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L’addio dell’ Assassino del fantasy

di Erika Biggio

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La forza di un romanzo sta nel rimanere con noi anche dopo la parola fine, lasciandoci la voglia pressante di averne ancora. Questo è il potere delle tre trilogie dell’ Assassino di Robin Hobb: non sono ancora abbastanza, ma se tre è il numero perfetto, tre volte tre ci dovrà bastare. Robin Hobb è un genio assoluto del fantasy moderno, ammirata anche da un  mostro sacro come George R. R. Martin, ed ha saputo riversare la sua esperienza della vita selvaggia dell’Alaska in romanzi vividi e particolareggiati.

Questa saga immensa inizia con un bastardo reale, FitzChevalier Lungavista, abbandonato dal nonno materno alle cure dell’intendente del suo nobile padre, che sceglie l’esilio per scontare il disonore ed il dolore inflitto all’amata moglie. Fitz, a soli sei anni, intraprende il cammino di ogni figlio illegittimo del trono prima di lui: diventare uno strumento della famiglia reale, qualsiasi sia la missione, incurante del costo per sè stesso e coloro che lo amano. Perchè i Lungavista non sono una famiglia normale ed il loro stesso nome descrive uno strano potere, la Vista, appannaggio del sangue reale, ma non solo: possono vedere il presente ed il futuro, manipolare la mente e la materia e, narra la leggenda, risvegliare i draghi.

Fitz diventa così l’apprendista dell’ Assassino di corte, Umbra, fratello illegittimo del Re, e trascorre lunghi anni ad essere usato dalla propria famiglia, in una girandola di intrighi, tradimenti e guerre sanguinose. Il protagonista è un uomo complesso, descritto e costruito così realisticamente da diventare un compagno di avventure, più che un mero nome su carta: Fitz è forte, testardo e coraggioso, all’inizio troppo impulsivo ma sempre attento e dotato di un cuore enorme, che lo porterà più volte a compiere sacrifici peggiori della morte. Ma non basterebbe, se l’abilità dell’autrice non fosse altrettanto evidente nel costruire il mondo in cui Fitz si muove, ed i personaggi con cui interagisce: la focosa Molly, il paterno Burrich e, soprattutto, il Matto. Il Matto è il personaggio su cui si basa l’intero arco narrativo, la leva che muove l’ingranaggio, colui che rimescola le carte e porta speranza, colui che presenta a FitzChevalier il suo stesso destino.

Benchè si tratti di tre narrazioni separate, leggere le trilogie indipendentemente l’una dall’altra è impossibile, dato che seguono la linea temporale della vita di Fitz, dal suo essere il giovane Assassino di corte fino all’incontro col grande drago Tintaglia, protagonista delle altre saghe dell’autrice, fino al suo sacrificio ultimo. La crescita dei personaggi, anche i più insignificanti, è solitamente descritta in maniera attenta e soprattutto in linea con la caratterizzazione del personaggio stesso, e i romanzi sono sempre ricchi di azione e poveri di tempi morti, anche se  molti lettori possono spaventarsi a causa della mole dei volumi: mentre il primo libro, L’Apprendista Assassino, si ferma sotto alle 400 pagine, l’ultimo, L’Assassino. L’Ultima Caccia, supera agevolmente le 850.

Eppure come già detto, non bastano. Il quadro che ci lasciano è vivido e ricco ancora di cose da raccontare, di intrighi da risolvere, di vecchi amici da rivedere. Ma soprattutto, vogliamo di più dai personaggi, non sono sufficienti migliaia di pagine scritte brillantemente per trovare il coraggio di dire addio ad uno dei protagonisti migliori che il fantasy abbia avuto negli ultimi vent’anni, benchè fosse solo un Assassino. Lo stile di scrittura di Robin Hobb porta il lettore a formare tali legami emotivi coi personaggi che ogni sconfitta, ogni perdita è vissuta in prima persona. Dire addio a Fitz alla fine di ogni trilogia è sempre stato particolarmente complicato, dire addio alla sua storia praticamente impossibile.

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