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Non amate mai una creatura selvatica. Soprattutto se sta cercando la sua Tiffany.

di Giada Magnani

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Io non voglio essere padrona di niente finché non saprò di averlo trovato, il posto dove io e le cose siamo legate tra noi. Non so ancora bene dove sia questo posto. Ma so com’è. Sorrise, e lasciò cadere il gatto sul pavimento “E’ come da Tiffany” disse […] “Mi calmano di botto, il silenzio e la sua aria superba; là non potrebbe mai capitarti qualcosa di brutto, non tra quegli uomini cortesi coi loro bei completi, e quell’odore di argenteria e portafogli di alligatore. Se nella vita reale riuscissi a trovare un posto che mi fa sentire come da Tiffany, comprerei un po’ di mobili e darei un nome al gatto”.


Di un romanzo, prima ancora della trama o dell’ambientazione, ci ricordiamo i personaggi. Alcuni sono così pieni di contraddizioni e di umanità, da restarci attaccati addosso. Sono così improbabili e veri al tempo stesso, da folgorarci. Holly Golightly, protagonista del romanzo “Colazione da Tiffany”, vive aldilà del romanzo; la si può amare per la sua folle poesia o la si può odiare all’istante, per la sua instabile superficialità. Holly nasce dalla penna di Truman Capote nel 1958 e parla della ricerca di un posto nel mondo, di amore libero, di amore lesbico, di amore interessato, di amore puro e di amicizia. Parla di emozioni momentanee e di sentimenti profondi, e dei guai che si passano a confondere le due cose. E’ un personaggio che folgora per sempre le vite dei pochi uomini che hanno saputo amarla cercando di salvarla da se stessa, fallendo. Ma è anche un romanzo di formazione, dove Holly viene in parte cambiata da tutti quegli uomini che si sono rivelati per quello che erano veramente: dei vermi. Holly è un’eroina in parte tragica.

Libera sì, eppure terrorizzata dall’appartenere a qualcuno. Libera di passare da una relazione all’altra senza lasciare il proprio cuore a nessuno di quelli che le danno i soldi per la toeletta. Eppure capace di affidare agli stessi uomini tutti i progetti per il proprio futuro. Così libera da decidere di abbandonare le persone che invece la amano veramente, perché la paura di sentirsi in gabbia è più forte di qualsiasi cosa.

Ma chi era Holly prima di dare festini con gli uomini più ricchi d’America in un appartamento a New York? Quando fu notata per la prima volta da O.J. Bergman, lo scaltro agente delle star di Hollywood, era fidanzata con un fantino, parlava come una montanara zoticona riuscendo comunque a fare buona impressione. Adesso è un’altra, grazie alle lezioni di francese e ai soldi guadagnati in cambio di servizi. Ma nonostante racconti bugie sul proprio passato, la verità è che Holly era sposata a 14 anni con Doc, un contadino molto più grande di lei che l’aveva adottata quando era ancora pelle e ossa. Un uomo semplice che la trattava da principessa, che la ama e che lei ama a sua volta ma dal quale è fuggita per una nuova vita.

“Non amate mai una creatura selvatica, signor Bell”, lo ammonì Holly. “È stato questo lo sbaglio di Doc. Si portava sempre a casa qualche bestiola selvatica. Un falco con un’ala spezzata. E una volta un gatto con una zampa rotta. Ma non si può dare il proprio cuore a una creatura selvatica; più le si vuole bene più forte diventa. Finché diventa abbastanza forte da scappare nei boschi. O da volare su un albero. Poi su un albero più alto. Poi in cielo. E sarà questa la vostra fine, signor Bell, se vi concederete il lusso di amare una creatura selvatica. Finirete per guardare il cielo”.

Holly ora è una giovane Zia Mame, una Lolita stravagante impossibile da incasellare: ha un biglietto da visita con la scritta “in viaggio” e non ha mai comprato i mobili per la casa, non ha dato un nome al proprio gatto. Si mantiene con le offerte dei suoi amanti e con lo stipendio che le dà l’avvocato di Sally Tomato, un gangster incarcerato col quale Holly va a chiacchierare ogni settimana per dargli notizie meteorologiche. Si caccerà nei guai Holly, per il fatto che fa solo le cose che ha voglia di fare, senza pensare ad altro.

Aveva ancora il gatto tra le braccia. “Povero bastardo” disse, grattandosi la testa “povero bastardo senza nome. E’ un po’ scomodo, non avere un nome. Ma io non ho il diritto di dargliene uno: dovrà aspettare fino a quando apparterrà a qualcuno. Noi ci siamo solo incontrati un giorno sul fiume, ma non ci apparteniamo reciprocamente: lui è indipendente, come me.”

Scordatevi il film. Tra le pagine di Truman  Capote, edite in Italia da Garzanti, non c’è una storia d’amore e nessuna scena sotto la pioggia in cui finalmente Holly capisce cos’abbia sbagliato. Libertà è evitare di appartenere a qualcuno. Prima di fuggire dalla giustizia newyorkese verso il Brasile, abbandonerà quel gatto con un occhio solo sulla strada. Ci ripenserà un attimo dopo, ma sarà troppo tardi.  Ho una gran paura, socio. Perché potrebbe andare avanti così per sempre. Non sapere cos’è tuo finchè non l’hai buttato via. Se ne andrà per sempre, tradita dagli uomini a cui si era affidata, senza il gatto e senza l’unico uomo che è stato suo amico fino alla fine. Nessuno sa se abbia continuato così, per sempre. Se lo chiede il suo amico, rimasto solo a New York. Se lo chiede il suo gatto, che ora ha un nome addosso e una finestra al chiuso da cui guardare fuori, ripensando alle parole “E’ meglio guardare il cielo che viverci. Uno spazio così vuoto; così vago. Solo un post dove va a finire il tuono e le cose scompaiono”.

Così è per Holly Golightly, scomparsa chissà dove. In questo momento potrebbe essere in Brasile, a cercare tra la lista degli uomini più ricchi quello giusto da sposare. O potrebbe trovarsi in Africa, a flirtare con un capo tribù. Chissà se abbia trovato quello che cerca. Se abbia intuito che Tiffany è un luogo dell’anima.

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