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La città interiore di Mauro Covacich

di Erika Biggio

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La città interiore di Mauro Covacich è uno dei cinque finalisti del Premio Campiello 2017, uno dei più importanti su territorio nazionale, insieme a Qualcosa sui Lehman di Stefano Massini recensito settimana scorsa dalla bravissima Eleonora Cecchini, e ai 3 libri che recensiremo nelle prossime settimane.

E’ sempre interessante prendere in mano i libri candidati ad un premio letterario, per cercare di capire che cosa in particolare abbia spinto i lettori e la giuria a ritenerlo degno, in mezzo alla massa delle pubblicazioni odierne, di un riconoscimento particolare; in questo caso è stato relativamente facile da intuire, in quello che mi ha trasmesso: uno sfiancante senso di incertezza.

Il cuore pulsante di questo filare di racconti è Trieste, patria dell’autore e di tutta la sua famiglia, città di confine costantemente contesa e sempre unica nel suo genere; dalla penna di Mauro Covacich si dipana una serie di eventi inanellati l’uno all’altro, in un arco temporale che va dagli anni ’20 al presente, con al centro un unico indefesso protagonista: l’essere umano. Che sia il nonno, il padre o Mauro stesso, che sia qualcuno di cui ha solo sentito parlare o uno degli eroi della città il protagonista rimane l’uomo, in una concezione poetica che ricorda più volte il diario di Zeno Cosini. L’autore utilizza infatti spesso la propria vita familiare, la propria città interiore, come tramite per il racconto, trampolino di lancio per concetti più astratti.

Spesso il racconto assume un aspetto da narrazione orale, un evento infilato subito in fila all’altro come perle di una collana, perchè riportato alla memoria da un dettaglio, un indizio comune, e questo porta istintivamente ad un senso di rispetto nei confronti della verità (che poi sia reale è tutto da vedere) che la trasmissione di una storia così intimamente umana ci lascia percepire. La città interiore ci regala la sensazione di essere bambini, seduti sul tappeto davanti al caminetto, col nonno che racconta i suoi ricordi, memorie di una città che dovrebbe essere la stessa eppure pare quasi aliena.

L’uomo è rappresentato in tutti i suoi difetti e i suoi pregi in questo libro, che concentra, com’è ovvio, la gran parte della sua narrazione negli anni della seconda guerra mondiali e quelli immediatamente successivi, trascorsi da Trieste come protettorato americano e dai Triestini come forte crisi di identità: siamo italiani? Ma allora i nostri fratelli, cugini, amici che abitano venti, dieci cinque chilometri più in là? Quel territorio che da generazioni ci appartiene, che fa parte della nostra cultura, terra dei nostri avi, che non riusciamo a vedere come qualcosa di separato dalla nostra identità culturale? Non credo che i triestini abbiano ancora risolto questo dilemma interiore e mantengono ancora oggi, infatti, un certo distacco dal resto degli italiani, oggi forse più abituati a far parte di questa strana unità di intenti che è la Repubblica Italiana.

Mauro Covacich ha fatto, per questo libro, del giornalismo d’inchiesta, cercando persone e fatti come un archeologo scava per trovare le rovine che lo renderanno famoso, ma ha fatto anche un incredibile viaggio interiore, dall’uomo di mezza età al bambino che nel 1972 guardava bruciare le cisterne fatte esplodere dai terroristi di Settembre Nero insieme al padre, quando ancora la guerra non era un ricordo sbiadito di alcuni bensì spaventosa paura dei molti, e il sé stesso bambino percepisce chiaramente la paura del padre, benché inespressa.

Nonostante io abbia riscontrato alcuni problemi con la scrittura di Covacich, che in alcuni passaggi mi sembra poco chiara, questo romanzo apre una serie di affascinanti finestre sul passato di un popolo di frontiera come forse ne esistono pochi e di una città al centro di un territorio spaccato in due, piena di contraddizioni ed uguale solo a sé stessa. Vedremo il 9 Settembre cosa ne penserà la Giuria del premio Campiello 2017.

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