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Stroncature – Bright

di Marco Frongia

Pubblicato il

Bright

 

di David Ayer, con Will Smith, Joel Edgerton, Noomi Rapace, Lucy Fry, Edgar Ramirez

Qui su Stroncature ci poniamo spesso il problema degli spoiler. Ci sono film impossibili da bocciare senza entrare nello specifico di alcune scene, così come ne esistono alcuni talmente prevedibili da rendere superfluo affrontare la questione.

E poi c’è Bright.

Prodotto da Netflix e diretto da David Ayer (lo stesso di Suicide Squad), Bright risolve in modo brillante un problema complesso: quello dell’amico che ha già visto il film e vuole rovinarti la visione raccontandoti le scene clou in anticipo.

La soluzione? È narrato in modo incompresibile. Ragion per cui, non faremo spoiler; ma solo perché non ci abbiamo capito niente.

Bright è un film poliziesco ambientato in un universo molto simile al nostro, in cui però convivono umani, elfi, orchi. È un mondo in cui Arma letale incontra Tolkien. Per sputargli in un occhio.

Vorrebbe avere una trama arguta, colma di agenti corrotti, società segrete e lotta alla discriminazione razziale, ma si perde di continuo. Tanto da avere bisogno di un terribile spiegone finale per permettere allo spettatore di capire cosa sia successo, mascherandolo in modo da sembrare un rapporto che i due protagonisti fanno agli agenti dell’Ufficio federale per gli affari magici. Inoltre, costruisce tutta la narrazione in funzione di due-tre colpi di scena scontatissimi.

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Sulla tematica della discriminazione, in particolare, il fallimento è cocente. L’intero popolo degli orchi vittima di pregiudizi potrebbe anche essere un aspetto interessante, se non fosse che viene esplorato pochissimo. E per quel poco che ci è concesso di vedere su questa razza fatta solo di criminali incalliti, violenti e votati al proprio clan prima che alla legge – sembra persino che non ci sia niente di sbagliato nel ritenerli pura feccia.

Nelle intenzioni, Bright avrebbe tantissimi punti di contatto con Zootropolis: uno dei protagonisti è il primo della propria specie a vestire la divisa da poliziotto, salva la vita al figlio di un boss e viene bullizzato per la propria appartenenza razziale. Il problema è che Zootropolis riusciva a concentrarsi sulla tematica della xenofobia in modo sottile ma incisivo; Bright no.

Bright preferisce rendere tutto estremamente esplicito fin da subito, per poi dimenticarsi della questione strada facendo, seppellendola sotto una trama semplice ma gestita talmente male da risultare confusa e indigesta. Ma soprattutto, a differenza del cugino di casa Disney, rinuncia a ogni forma di leggerezza.

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L’errore più grosso è stato quello di mettere il progetto in mano a David Ayer. Una storia come quella di Bright sarebbe stata perfetta se fosse stata diretta da Edgar Wright, oppure da Guy Ritchie: due registi che, come è noto, sono in grado di miscelare un’azione frenetica e molto ben girata con dialoghi taglienti e un tono vivace. Ayer, dal canto suo, preferisce appesantire tutto, immergendo il film in un’atmosfera sporca e cupa.

Non il massimo, per permettere allo spettatore di prendere sul serio un orco vestito da commissario Basettoni.

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