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“L’anno della lepre” di Arto Paasilinna – la libertà ha il colore della neve

di Ambra Oberti

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Attraverso un paesaggio candido e ovattato, lungo una strada costeggiata da una fitta boscaglia “viaggiavano due uomini annoiati”.

Il romanzo inizia in maniera molto semplice, senza fronzoli anche grazie allo stile schietto e certo non indulgente verso i suoi personaggi; eppure fin dalle prime pagine inizia costruire simboli che si rafforzano nella narrazione e ne diventano i punti più brillanti e memorabili.

Il giornalista Kaarlo Vatanen e il suo collega fotografo sono di ritorno da un servizio di lavoro, hanno davanti tanti chilometri nel nulla assoluto dell’inverno finlandese e poca voglia di percorrerli. Per loro la vita non riserva molte sorprese.

L’uomo protagonista de “L’anno della lepre” (Ed. Iperborea) è davvero annoiato e insoddisfatto della vita: è giunto a quella crisi di mezza età dove tutte le occasioni mancate ti pesano addosso come macigni e sente che il grigiore dei compromessi imposti corrode amicizie, passione per il lavoro e perfino l’amore verso la moglie. Sempre più si trova a chiedersi “chi glielo fa fare” di continuare a fare il giornalista in una importante testata nazionale, soprattutto perché sente sempre più pesanti le maglie della mistificazione della notizia, pilotata per ottenere il maggiore effetto possibile e sostanzialmente vuota della verità.

L’occasione appare all’improvviso sulla strada sotto le sembianze di una lepre nel suo manto invernale, attraversa in un lampo la carreggiata e sbatte di striscio contro la vettura per poi sparire nella macchia. In un lampo di lucidità Vatanen scende dalla macchina e corre nella direzione presa dall’animale: lo troverà poco distante, terrorizzato e ferito a una zampa.

In quel momento di epifania matura la sua decisione: quella di non tornare indietro verso le urla dello spazientito collega, verso la civiltà e le responsabilità che non vuole più avere; si inoltra nel bosco con la lepre ferita nella tasca della giacca e sparisce.

Inizia così il lungo viaggio dell’ex-giornalista, da sud a nord del paese, attraverso la natura incontaminata in ogni sua manifestazione: la neve in agosto, i boschi verdi e fitti, i laghi ghiacciati che lentamente cedono il passo alla primavera. Tutto questo senza mai abbandonare la fida lepre, motore catartico della storia, che cresce e si affeziona all’uomo, ma che non ha un nome, forse simbolo di quella natura, tanto presente nel libro da diventare essa stessa personaggio e spalla dei due protagonisti, che se ben curata restituisce tre volte tanto; forse materializzazione della parte istintuale degli esseri umani, che non vuole essere confinata dalla gabbia delle convenzioni sociali ed è sempre desiderosa di mettersi alla prova esplorando ogni ombra dei nostri desideri.

Il suo non è solo un viaggio a piedi, è soprattutto un percorso di liberazione e rinascita, di scoperta di sé stessi e del coraggio di darsi una seconda possibilità per reinventarsi e raggiungere la pace interiore.

Fra pastori luterani armati di fucile, sacerdoti pagani chiaramente pazzi e teorici del complotto in terra finnica sono molti i personaggi che Vatanen incontra durante questa surreale avventura attraverso la nazione, tutti particolari e umanamente toccanti nel bene e nel male, con essi vivrà avventure rocambolesche e ai limiti dell’alcolismo e dell’assurdo.

Perché mi è piaciuto questo libro? Perché Vatanen sembra essere una sfaccettatura di ognuno di noi, annoiata e avvilita da una quotidianità che sembra imporci un duello costante fra quello che vorremmo e l’imposizione sociale dove la libertà non ha più la stessa misura per tutti ma si ferma quando il primo si offende.

Con la fuga il giornalista sceglie di assumersi la responsabilità di rompere la routine quotidiana alla ricerca della libertà perduta chissà come e chissà quando, perché nella vita c’è sempre bisogno di un anno della lepre, per fare una summa e capire la direzione che ha preso la nostra intricata esistenza.

La scrittura essenziale e incalzante, imbevuta di tristezza e malinconia e del tutto scevra dal buonismo o dalla ripetizione dei suoi clichè, è piuttosto una voce pura che, pagina dopo pagina, sospinge alla scoperta della storia e suggerisce che esiste per tutti, sempre, la possibilità di abbandonarsi al nuovo, senza aspettative ma con la libertà di scoprirsi diversi e incamminarsi lungo un nuovo cammino, più consapevole e fedele al proprio Io.

Chiuso il libro addosso rimane la sensazione di un arrivederci dato a Vatanen e alla natura selvaggia della Finlandia e la voglia di scoprire la lepre acquattata fra la testa e il cuore.

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