questo? Qualche giorno fa, presentando Nel nome di chi a Santarcangelo di Romagna (Rimini) insieme a Maarad, il giornalista dell’Espresso Gigi Riva ha ricordato che prima di trasformarsi in assassini gli attentatori sono esseri umani. E che nella rincorsa alla radicalità tipica della giovinezza non è un caso che molti ragazzi siano attratti dall’unica idea rimasta sul mercato delle scelte radicali.

Nel nome di chi / Brahim Maarad e Gigi Riva

Brahim Maarad e Gigi Riva

Citando lo studioso Olivier Roy, Riva ricorda come la scelta terroristica nasca spesso da un desiderio di rivalsa contro una società considerata materialista e senza valori, o contro i genitori ritenuti “troppo integrati”, più che da una reale conoscenza o adesione alla religione musulmana. Una tesi contrapposta alla visione di Gilles Kepel, che ritiene il problema connaturato alla società islamica e alle sue “controcomunità” presenti all’interno dei Paesi europei.

Islamizzazione del radicalismo o radicalizzazione dell’Islam? Difficile a dirsi, certo è che il primo passo verso il superamento dell’attuale momento di impasse non può che derivare dalla stessa comunità musulmana. Lo testimonia ancora Maarad, raccontanto l’isolamento subito da Valeria Collina, esclusa dalla moschea che frequentava all’indomani dell’attentato.

Una situazione che arriva al paradosso quando la donna chiede alla Digos di garantire per lei nei confronti della comunità islamica di riferimento, testimoniando una gratitudine per l’operato delle forze dell’ordine che torna più volte nelle pagine del libro Nel nome di chi.

Nel nome di chi / La presentazione a Santarcangelo

La presentazione a Santarcangelo

Maarad spiega che la chiusura, dettata dalla paura di essere considerati fiancheggiatori dei terroristi, è un modo per rimuovere il problema invece di affrontarlo. Secondo il giornalista dell’Agi, infatti, nonostante il sentimento di contrarietà suscitato dagli attentati, ai componenti della comunità islamica italiana manca la capacità di rassicurarsi e sostenersi a vicenda: nel momento in cui si verificano eventi come questi, persone e intere famiglie vengono lasciate sole.

Questa debolezza – oltre che nell’isolamento dei singoli – si manifesta anche nella scarsa preparazione di alcuni tra i principali rappresentanti del movimento musulmano nel nostro Paese, che partecipano persino a trasmissioni televisive senza conoscere adeguatamente le questioni religiose o la stessa lingua italiana.

Spesso ci inganniamo con risposte precotte – dice Maarad alla fine dell’incontro – mentre per far funzionare il dialogo interreligioso serve onestà. È necessario soffermarsi non soltanto sui punti in comune, ma analizzare a fondo le differenze, perché l’estremismo nasce dall’esasperazione delle differenze.

Brahim Maarad presenta Nel nome di chi a Tempo reale

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