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Accordo con la Libia e decreto sicurezza: nuove barriere contro le migrazioni

di Luca Rasponi

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Qualcosa si è mosso a fine 2016, con la circolare del capo della polizia Gabrielli che invitava a un inasprimento nelle procedure di rimpatrio. Poi l’annuncio di nuove misure da parte del Ministro dell’Interno Minniti, l’accordo con la Libia e due giorni fa il decreto sicurezza. Ecco come cambiano le politiche migratorie dell’Italia: con la creazione di nuove barriere.

Accordo con la Libia | Migranti somali nel golfo di Aden

La circolare Minniti-Gabrielli

È il 31 dicembre quando esce la notizia di una circolare urgente con cui il capo della polizia e il Ministro dell’Interno invitano le forze dell’ordine a mettere in atto «piani straordinari per il controllo del territorio», in particolare per il «rintraccio» (avete letto bene) e l’espulsione dei migranti irregolari.

Accordo con la Libia | Franco GabrielliGli strumenti individuati per dare il via a questo nuovo corso sono i Comitati provinciali per l’ordine e la sicurezza pubblica. Presieduti dal Prefetto, riuniscono forze dell’ordine e amministratori locali per pianificare e coordinare gli interventi in situazioni di necessità (come ad esempio i grandi eventi).

La circolare ha un valore operativo, non cambia le regole del gioco. Se non che, fin da subito, cominciano a filtrare indiscrezioni secondo cui questa sarebbe soltanto la prima di una serie di misure organiche allo studio del governo. Che starebbe pensando di rilanciare l’esperienza fin qui disastrosa dei Cie (Centri di identificazione ed espulsione) con l’obiettivo di raddoppiare i rimpatri forzati, da 5mila a 10milla annui.

Il decreto sicurezza

È lo stesso Ministro – in un’intervista rilasciata pochi giorni dopo all’Espresso – a spiegare quella che è stata ribattezzata “dottrina Minniti”: «se non c’è severità sul rimpatrio non si fa neppure accoglienza», «sulla sicurezza e sull’immigrazione ci giochiamo gli equilibri democratici dell’Europa e dell’Italia».

Accordo con la Libia | Il Ministro MinnitiUna posizione ufficializzata nei giorni scorsi di fronte alla Commissione parlamentare affari costituzionali, dove il Ministro ha ribadito la centralità dei rimpatri forzati: «se funzioneranno questi, cominceranno a funzionare i rimpatri volontari assistiti». Misura in realtà già messa in pratica, con la “caccia al nigeriano” denunciata dall’agenzia Habeshia.

All’incremento dei respingimenti, la “dottrina Minniti” – che due giorni fa il Consiglio dei Ministri ha trasformato in legge con un decreto sulla sicurezza – affianca un accorciamento dei tempi di risposta per le richieste di asilo, reso possibile in parte da un aumento di organico delle Commissioni per l’asilo.

Ma anche eliminando un grado di giudizio: ad arrivare prima grazie a quest’ultima misura, però, saranno soltanto le risposte negative (se accolgono la mia richiesta, di certo non faccio ricorso). Nell’attesa – che attualmente si aggira intorno ai due anni – i richiedenti asilo potranno svolgere lavori di pubblica utilità, naturalmente non retribuiti.

A completare il quadro, la conferma di un rilancio in grande stile dei Cie: ridotti a 4 in tutta Italia dopo lunghe battaglie, torneranno ad aumentare fino a uno per Regione. Cambiando il nome (Centri per il rimpatrio) ma non la durata massima della permanenza (18 mesi), la cui reale natura emerge chiaramente dall’individuazione di un Garante dei detenuti a tutela dei migranti.

L’accordo con la Libia

Nel frattempo, il 2 febbraio, un ulteriore momento di svolta: il presidente del Consiglio Gentiloni ha firmato a Roma un accordo con la Libia per «il contrasto all’immigrazione illegale, al traffico di esseri umani e al contrabbando, per il rafforzamento della sicurezza alle frontiere e la cooperazione nel campo dello sviluppo».

Accordo con la Libia | Gentiloni e SerrajUn accordo sul modello di quello con la Turchia (blocco dei flussi migratori in cambio di soldi), che ha incassato immediatamente il sostegno dell’Unione Europea lasciando però spazio a più di una perplessità. Prima di tutto perché il governo di Tripoli, rappresentato da Fayez al Serraj, pur riconosciuto dalla comunità internazionale non è l’unico in Libia.

Il rifiuto dell’accordo da parte dell’altro governo libico, quello di Tobruk, potrebbe infatti avere l’effetto di spostare semplicemente nella parte est del Paese il transito di migranti e quindi il traffico di esseri umani, come denunciato da Migrantes e Caritas, che esprimono preoccupazione anche per quanto riguarda la tutela dei diritti umani di chi resterà bloccato in Libia.

Timori condivisi da Amnesty International, Human Rights Watch e Medici senza Frontiere, anche in base a quanto accade in Turchia e negli altri Paesi africani con cui gli Stati europei hanno siglato intese del genere. E intanto l’accordo ha già prodotto un primo effetto: l’aumento degli sbarchi, perché gli scafisti hanno fretta di guadagnare il più possibile prima della chiusura delle frontiere.

Partendo dal presupposto che il prezzo reale di queste misure sarà pagato sulla pelle dei migranti, staremo a vedere come il decreto sicurezza e l’accordo con la Libia cambieranno la gestione dei flussi migratori da parte dell’Italia. Gestione attualmente è disastrosa da tanti punti di vista: violazione dei diritti umani, basso livello di integrazione, illegalità diffusa e malcontento sociale dilagante.

Di certo però insistere come stanno facendo Italia ed Europa sulla strada della chiusura totale delle frontiere e dei (costosissimi) rimpatri forzati non sembra la strada più logica per affrontare un fenomeno che ha assunto proporzioni epocali. L’esame delle richieste d’asilo nei Paesi d’origine, la creazione di corridoi umanitari e un sistema di accoglienza reale, probabilmente, offrirebbero risposte più giuste ed efficaci al bisogno di sicurezza che riguarda – per motivi diversi – tanto gli europei quanto i migranti.

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