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La salute mentale nei film: Split, Ragazze Interrotte e noi

di Lucia Pugliese

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La salute mentale nei film: Split, Ragazze interrotte e gli altr

 

Per magica contraddizione dei moderni media, la Generazione Y riesce ad essere rappresentata come composta da bamboccioni superficiali e allo stesso tempo, come una tra le più sofferenti di problemi psicologici e mentali in generale (in ogni caso, rilassatevi: la colpa è comunque dello smartphone).

Volendo provare ad andare oltre gli stereotipi, e rassicurandovi sul fatto che leggere questo articolo dal cellulare non peggiorerà il funzionamento dei vostri recettori della serotonina, un problema tutt’altro che superficiale per chi si confronta con la salute mentale propria o dei propri cari è quello di trovare un’adeguata rappresentazione della propria condizione nella cultura popolare: un’immagine rispettosa, in cui riconoscersi e che possa servire a spiegare agli altri, coetanei o meno, come ci si sente.

Negli ultimi decenni, il cinema si è cimentato spesso con le tematiche dei disturbi mentali e del disagio psicologico, con risultati a dire il vero altalenanti. La salute mentale nei film è rappresentata con picchi di grande qualità e con momenti davvero pessimi: se Ragazze Interrotte (1999) riesce a raccontare bene, fra gli altri, il disturbo borderline di personalità, e se Il Lato Positivo (2012) è stato lodato per aver portato con rispetto sul grande schermo le problematiche del bipolarismo, Split (2017)  si è attirato un sacco di critiche e anche un tentativo di boicottaggio.

Al di là della qualità generale dell’opera infatti, il personaggio di Kevin/James McAvoy , affetto da schizofrenia, incarna l’equazione disturbo mentale = violenza che, oltre ad essere inesatta, è anche abbastanza scontata. Se avete un po’ di tempo, vi consiglio di ascoltare la testimonianza di Cecilia McGough, astronoma che da anni convive proprio con la schizofrenia:

 

 

Va da sé che il divario tra chi conosce e si confronta con le malattie della mente e chi non ne sa nulla non è solo tra chi ne ha un vissuto e chi no, ma è anche una questione culturale e forse, alle volte, generazionale. E poiché molte situazioni di disagio non vengono diagnosticate per tempo, può capitare anche che chi segue coscienziosamente una terapia debba subire il giudizio negativo anche di chi avrebbe bisogno di cure ma non ha gli strumenti per (o alle volte rifiuta di) capirlo.

Proprio dal cinema può venire un contributo importate per ridurre lo stigma che le malattie della mente si portano dietro. In un’intervista a VICE, il Dr. Danny Wedding dell’Università Americana di Antigua, autore del libro Movies and Mental Illness, riporta la sua esperienza nell’uso didattico della cinematografia per spiegare i disturbi mentali:

 “Ho passato gran parte della mia vita a insegnare a studenti di medicina e psichiatria, e ricordano le scene dei film perché sono molto più vivide di una lezione presentata in PowerPoint (…) Fanno molta più presa, sono molto più drammatiche”

Nello stesso articolo interviene anche la Dr.ssa Susan Hatters Friedman, professoressa associata dell’Università di Auckland (nonchè autrice di un saggio dal titolo meraviglioso: Psychopathology in a Galaxy Far, Far Away: the Use of Star Wars’ Dark Side in Teaching) che rinforza il concetto espresso da Weddingil cinema rende le cose più reali.

 

La potenza del cinema e la rappresentazione della salute mentale nei film

 

 

Con la potenza delle immagini e gli strumenti della narrazione, il cinema può comunicare con efficacia e in maniera entusiasmante concetti complessi e stimolando l’immedesimazione nei personaggi, può contribuire a costruire empatia nei confronti del “diverso”. Provare per credere: è davvero difficile rimanere indifferenti alla dolorosa resa della paranoia di John Nash in  A Beautiful Mind (1999), mentre The Hours (2002) è  in grado di farci viaggiare nella vita e nella mente di Virginia Woolf, per aiutarci a comprenderne la sofferenza.

La storia di Virginia Woolf così come è presentata in The Hours d’altronde, è importante per chiarire un altro fraintendimento che spesso si ritrova nella rappresentazione cinematografica della salute mentale e non solo:  se è vero che l’affetto dei propri cari è molto importante per un percorso di accettazione e laddove possibile, guarigione, l’amore degli altri da solo non basta a risolvere una situazione difficile. Leonard Woolf amò moltissimo la moglie, ma non poté impedirle di togliersi la vita. 

Ancora meglio, l’amore non è una pozione magica che si chiede agli altri “come medicina”, né qualcosa che si dà pretendendo in cambio una guarigione impossibile o più rapida. Nessuno si aspetta che un malato di tubercolosi o un diabetico venga guarito dal bacio del vero amore; non si capisce perché dovrebbe essere diverso per le patologie legate alla mente.

Rimanendo in tema di stereotipi,  Il Giardino delle Vergini Suicide (1999) e Clean, Shaven (1993) possono sicuramente stimolare una riflessione sulla percezione che, dall’esterno, si ha delle malattie della mente: cosa succede quando la sofferenza altrui non è evidente? E quali pregiudizi deve affrontare chi invece è esposto nella propria condizione?

Decisamente leggero, ma non per questo meno interessante è il film 5 giorni fuori (2006), romanzo di formazione che racconta la storia di un giovane che trova le risposte alle proprie difficoltà e la voglia di vivere. Lo fa grazie alle amicizie che costruisce nel reparto psichiatrico di un ospedale dove si è fatto ricoverareNella stessa categoria vale la pena di menzionare il cartone Pixar Inside Ou(2015) per la brillante rappresentazione di come le emozioni agiscono sulla nostra mente. 

Il cinema e la cura

 

Un aspetto che il cinema fatica ancora a proporre è una rappresentazione positiva delle figure dello psicologo e dello psichiatra. Lo fa notare il Dr. Wedding nell’articolo sopra citato, ma lo notiamo anche noi nella misura in cui film popolari, peraltro spesso molto belli, relegano il terapeuta a un ruolo marginale, alle volte riducendolo a una macchietta di bizzarria e incompetenza. Altrove, lo psicologo o lo psichiatra vengono descritti quali depositari di un sapere oscuro e addirittura pericoloso. Si può forse dire che anche i professionisti della salute mentale soffrano un po’ del topos scienziato pazzo e più in generale, della rappresentazione della scienza come qualcosa di difficilmente comprensibile, da esorcizzare perché risveglia la paura dell’ignoto. 

Inoltre la necessità di dare una nota romantica/torbida alla narrazione porta ad un susseguirsi di terapeuti cinematografici che si innamorano / fanno sesso sfrenato e proibitissimo con i loro pazienti. Sembra che la salute mentale nei film soffra del complesso di Grey’s Anatomy

 

 

Al di là delle battute, certe rappresentazioni così esagerate e lontane della realtà, se riproposte in continuazione, possono risultare deleterie a causa dei concetti che vanno a cristallizzarsi nell’immaginario collettivo. 

Personalmente, tra le immagini dello psichiatra al cinema, ho apprezzato molto quella resa in Donnie Darko ( 2001), e devo dire che ho amato l’umanità di Nicola Gori/Luigi Lo Cascio ne La Meglio Gioventù (2003), ma forse si può fare meglio e più spesso anzi se avete suggerimenti su qualche film che merita su questo aspetto, scrivetelo nei commenti )

La buona notizia è che, sempre secondo VICE, Hollywood si affida sempre più spesso a consulenti preparati in materia di salute mentale per realizzare i film. Le cose miglioreranno? Speriamo.

Intanto vorrei lasciarvi con una scena che vi consiglierei di mostrare al primo a cui sentirete dire che la cura contro la depressione è una passeggiata nella natura ( o altre stupidaggini di uguale portata).

via GIPHY

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