Rubriche

Fragile China: The shaky foundations of an ambitious economy

di Maximilian Kriz

Pubblicato il

Despite impressive growth rates over the past three decades, China’s economic fairy tale is by no means a never-ending story. With pressures for monetary power and citizens making demands, structural reforms in the country seem unavoidable. Otherwise, the whole world will bear the cost of policy failure.

The numbers speak for themselves: At average per capita income growth of 8.7% between 1980 and 2014, the Chinese economy doubled in size every eight years. After decades of mediocre growth, stagnating productivity and periods of starvation, such as during the “Great Leap Forward”, China learnt to produce, export and yield. The Communist politburo can be proud: The People’s Republic outperformed global powerhouses like Japan, Germany or the United States.

Yet, not everyone watches China’s success with fervent enthusiasm. Although developed countries in the West, above all the US, benefit from cheap Chinese imports that ultimately subsidize their own living standards, they criticize China’s methods of achieving its income growth. “Currency manipulation” and “unfair trade advantages” describe the accusations of those who believe that China promotes global imbalances for its own benefit.

If there is one thing China can perform better than any other country, it is adaptation.

Fragile finance

The scapegoating does not – and should not – worry the Communist regime. However, what should plague China’s centralized system is not so much pressure from the outside but internal dynamics that undermine the stability of its economy. This is because the impressive growth of recent years has been built on shaky foundations. The financial sector is far from achieving the sophistication of Western counterparts, GDP is increasingly driven by ever-expanding credit, and citizens are demanding a greater share of the national income.

Such trends are worrying foreign observers. If China ought to be even more connected with the global economy, Chinese weaknesses become everyone else’s business as well. Consider the impact of a financial crisis: In 2008, the bubble burst in the US but caused a domino effect around the globe. Next time, Chinese credit-fuelled debt levels might start the trouble. If the country does not address the fragile nature of its economy, the whole world – inextricably linked via finance and trade – might pay the bill. Advice from the West: Reform your economy first, then open it up to the world!

Power pressures

Yet, China might be inclined to turn the advice on its head and start with opening up. If the Communist Party aspires after greater monetary power in the international arena, as some have argued, it will face the need of letting go of some control over capital and currency. This might be in the interest of those who want to see a Chinese global power with a widely shared currency. It might just not be beneficial for financial stability. Greater integration with the world is probably good for international trade, but first the institutions should be strengthened and the financial rulebook clearly defined.

Still, there is a case for optimism to be made: If there is one thing China can perform better than any other country, it is adaptation. History has shown that the Chinese society is able to undergo sweeping transformation, maybe not with ease but often with success. The People’s Republic might have to prove this adaptability again soon – for the benefit of its citizens and the global economy.

 

 


Versione italiana (traduzione Giulia Rupi)

Il volto fragile della Cina: le fondamenta instabili di una economia ambiziosa

Nonostante l’impressionante tasso di crescita che ha marcato il passato trentennio, la favola economica della Cina non è affatto la storia infinita. Con le pressioni per il potere monetario e le richieste avanzate dai cittadini, delle riforme strutturali nel paese sono inevitabili. Senza di esse, il mondo intero subirà il costo di un fallimento politico.

I numeri parlano da soli: con un aumento del reddito pro capite del 8,7% tra il 1980 e il 2014, il peso dell’economia cinese è raddoppiate ogni otto anni. Dopo decenni di crescita mediocre, produttività stagnante e periodi di carestia, come durante il “Grande Balzo in Avanti”, la Cina ha imparato a produrre, esportare e a incrementare la resa. L’Ufficio Politico comunista può essere orgoglioso: la Repubblica Popolare ha sorpassato potenze globali come il Giappone, la Germania o gli Stati Uniti.

Tuttavia, non tutti guardano al successo della Cina con fervente entusiasmo. Nonostante i paesi sviluppati occidentali, fra tutti gli USA, beneficino delle importazioni cinesi a basso costo che alla fine contribuiscono i loro standard di vita, criticano i metodi che la Cina usa per aumentare il reddito. “Manipolazione monetaria” e “ingiusti vantaggi economici” descrivono le accuse di quelli che credono che la Cina promuova squilibri globali a suo proprio beneficio.

Una finanza fragile

Essere un po’ il capro espiatorio non – e non dovrebbe – preoccupare il regime comunista. Non è tanto la pressione dall’esterno, comunque, quanto invece le dinamiche interne che minano la sua stabilità economica che dovrebbero tormentarlo. La ragione è che l’impressionante crescita degli anni precedenti è stata costruita su fondamenta instabili. Il settore finanziario è lontano dal raggiungere la sofisticazione delle controparti occidentali, il PIL è sempre più trainato da un credito in costante espansione ed i cittadini chiedono una migliore ripartizione del reddito nazionale.

Queste tendenze stanno preoccupando gli osservatori internazionali. Se la Cina dovesse integrarsi di più nell’economia globale, anche i punti deboli dell’economia cinese diventerebbero affare di tutti.  Basta considerare l’impatto di una crisi finanziaria: nel 2008la bolla scoppio negli Stati Uniti ma causò un effetto domino in tutto il pianeta. La prossima volta, i livelli di debito alimentati dal credito potrebbero provocare il problema. Se il paese non affronta la natura fragile della sua economia, il mono intero – inestricabilmente connesso dalla finanza e dal commercio – potrebbe pagarne le conseguenze. Consiglio per l’Occidente: prima di tutto riformare la propria economia, poi aprirla al mondo!

Le pressioni del potere

Nonostante tutto, la Cina potrebbe essere incline a stravolgere il consiglio e cominciare ad aprirsi. Se, come alcuni sostengono, il Partito Comunista aspira ad un maggior poter monetario nel panorama internazionale, dovrà affrontare la necessità di allentare il controllo sul capitale e sulla valuta. Questo potrebbe essere nell’interesse di quelli che vogliono vedere un potere globale cinese con una valuta più largamente condivisa. Potrebbe rappresentare un beneficio non solo per la stabilità finanziaria. Una maggiore integrazione nel mondo è probabilmente buona per il commercio internazionale, ma prima di tutto, di dovrebbero rafforzare le istituzioni e definire chiaramente la regolamentazione finanziaria.

C’è comunque una ragione per essere ottimisti: se c’è una cosa che la Cina sa fare meglio di qualsiasi altro paese è adattarsi. La storia ha dimostrato come la società cinese è capace di subire trasformazioni radicali, forse non con serenità ma spesso con successo. È probabile che la Repubblica Popolare debba provare ancora e presto la sua adattabilità – per il bene dei suoi cittadini e dell’economia globale.

Diffondi lo spirito Millennial:

Lascia un commento

Lasciaci un commento

*

error: