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Un giorno mio padre cercò di strozzarmi. Intervista a Silva Gentilini sul suo romanzo d’esordio.

di Giada Magnani

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“Un giorno mio padre cercò di strozzarmi. Mi aveva afferrata per la gola e io ero rimasta sorpresa, inspiegabilmente immobile. Tutte le mie forze si erano coalizzate per farmi sopravvivere.

Il corpo fermo, i muscoli tesi, i pensieri lucidi. “Respira dal naso, stai respirando, continua a respirare”, mi dicevo e pregavo l’osso del collo di non cedere, di non spezzarsi sotto le sue dita.”

Incontro Silva Gentilini il 27 novembre, presso la libreria Feltrinelli di Bologna. Sta presentando il suo primo romanzo “Le formiche non hanno le ali”, uscito neanche una settimana prima ed edito da Mondadori Electa. La data della presentazione non è casuale, perché s’inserisce nel Festival  “La violenza illustrata,” organizzato dalla Casa delle donne, in occasione della Giornata Nazionale contro la Violenza sulle donne.


Si tratta di un libro in cui l’autrice ha raccolto le pagine più dolorose della propria vita, costruendo un intreccio di storie in parte autobiografico e in parte romanzato, che abbraccia un secolo intero. Sono due le protagoniste di questo intenso romanzo: Emma, una bambina che vediamo diventare adolescente e poi adulta, che altro non è che la storia dell’autrice e del suo riscatto alla violenza del padre e Margherita, una donna intraprendente che emigra a New York nei primi del Novecento, ispirata alla bisnonna dell’autrice che visse una vita di tante conquiste e altrettante perdite. Perdita e conquista mi sembrano due parole chiavi per queste pagine: perdita di identità, di figli, di dignità e conquista di una vita appagante, di equilibrio, di rabbia e di coraggio. Il libro non è una semplice biografia, ma ha una trama ricca di colpi di scena, in un susseguirsi di momenti salienti e intrecci misteriosi, alla ricerca di verità e radici.

Perché hai scelto di scrivere proprio questo libro e cos’è cambiato da quando l’hai fatto?
Questa storia ha sempre premuto per uscire e nel corso della mia vita veniva fuori sotto varie forme: nelle poesie adolescenziali che ho poi pubblicato con Roberto Roversi, nei racconti che scrivevo o nei soggetti cinematografici che buttavo giù.  Scrivere questa storia dopo anni è stato liberatorio, profondamente catartico, però poi, una volta messa nero su bianco, ha cominciato a prendere la sua strada. Il sentimento tipico di chi ha vissuto storie forti o di chi è stato vittima di violenza, è proprio quello della vergogna, che va di pari passo con il senso di colpa. Scrivere il libro mi ha permesso di uscire da questa spirale anche se, ora che è uscito, avverto un senso di disagio. Non tanto a parlarne davanti a una platea di sconosciuti, quanto nel luogo dove sono nata e vivo, Orbetello, Cusa nel romanzo, dove si svolgono molte delle storie narrate. Sento riaffiorare il senso di vergogna, ma da donna adulta quale sono, so di non avere nulla di cui vergognarmi.

Il senso di colpa era dovuto alla violenza di tuo padre?
Da bambina il senso di colpa generava dal fatto che, quando mio padre esplodeva in scenate violente, pensavamo di essere noi ad aver scatenato in lui questa reazione. Pensavo ci fosse in me qualcosa di sbagliato. Mi chiedevo perché stesse male, il perché del suo chiudersi e dei tentativi di suicidio. Tuttavia, questo meccanismo in me è passato con gli anni. Da adolescente mi sono resa conto che non tutti avevano una famiglia come la mia, che non tutti i padri erano come il mio e ho iniziato a prendere le distanze da lui e dal senso di colpa attraverso la rabbia. Una rabbia intesa in senso buono, quella che ti fa decidere che tu non meriti determinate cose e che non è colpa tua se tuo padre è violento.
Per anni mi sono sentita travolta dall’inadeguatezza: vedevo con lucidità quello che succedeva in casa, mentre gli altri rattoppavano o si mettevano nell’angolo facendo finta di non esistere. Non è facile vivere in una situazione di questo tipo, perché a un certo punto non sapevo più cosa fosse giusto e sbagliato e avrei voluto solo prendere e andarmene.

E invece che rapporto avevi con tua madre?
In casa facevamo il gioco del Facciamo finta che: facciamo finta che tutto sia normale, questo è il modo con cui mia madre mi ha cresciuta. Un lettore, dall’esterno potrebbe chiedersi come faccia una madre a permettere al marito violento di fare tutto questo alle figlie, a non fuggire. In realtà negli anni ’70 e ’80, c’era una cultura totalmente diversa rispetto ad ora, c’era la vergogna e il doversi giustificare davanti al giudizio della gente, il voler far sembrare che tutto stesse andando per il meglio. Pur sapendo che da madre non avrei mai permesso nulla di tutta quella che è accaduto a noi, ho sempre mantenuto un legame tenace con mia mamma, lei era una donna fragile, senza aveva armi, ma era una grande dispensatrice d’amore. Ho sempre sentito il dovere e la fatica di proteggerla.

Come sei riuscita a riappropriarti della tua vita? In particolare, dopo il momento dell’abuso, l’evento più drammatico, il punto di rottura.
Quel passo era uno dei più difficili da scrivere e spero di averlo riportato nel libro con delicatezza. Ciò che ho sentito in quel momento è stato proprio di non poter uscire da quella situazione. Mi sono trovata sola con lui senza un modo per fuggirne. Lui era un uomo forte, pieno di una forza che derivava anche dalla sua malattia mentale. Inoltre, davanti ad un fatto del genere, mi sono trovata come annichilita e quasi “floscia”, senza forza in nessuna parte del corpo. Perché era un qualcosa di assurdo, eppure non del tutto inaspettato. Io, che in qualche modo sono sempre stata ribelle, riuscendo a salvaguardarmi con la rabbia e la motivazione, per la prima volta mi sono trovata assolutamente inerme. E allora l’unica cosa che ho fatto per salvarmi è stato prendere quell’evento e metterlo in un angolo della mia testa, dirmi che non esisteva. Perché in fondo era la cosa che avevamo fatto meglio in tutta la vita, fingere che non fosse mai successo nulla. Sapevo che se l’avessi riferito a mia madre, questo l’avrebbe uccisa. Poi ovviamente ho dovuto cercare di lavorarci sopra, molti anni più tardi, con l’analisi, senza possibilità di rimuoverlo definitivamente. L’unico modo per venirne fuori è infatti affrontare di petto il vissuto e il libro stesso è stato uno di questi modi.

Che ruolo hanno i vicini, i parenti, le amiche, le persone intorno a Emma? Nessuno sente, nessuno sa, nessuno denuncia?
Anche se le persone sentivano le urla di mio padre, c’era una mentalità tale per cui ognuno dovesse farsi i fatti propri, era la mentalità corrente e tipica del piccolo paesino. E poi mio padre era un uomo che fuori casa appariva colto e piuttosto normale. Quando c’erano ecchimosi sul corpo o segni di colpi, dicevamo sempre di essere cadute e tendavamo a sminuire. Per tre volte siamo andate dai carabinieri, ma ci rimandarono a casa dicendo: “Mah via, su andate a casa a fare la pace, magari avete fatto qualcosa per farlo innervosire.” E veniva sempre fuori che alla fine la colpa era nostra. Oggi è cambiata la sensibilità e ci sono dei servizi appositi. Io spero che se a qualcuno capiti di sentire degli urli drammatici o delle violenze faccia qualcosa, come telefonare alle forze dell’ordine per fare una segnalazione. Tuttavia, quando si vivono cose del genere, non bisogna aspettare che siano gli altri ad aiutarci, ma fare di tutto per venirne fuori con le nostre gambe.

Siccome una delle due protagoniste, Emma, è ispirata alla tua storia, quanto ti appartiene e quanto invece ha iniziato a vivere una storia sua mentre scrivevi?
Le storie sono entrambe ispirate a me. Una, Emma, è per buon parte autobiografica e lo sono anche le atmosfere della famiglia e ciò che viene detto. La storia di Margherita è invece più inventata; ha una base vera, la storia della mia bisnonna, ma è per la maggior parte romanzata e scrivere di lei mi ha divertito. Come Margherita, anche la mia bisnonna aveva avuto cinque figli, di cui uno mio nonno, che non ho mai conosciuto. Margherita vive a New York, in un tempo più lontano; mi sono quindi dovuta documentare sui fatti storici, la location e i contesti dell’epoca e poi, con il materiale raccolto, ho costruito sopra un personaggio che ha preso la mano e ha iniziato a decidere da sola il proprio passo. Nel plot del romanzo, che è in parte misterioso, le storie di queste due donne si incontreranno.

In che modo, le esperienze che hai vissuto, hanno influito sull’educazione di tua figlia?
Mia figlia è stata la motivazione più grossa nel darmi uno scopo nella vita. Io non sono nata per essere mamma, nel senso più tipico del termine. Sono sempre stata una donna impegnata nel femminismo all’epoca del femminismo, attiva politicamente. Ma la vera salvezza umana e psicologica, il vero equilibrio, me l’ha dato il dovermi prendere cura di lei e l’essere il suo punto di riferimento.  Come racconto nel romanzo, ci fu un anno particolare in cui nacque mia figlia e dopo due mesi mia madre si ammalò di un tumore fulminante, a 55 anni. Mio padre sarebbe morto un mese e mezzo dopo mia madre, suicidandosi. Fu tutto troppo forte, troppo pesante per me che ero sola con una bambina e cercavo di mantenermi lavorando. A un certo punto mi sono sentita come se non ce l’avessi potuta mai fare. Ed è stato proprio il vedere questi suoi occhi e questo affidamento in me, che mi ha dato la consapevolezza che avevo uno scopo importantissimo per andare avanti e vivere. E cioè fare di lei quello che è ora: una donna libera, forte e consapevole di meritare il meglio e di cercarselo, come meglio crede.

Molte persone presenti oggi alla presentazione del romanzo erano adulte, gli uomini erano quasi tutti oltre la sessantina. Invece quello della violenza contro le donne è un tema importante, interessante. Secondo te è un argomento che tocca anche i ragazzi?
Secondo me sì, si parla di abusi familiari, che possono essere presenti in molte case. Ma è un tema che attiene anche ai rapporti malati che si possono instaurare tra ragazzi. Succede a molte ragazze, soprattutto nei primi innamoramenti, di infognarsi in un rapporto non sano, aldilà del background familiare che hanno alle spalle. Si creano dinamiche in cui una ragazza pensa in qualche modo di poter cambiare questo rapporto, ma non è vero. Si tratta di un circuito sbagliato, vizioso, completamente falso, da cui bisogna uscire immediatamente. Il romanzo interessa i ragazzi anche perché parla di tante età diverse. Emma la vediamo da bambina e poi anche da adolescente, quando scrivo “Emma cavalcava gli anni 70 come una tigre”. Soprattutto in adolescenza infatti, ho trovato rifugio in tutto ciò che era rottura col consueto. Dalla musica rock che ascoltavo ai poeti che leggevo, le poesie che scrivevo e le persone che frequentavo. Mi servivano a trovare la spinta e a essere oppositiva rispetto a ciò che mi stava succedendo. Certo, oggi ci sono anche tante altre cose come internet e i social, ma credo che questo libro parli con voci diverse a persone diverse: le donne, le ragazze che vivono i primi innamoramenti, le madri e le figlie. Il libro ha inoltre un linguaggio minimalista e quindi molto fruibile, che va al punto e non fa giri di parole.

Cosa dovrebbe fare una donna che subisce violenza, secondo te?
Ci deve essere una consapevolezza in qualsiasi donna che subisce violenza in famiglia o in ambito sentimentale e ai primi accenni deve andare via. Bisogna togliersi da questo meccanismo reiterato, perché non si possono cambiare le persone: è una cosa che sappiamo, ma mai fino in fondo. Le persone non cambiano, se curate possono stare meglio, certo. Ma bisogna tutelarsi e non pensare “Ormai sono qui, mi è toccato a me”. E’ falso, sono pensieri che non ci aiutano! Dobbiamo pensare di ripartire e rimettere in piedi tutto con la nostra forza, sistemare tutto ciò che è rotto. Perché in questo percorso molte cose si rompono, e non si aggiustano facilmente. Però se ne possono aggiustare di altre e si può continuare e intraprendere una vita più a misura nostra, non imposta da qualcun altro, chiunque esso sia.

Il tuo curriculum è molto variegato. Tra le esperienze, hai lavorato come consulente story editor per Mediaset e Endemol di fiction tv per le riviste «Cosmopolitan» e «Moda». Come ti è servito tutto questo per arrivare a pubblicare il romanzo?
Senz’altro tutto ciò che fai nell’ambito della scrittura è formativo. Nonostante fossi molto brava al classico, mio padre non mi fece frequentare l’università.  Mi sono quindi formata tramite scuole di scrittura e ho lavorato come aiuto sceneggiatrice, poetessa, giornalista, sperimentandomi in diversi campi della scrittura. Quello che secondo me è importante per chi voglia diventare autore, è sapere che ciascuno ha diverse sfaccettature ma deve trovare una propria voce. Che si parli di ufo, di amore o di odio, la tua voce è quel modo di osservare e di pensare unico, che permette agli altri di vedere le cose col tuo sguardo. Uno sguardo comprensibile a tutti, ma tuo.

Vuoi lasciare un messaggio ai ragazzi millennials che leggeranno il tuo libro?
Quello che mi augurerei per ogni ragazzo è di non sottostare mai a qualcosa che non vada loro bene, che sia un rapporto sbagliato o un lavoro che sia un ripiego. Auguro loro di costruire qualcosa di forte, senza mai adeguarsi a come li vogliono gli altri.

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Un commento per “Un giorno mio padre cercò di strozzarmi. Intervista a Silva Gentilini sul suo romanzo d’esordio.

  • Tamara Volpini ha detto:

    un romanzo che ti entra dentro come una sciabolata, che ti sveglia come una finestra che si apre all’improvviso scritto con passione e consapevole semplicità.Lo consiglio a tutti, una lettura riflessiva, introspettiva,dinamica il lettore si trova parte della storia ingoiato dai profumi, gli ambienti i suoni descritti. leggerlo èun arricchimento per l’anima e la mente….lo consiglio soprattutto agli uomini

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