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Dorohedoro e le gioie dell’horror grottesco

di Erika Biggio

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Un horror in forma scritta, se non ti chiami Stephen King o Dean Koontz, molto di rado fa davvero paura, perchè si basa sull’immaginazione del lettore e sull’autosuggestione: di base ti spaventi da solo. Un horror a fumetti è ancora più difficile che possa spaventare, dato che pur avendo lo stimolo visivo è totalmente carente degli altri stratagemmi sensoriali che in un film horror ci fanno saltare sulla sedia; quindi come si può rimediare ad una carenza di questo tipo? 

Ma è naturale, col sangue.

Un sacco di sangue.

E disegnando cose davvero disgustose, se possibile.

Dorohedoro è un fumetto che si potrebbe considerare fantasy horror con una LEGGERISSIMA sfumatura splatter; nasce nei primi anni 2000 dalla china del maestro Q Hayashina (il manga è ancora in corso di pubblicazione in Giappone, ed in Italia è edito da Panini Comics – Planet Manga) e diventa in breve tempo uno dei migliori fumetti horror che si possano trovare nel paese del sol levante: pur non facendo davvero paura (l’unico fumetto giapponese che davvero trovo inquietante è Gantz, per motivi totalmente psicologici), le immagine grottesche e i dettagli macabri lasciano sempre il lettore a bocca aperta, in attesa del prossimo avvenimento totalmente fuori dagli schemi.

 

 

La prima cosa che colpisce di Dorohedoro è sicuramente lo stile grafico, decisamente anni ’90, dettagliatissimo e grezzo al tempo stesso, non trascura alcun dettaglio orrendo e vomitevole, per la gioia del lettore, e benchè inizialmente caotico soprattutto nelle scene molto movimentate, facendoci l’occhio diventa estremamente godibile e sempre genuino.

Da buona scettica avevo attribuito a quest’opera una storia editoriale breve, non trovando grandi spunti di sviluppo nella trama di un tizio che un giorno si sveglia con una testa di caimano al posto della propria (ovviamente il protagonista si chiama Cayman) e invece mi sbagliavo: l’autore crea due mondi paralleli e complementari, uno abitato da esseri umani e l’altro da Stregoni, gli unici a poter passare da un mondo all’altro grazie a speciali porte che ogni fruitore di magia sa creare, ricco di personaggi e situazioni intricatissime.

Il nostro protagonista gira per il mondo infilandosi la testa degli Stregoni in bocca per poi porgli la singolare domanda “Cosa ti ha detto l’uomo all’interno della mia testa?” e se la risposta non è di suo gradimento l’unica soluzione possibile è, ovviamente, uccidere il malcapitato: già, perchè come se non bastasse la testa di caimano (che spara aculei), un tizio “vive” nella gola del protagonista, che assolutamente non ha alcun indizio, ed è quindi costretto a crercare risposte un po’ a casaccio, sempre accompagnato dalla fida Nikaido, imbattibile lottatrice di arti marziali e cuoca sopraffina, per portare alla luce il proprio passato e spezzare la maledizione che lo affligge.

L’horror è un genere che è difficile prendere sul serio in qualsiasi forma si presenti: o si tratta di capolavori assoluti o rientra nella fascia medio bassa della scala creativa. Dorohedoro riesce a mantenere acceso l’interesse del lettore tramite una trama che diventa man mano sempre più intricata, con l’introduzione di un gran numero di personaggi e situazioni che nascono dal background del protagonista, progettato veramente nel dettaglio. Possiamo quindi godere dello svilupparsi di una storia ben pensata benchè spesso sfoci nel grottesco, saltando con disinvoltura da momenti tragici a situazioni totalmente idiote.

Lasciate quindi ogni barlume di sanità mentale e godetevi il viaggio in un mondo devastato, in cui gli stregoni sperimentano sugli esseri umani privi di poteri, nel quale è normale essere semidivorati da un tizio con la luna storta e dove si trovano i migliori gyoza del mondo.

 

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