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“Non sono razzista, ma…”: psicologia del razzismo

di Benedetta Giagnorio

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Con l’articolo di luglio, che potete rileggere qui, abbiamo concluso la carrellata sui mestieri dello psicologo. Oggi, inizieremo il secondo capitolo della saga: argomenti scomodi e meccanismi cognitivi. Il primo della lista? Il beneamato razzismo. 

Ahhh, un evergreen.

Questo fenomeno ha radici così antiche che non esiste un punto di inizio. Ergo, deve essere parte della natura dell’essere umano. Ergo (x2) deve basarsi su meccanismi di base del cervello. Cerchiamo, quindi, di capire come funziona il razzismo, scomodando i nostri amici psicologia sociale e cognitiva.

Economia cognitiva e bisogno di categorizzazione

Il cervello umano è una macchina imperfetta. I 100 miliardi di neuroni e le 125.000 miliardi di sinapsi che possediamo non sono sufficienti a computare la complessità del mondo naturale e antropologico in ogni sua parte.

Le parole del razzismo. Fonte: Cronache di ordinario razzismo

E’ per questo motivo che la natura ci ha fornito un meccanismo di economia cognitiva: per non dover processare ogni singolo stimolo in entrata, il nostro cervello lavora per ottenere il maggior numero di informazioni con il minimo sforzo, attraverso la categorizzazione.

Un esempio intuitivo viene dal linguaggio: quando il bambino impara la parola “cane”, crea anche la categoria “cane”, per cui, in futuro, potrà chiamare cane ogni essere vivente con quattro zampe, una coda e una lingua bavosa che ti lecca felice. Tuttavia, le categorie funzionano se non sono troppe: se creassimo una nuova categoria per ogni singolo cane che incontriamo per strada, avremmo tante categorie quanti cani esistono al mondo. A quel punto, il processo di categorizzazione perde la sua utilità e il cervello va in pappa.

 

Ingroup VS outgroup: l’uomo animale sociale

Secondo la Teoria dell’Identità Sociale, ideata dai signori Henri Tajfel e John C. Turner negli anni ’50, gli esseri umani hanno un’innato bisogno di sentirsi parte di un gruppo di persone, con cui condividono caratteristiche comuni (ingroup) e che si differenzia da altri gruppi con caratteristiche diverse (outgroup). Si tratta dell’equivalente umano del meccanismo di categorizzazione.

A favore di quest’ipotesi, il signor Tajfel ideò un esperimento molto intelligente che coinvolse alcuni ragazzi di 15 anni a cui venne chiesto di esprimere una preferenza per i quadri di Klee o Kandinsky. Veniva poi comunicato loro che erano stati creati due gruppi, il gruppo dei “fan di Klee” e quello dei “fan di Kandinsky” (cit.). Agli stessi ragazzi, infine, veniva chiesto di scegliere, tra due persone, quale avrebbe ricevuto una ricompensa: di loro non sapevano nulla, tranne il loro gruppo di appartenenza. Sistematicamente, i ragazzi sceglievano di assegnare la ricompensa ai membri del proprio gruppo. Per spirito di cameratismo, potremmo dire. Eppure, questi ragazzi non si conoscevano, non sapevano nulla l’uno dell’altro né avevano cose in comune. Basarono la loro preferenza esclusivamente sull’appartenenza ad un gruppo creatosi su una caratteristica superficiale, di alcun valore sociale o morale.

Pre-giudizi e stereotipi

Fonte: Federico Fanin

Stereotipi alieni e pregiudizi inconsapevoli. Fonte: Federico Fanin

Ultimi, ma non meno importanti, sono i due cavalli di battaglia della psicologia sociale: signora Stereotipo e mister Pregiudizio. La prima è la classica signora di mezza età un po’ grassoccia che fa la casalinga e si lamenta dei bambini dei vicini. Il secondo, suo marito, deve essere per forza antipatico per aver sposato una così, giusto?

Meta-scherzi a parte, lo stereotipo è quel “prototipo” che ci creiamo mentalmente per descrivere un’intera categoria di persone. Vi ricordate l’analista freudiano col lettino, i capelli bianchi e il taccuino sempre in mano? Ecco, proprio quello. Il pregiudizio è strettamente legato allo stereotipo, perché è proprio il giudizio che deriva da conoscenze che pensiamo di avere rispetto a quella persona o a quel gruppo di persone. E’ un pre-giudizio: giudico prima di fare esperienza di qualcosa e quello stesso giudizio a priori guida il mio giudizio a posteriori, in un turbine di profezie che si autoavverano.

Dalla teoria alla pratica

 

Ingroup: gruppo a cui appartengo e i cui membri hanno caratteristiche comuni a me, che mi rendono simili a loro.

“Gli stranieri (categorizzazione) sono tutti quelli che entrano in Italia da immigrati. Ma la maggior parte sono clandestini irregolari, senza lavoro e che vivono alle spese dello stato (stereotipo). E in tutto questo chi ci rimette? Noi italiani (categorizzazione – ingroup) che lavoriamo sodo e paghiamo le tasse per mantenere loro (categorizzazione – outgroup), sfaticati e pure arroganti (pre-giudizio)”. 

Ed ecco che questo bel minestrone di meccanismi cognitivi, uniti ad un primordiale bisogno di sentirsi parte di qualcosa di buono e giusto, ci porta a vedere l’ingroup, noi italiani bianchi lavoratori, come migliori dell’outgroup, loro immigrati neri disoccupati, e quindi bestie. Da qui partono le trumpiane fake news, che spesso toccano livelli di surreale degni di X-Files.

Il cervello va in tilt nel momento in cui crea troppe categorie di realtà, ma può farlo anche quando ne crea troppo poche. Nel caso del razzismo, due categorie soltanto (noi italiani e loro stranieri) per descrivere più di 60 milioni di persone risulta cognitivamente poco efficiente, perché si crea una enorme e irrimediabile perdita di informazioni.

E’ un po’ come descrivere l’intera specie felina categorizzandola in “quelli infami che vomitano sul tappeto” e “quelli che non lo fanno”. E il colore del pelo, dove lo mettiamo?

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