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L’ABC del povero campionato italiano di pallacanestro

di Luigi Ercolani

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Ci perdoneranno, i signori lettori, se questo articolo avrà toni e risuoni amari. Vorranno comprendere come, alla vittoria milanese nella Coppa Italia di pallacanestro anno domini 2016/2017 il nostro entusiasmo sia stato pari a quello di Philip J. Fry all’arrivo del nuovo anno.

Anche a noi piacerebbe moltissimo finire in una cella criogenica e risvegliarci nel prossimo millennio. Proprio non sopportiamo i campionati chiusi in partenza, più ancora dei domini prolungati come fu l’egemonia senese a cavallo dei primi due decenni del Duemila.

Vorremmo poter narrare con entusiasmo della vittoria milanese, e lo diciamo anche a chi magari per l’Olimpia ha simpatia e giudica irrispettose queste parole. Meglio irrispettosi davvero che gaudenti per finta, e allora pur riconoscendo il merito a Repesa e alla sua banda di essersi lasciati dietro gli avversari, non ce la sentiamo di sorriderne.

Ogni conquista è frutto di sacrificio, sudore, denti stretti e stomaci chiusi, e guai -guai- a noi se osassimo anche solo pensare che Milano ha fatto sua la Coppa Italia passeggiando su tappeto rosso e bevendo il tè delle cinque all’inglese. E tuttavia non possiamo non notare come i valori tecnici in campo fossero enormemente dispari, nella finale contro Sassari. Una voragine, quando quella di due anni fa in semifinale scudetto era semplicemente una buca.

In una gara già vinta in partenza perdono tutti, anche il vincitore. E così la A2 sottrae attenzioni alla A, quando

“Per colpa di chi?” avrebbe cantato Zucchero. Di Lega e Federazione, la prima impegnata a stabilire formule cervellotiche per accogliere stranieri che non sono meglio dei nostri italiani, la seconda a fare l’amore con la FIBA e fare la guerra alla Lega, nel più classico degli autogoal all’italiana.

Scordiamoci i Bodiroga, i Danilovic, i McAdoo, i Driscoll, i Djordjevic, i Rigaudeau, i Savic, tutta gente che ha saputo fare la differenza. I campioni di questo calibro o simili forse torneranno in futuro quando tornerà a correr moneta, di certo ora se ne stanno lontano dalle coste italiche, frequentando l’Eurolega quando non la considerano un centro di permanenza temporanea in attesa del salto in NBA. Il nostro campionato è popolato di acerbi giovani, vecchie glorie o mezze figure che in cerca di lancio i lidi più soleggiati sopra citati.

Stantibus hic rebus, non ha senso continuare a tenere aperte le frontiere in questo modo. Tornare alla formula degli anni Ottanta, con due stranieri e il resto del roster tricolore, come peraltro ha fatto la A2 con finora ottimi risultati in termini di attenzione e pubblico, sarebbe il primo viatico per ritemprare la pallacanestro nostrana, sia a livello di club che di Nazionale.

Badate bene, il pensiero espresso sopra non è un esempio di faciloneria, di luoghi comuni cialtroni pronti a saltare al primo soffio di vento. Agli italiani è sempre piaciuto guardare verso gli Stati Uniti, ma la realtà è che il modello da seguire in questo momento è molto più vicino, più precisamente dall’altra parte dell’Adriatico.

Nelle terre slave, un po’ per l’influenza sovietica (comunque meno forte di quanto si favoleggia) e molto per l’orgoglio patriottico, si è sempre sempre cercato di fare da sé, di imparare ma senza copiare, di capire e reinterpretare. La nave madre, e chiaramente si fa riferimento alla Serbia, è uscita dalla crisi di risultati della sua nazionale con l’antica ricetta: giovani lanciati a getto continuo insieme a stranieri di qualità.

Ci permettevamo di guardare con arrogante aria di compatimento a questa filosofia, e intanto superavamo di una sola lunghezza i club serbi nel numero di presenze alla Final Four di Eurolega dal 2005 (anno di inizio della crisi delle due scuole) in qua: due (entrambe di Siena) a uno (Partizan Belgrado). Il numero di medaglie nelle competizioni per nazionali? Tre argenti loro (olimpico, mondiale, europeo) e un “Questa è l’Italia migliore di sempre” per noi. Citazione peraltro del presidente della Federazione Italiana Pallacanestro.

Di fronte a un vantaggio tanto esiguo nel primo caso e a una voragine nel secondo, verrebbe da chiedersi se magari non abbiano fatto bene loro. Verrebbe, perché siamo in Italia e dunque ci si picca di imparare sempre da chi è più ricco, mai da chi è più povero. Per poi stupirsi se in Eurolega la Stella Rossa veleggia e si permette di prendersi lo scalpo di Milano pur avendo un organico dalla qualità media inferiore, e non viceversa non si scansa.

Impegnati come sempre a vole’ fa l’americani ci siamo dimenticati che alla fine conta il campo un canestro infilato più dell’avversario, e che puoi essere bravo finché vuoi ma se ti aspetti di vincere perché guadagni di più è meglio cambiare registro alla svelta.

c’è proprio nulla nulla da salvare di questa nostra derelitta Serie A, e della Coppa Italia? No, come sempre non è tutto marcio in Danimarca. Ci sono luci brillanti, esempi a cui ispirarsi e leve su cui fare forza. Un ABC basilare che contiene gli elementi necessari per riavviare il motore della Serie A. 

A come appartenenza

In un torneo dove le squadre pullulano di stranieri, gli italiani sono pochi e gli azzurrabili ancor meno, la Pallacanestro Reggiana ha deciso di percorrere la strada inversa. Ha puntato forte sugli atleti autoctoni, memore forse del fatto che il tricolore nacque proprio da queste parti. Aradori, Stefano Gentile, De Nicolao, Polonara, Della Valle, Cervi sono la colonna vertebrale della nazionale su cui innestare campioni, presunti tali e mestieranti che proveranno a conquistare l’alloro continentale nel 2017. Senza dimenticare, ovviamente, che nel recente passato da qui sono passati Andrea Cinciarini e Niccolò Melli. Questa si chiama recidività.

B come bisogno

Ovvero la capacità di fare di necessità virtù, di ottimizzare le risorse quando sono poche, valorizzandole. l’Orlandina Basket in questo si è dimostrata maestra, guadagnandosi un viaggio alle Final Eight. Ad inizio stagione c’era Fitipaldo a menare le danze, ma quando il Galatasaray ha bussato alla porta con denaro sonante, il play uruguayano è stato lasciato partire. Palla a Laquintana, ora, anche se in dosi ridotte perché è giovane e quindi vale il discorso fatto sopra. Ma questa è solo un peccato veniale, perché tra talenti da ridestare (Tepic e Delas), stranieri misconosciuti (Ivanovic, Archie, Perl, Berzins) e vecchie cariatidi (Nicevic e Diener) la Betaland è un perfetto esempio di nozze con i fichi secchi.

C come competenza 

C’è stato un momento in cui Brescia era ultima in classifica, e già si vociferava che al posto di coach Diana dovesse subentrare il più esperto Recalcati. La presidentessa Graziella Bragaglio invece ha resistito alla tentazione sempre italica dell’esonero prematuro, e ha dato fiducia al suo allenatore e al roster costruito in estate. Chi lavora bene i frutti li raccoglie, nel medio-lungo periodo, e così è stato anche per la Germani, che in Coppa Italia si è permessa di far fuori la maggiormente quotata Venezia.

Landry leader nei punti in campionato, Luca Vitali negli assist, Moore secondo cannoniere di squadra e top nei rimbalzi, Moss solito polifunzionale, Michele Vitali migliore per percentuale nel tiro da fuori e Burns in quello da dentro: non c’è un solo elemento che non stia contribuendo alla grande stagione bresciana. La convinzione nel progetto, gli interventi correttivi giusti, la forza distribuita, si riassumono tutti nella parola “competenza”.

Appartenenza, bisogno, competenza: seguendo questi esempi virtuosi la pallacanestro italiana può rialzarsi e tornare a essere pericolosa dove conta esserlo. Se no, sarà un altro decennio di montagna che partorisce un topolino.

 

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