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Re (e regine) di Coppa

di Luigi Ercolani

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Una volta gli italiani erano re di coppa. Coppa dei Campioni, Coppa Korac. Poi sono diventati, bontà loro, re delle coppe nazionali. E poi neanche di quelle, se è vero che Milano fa la parte del lupo e tutte le altre squadre, con la sola plausibile eccezione di Venezia, sono invece agnelli.

Sarà il segno dei tempi, o il segno delle tempre. Sarà che i vertici hanno creduto che l’età dell’oro sarebbe potuta dorare per sempre, che l’innovazione si sarebbe cristallizzata. E ora assaggiamo la dura realtà dei fatti, che raccontano di come la locomotiva tricolore si trascini stanca su un binario virtualmente morto.

Ci sarebbe il modo di svoltare. Svecchiare, dare aria ai camerini di troppi attori consumati della politica cestistica italiana. Ma no, andiamo avanti con il vecchio che avanza, mentre Spagna, Lituania e Russia, per dirne tre, eleggono come presidente federale chi in campo (e quell’ “in campo” va sottolineato ed evidenziato) ci stava fino a ieri o all’altro ieri.

Saranno furbi i nostri, che volete farci. Ma già la massima carica FIP che scatta come una serpe contro il presidente di un club (privato) che va a parlare con il reggente di una lega europea (privata) è di per sé un’anomalia. “A.B-Norme” avrebbe chiosato quel tale.

Ma dei nostri guai abbiamo già parlato approfonditamente, per cui possiamo provare, per quanto possibile, a concentrarci sulla cronaca. Che dice che Olimpia Milano, Virtus Bologna e Pallacanestro Schio hanno conquistato le tre prima coppe nazionali per importanza: A maschile, A2 e femminile. Analizziamo ognuna delle competizioni, in breve.

Coppa Italia Serie A

Il dato, innanzitutto: 30.000 presenze complessive. Un numero discreto per quattro giornate di basket, magari non trascendentale ma di certo positivo. Tradotto, significa che, sebbene il motore trainante dell’interesse sia la NBA, comunque gli appassionati italiani sono interessati anche a quello che succede in casa loro.

Segnale importante, da cogliere magari ai piani alti: far sì che i supporter possano riconoscersi in una squadra che non cambia tre/quattro giocatori (troppo spesso gli americani) a ogni mareggiata è il primo spunto su cui fare leva perché il pubblico, quello fisico, quello di carne, sangue e ossa, torni al palazzo dello sport invece che starsene comodamente a casa sul divano.

Che non ci parlino, però, degli impianti. Quelli sono il male minore, e magari qualcuno è pronto anche a digerire un servizio non proprio eccellente se gli viene offerto qualcosa per cui emozionarsi e in cui identificarsi. Che, a furia di sembrare Catone in Censore, non sono e non saranno mai giocatori USA low cost con poca esperienza e, spesso, ego inversamente proporzionale.

Sul fronte tecnico, al di là di Milano, bene Sassari.

La prima stagione intera di Pasquini sta regalando qualche sorriso in più. Spiace pensare che lo scudetto sia arrivato solo due anni fa ma, ça va sans dire, il vento cambia rapidamente, specie se lo si incoraggia con scelte non sagge (ma qui vale il manzoniano “senno di poi”, a volte). Stipcevic e Lawal sono la prova che da noi vale l’usato sicuro, così come lo sono Landry per Brescia, Ragland per Avellino e Bramos per Venezia.

Parziale eccezione Adonis Thomas tra gli irpini e Lacey nella Leonessa, ma se dovessero continuare li vedremo emigrare presto verso altri lidi, per qualche dollaro in più in tasca. Nei tempi recenti, almeno, è sempre andata così.

Coppa Italia A2

Tanto tuonò che piovve. Attenzione mediatica, seguito di pubblico, biglietti e, dunque, virtuale prestigio.

Virtus Bologna-Biella è stato il valzer di punta di un gran ballo organizzato alla perfezione in termini mediatici. Alla fine l’hanno spuntata i bianconeri che l’avevano vinta, si erano fatti rimontare fino a perderla, l’hanno riacciuffata ma con il rischio di vedersela sfuggire nuovamente. È il basket, bellezza.

Il premio di MVP a Spissu è l’epitome di quello che vuole essere questa serie A2: bella, italiana, vincente, convincente, baldanzosa. Biella si è guadagnata il suo posto, così come Trieste e Treviso, due che daranno fastidio nel futuro prossimo. Come la Fortitudo Bologna, assente ma sempre presente, perché non dici Bologna senza evocare il binomio che dopo il bianco porta al blu o al nero, o viceversa.

Lo sponsor Turkish Airlines è stato un grosso colpo, e lo stesso sponsor condiviso con l’Eurolega ci porta al casus belli accennato in apertura il fatto. Ovvero il fatto che il presidente Bucci sia incorso nelle ire di Petrucci perché la Virtus stava programmando un viaggio chez Bertomeu. Un’intenzione di questo genere, peraltro, anche se successivamente delimitata dallo stesso Bucci, conferma che gli obiettivi dei bianconeri sono ambiziosi.

Per raggiungerli, occorrerà però dover superare avversari vecchi (Fortitudo, Treviso, Trieste, Biella, Virtus Roma) e nuovi (Agrigento, Udine, Mantova) che non si scanseranno di certo. Una A2 che vale poco meno della A? Nel basket, in Italia, si può.

Coppa Italia A femminile

Lo avevamo promesso a inizio anno, e ci teniamo a mantenere le promesse. Uno spazio al basket femminile era doveroso, anzi, persino tardivo se dato ora. Lo avevamo pensato già a inizio anno poi non abbiamo mai trovato lo spazio, e l’occasione.

Polemicamente ci verrebbe da dire che è colpa di chi non fa notizia, perché nel mondo dei media vale il “A chi ha sarà dato, a chi non ha sarà tolto anche quello che ha”. Una provocazione intellettuale, ovviamente, ma tant’è.

Schio, dunque. Per la sesta volta nelle ultime otto edizioni, segno che la società presieduta da Cestaro lavora bene. Strepitosa Cecilia Zandalasini, protagonista indiscussa degli Europei Under-20 del 2016, chiusi in Portogallo con un argento.

Lei e Francesca Dotto, insieme a Marzia Tagliamento, Alessandra Formica, Sara Madera, Lorela Cubaj e Martina Kacerik, tutte sotto i ventiquattro di età e tutte impegnate nella Coppa Italia, sono il volto giovane e fresco di una Italbasket in rosa che all’Europeo vuole fare bene. A guidare saranno ancora Sottana, Masciadri, Macchi, Ress, Gatti, Sandri ma dietro la nuova generazione scalpita.

Siamo donne, oltre alle gambe c’è di più. Un cuore a spicchi, per cominciare.

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