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Climate change: Does America really matter?

di Maximilian Kriz

Pubblicato il

Trump’s decision to withdraw the US from the Paris Agreement has caused concerns over the future success of global action against climate change. Such concerns are not entirely justified: The worst of American pollution cannot be reversed. Instead, the greatest challenge lies with developing countries.

Donald Trump’s desire to be the anti-Obama has already put an end to a number of legislative breakthroughs. Recently, the fight Trump versus the liberal world reached another level, with possibly global ramifications. Back in December 2015, the ratification of the Paris Agreement had been hailed as milestone in the fight against global warming. Particularly the participation of the United States, previously unwilling to commit to any international agreement such as the Kyoto Protocol, had been seen as major success. Understandably, Trump’s decision to withdraw from it caused a global outcry.

American commitment in limiting greenhouse gas emissions is considered crucial due to the sheer size of the country. The US is believed to be responsible for more than 15% of global emissions, the world’s biggest polluter after China. Environmentalists wonder, how should climate change ever be fought if America continues to pollute without the restrictions of an international agreement? This seems a reasonable question, but a closer look can reveal why their worries might not be justified after all.

Past and future emissions

Time is key. The issue in climate change policy is the stock of greenhouse gases which remains in the atmosphere for around 100 years. Importantly, this stock cannot be reversed and only future additions can be avoided. Hence, the current level of pollution is largely the product of developed countries – especially the US. On their way toward industrialization, development and income growth, they used and wasted resources like clean air over the past century. Economic progress was good for the national economies but bad for the environment. Yet, in retrospect, the worst levels of pollution have long passed.

Let’s be clear: America caused the bulk of pollution in the past, together with other industrializing countries – the result of which can still be felt. Now, however, the efforts of concerted action should focus on those countries that are about to develop and add considerable emission to the existing stock. The growing population in Africa, Asia and Latin America rightly demands living standards similar to the West, leading to a quickly increasing need for resources. In this quest for growth, new addition of emissions have to be restricted.

“Viribus unitis against President Trump. It might just work.”

Of course, every country should have the right to grow and get richer, not just the West. The challenge will be to ensure industrialization and growth without damaging the climate for future generations. Self-restraint such as through the Paris Agreement can limit negative impacts and environmental degradation. Technological expertise and financial support from the developed world will also have to play an indispensable role.

Trump’s decision to turn his back on international cooperation is certainly not good news for environmentalists. Yet, the effect of his patriotic egoism on the climate could be less harmful than feared. After all, the commitment of developing nations has become much more decisive.

Fighting a common enemy

There is another reason why we should not be too worried: A common enemy can prove a uniting force. Following Trump’s announcement, support for concerted action against climate change was voiced by governors and policy-makers inside and outside of the US. In fact, outrage spanned across continents and political communities that are hardly reconcilable on other issues. Fervent opposition to Trump’s policies has become the new mainstream. If greater collaboration and solidarity are the backlash responses to Trumpian egomania, the environment could be the winner.

Viribus unitis against President Trump. It might just work.

 


Versione italiana (traduzione Giulia Rupi)

Cambio climatico: l’America è davvero fondamentale?

La decisione di Trump di ritirare gli Stati Uniti dall’accordo di Parigi ha destato preoccupazione per la riuscita futura dell’azione globale contro il cambio climatico.  Questa preoccupazione non è completamente giustificata: il danno provocato dall’inquinamento in America ormai è fatto. Invece, la sfida più grande è quella che si presenta per i paesi in via di sviluppo.

Il desiderio di Donald Trump di essere l’Anti-Obama ha già messo fine a una serie di svolte legislative. Recentemente, la lotta Trump contro il mondo liberale ha raggiunto un altro livello, con conseguenze potenzialmente globali. Nel dicembre 2015, la ratifica dell’accordo di Parigi fu acclamato come una pietra miliare nella lotta contro il riscaldamento globale. In particolare, la partecipazione degli Stati Uniti, fino ad allora non disposti a impegnarsi in nessun accordo internazionale come il protocollo di Kyoto, fu visto come un grande successo. Comprensibilmente, la decisione di Trump di ritirarsi da esso ha causato una protesta globale.

L’impegno americano nel limitare le emissioni di gas serra è considerato cruciale a causa della vastità del paese. Si crede che gli USA siano responsabili di più del 15% delle emissioni globali, ovvero il paese inquinatore più grande dopo la Cina. La domanda degli ambientalisti: come è possibile combattere il cambio climatico se l’America continua a inquinare senza le restrizioni di un accordo internazionale? Ed è apparentemente una domanda ragionevole, ma uno sguardo più ravvicinato può rivelare il perché le loro preoccupazioni possano non essere giustificate dopo tutto.

Emissioni passate e future.

Il tempo è fondamentale. La questione nell’intervento per il cambio climatico è che l’accumulo di gas serra rimane nell’atmosfera per circa 100 anni. Significativamente, questo accumulo non può essere invertito e solo si può evitare un futuro aumento. Per cui, i livelli di inquinamento attuali sono in gran parte il prodotto dei paesi sviluppati, specialmente degli Stati Uniti. Nel loro cammino verso l’industrializzazione, lo sviluppo e la crescita del reddito, hanno usato e sprecato risorse come l’aria pulita durante tutto il secolo passato. Il progresso economico ha aiutato le economie nazionali ma non l’ambiente. Tuttavia, a posteriori, i livelli peggiori di inquinamento appartengono al passato.

Per essere chiari: l’America ha causato la maggior parte dell’inquinamento nel passato, insieme ad altri paesi industrializzati, e il risultato sta avendo ancora ripercussioni. Ora, comunque, gli sforzi dell’azione congiunta dovrebbero concentrarsi su quei paesi che sono in via di sviluppo e aggiungono emissioni considerabili all’accumulo esistente. La popolazione in crescita in Africa, Asia e nell’America latina giustamente pretende standard di vita simili a quelli occidentali, e ciò porta un bisogno crescente di risorse. In questa tensione per la crescita, si sono posti dei limiti a ulteriori nuove emissioni.

Certamente ogni paese dovrebbe avere il diritto di crescere, non solo l’Occidente. La sfida sarà quella di assicurare l’industrializzazione e la crescita senza danneggiare il clima per le generazioni future. Le autolimitazioni come quelle decise con l’accordo di Parigi possono diminuire gli impatti negativi e il degrado dell’ambiente.  La competenza tecnologica e l’appoggio finanziario del mondo sviluppato dovranno svolgere un ruolo indispensabile.

La decisione di Trump di dare le spalle alla coordinazione internazionale ovviamente non è una buona notizia per gli ambientalisti. Tuttavia, l’effetto dell’egoismo patriottico sul clima potrebbe essere meno pericoloso di quello che si teme. Dopo tutto, l’impegno delle nazioni in via di sviluppo è diventato più che decisivo.

Un nemico comune

C’è un’altra ragione per cui non ci si dovrebbe preoccupare troppo: un nemico comune può risultare in un fattore di coesione. In seguito all’annuncio di Trump, capi di stato e gruppi politici dentro e fuori dagli Usa hanno espresso il loro supporto per un’azione congiunta contro il cambio climatico. Difatti, l’indignazione ha interessato e avvicinato continenti e gruppi politici che invece sono quasi inconciliabili quando si tratta di altre questioni. L’opposizione fervente alle decisioni di Trump è diventata la nuova tendenza. Se una collaborazione maggiore e la solidarietà sono le risposte di reazione all’egocentrismo di Trump, l’ambiente potrebbe uscirne vincitore.

“L’unione fa la forza” contro il presidente Trump. Potrebbe funzionare.

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