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“Black Jesus: The Antology” di Federico Buffa – La recensione

di Luigi Ercolani

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Dici Federico Buffa agli appassionati sportivi comuni e reazione è “Il miglior giornalista sportivo italiano attualmente”. Il sodale di sempre: “Il miglior giornalista sportivo italiano attualmente”. Già sentita. Chi lo ha conosciuto da vicino, e da anni lavora nel settore: “Il miglior giornalista sportivo italiano attualmente”. Cominciano a essere tantini. Dovremo iniziare a credergli.
Federico Buffa è un fuoriclasse. Il migliore? Sì, ci sbilanciamo, il migliore. Un’intelligenza fuori dal comune, padronanza della lingua italiana con pochi eguali, originalità degna del dribbling di qualsiasi campione che abbia raccontato in passato o che racconterà in futuro. Un visionario, da visibilio.
Non vorremmo perderci in un vortice eccessivamente lungo e alla fine stucchevole elogi, con il rischio che sembri una sviolinata di quelle mal riuscite, che sotto il balcone finisce puntualmente con i lamenti legittimi dei vicini e talvolta il secchio d’acqua rovesciato dai piani alti. Il fatto è che non puoi raccontare “Black Jesus: The Antology” senza capire perché si parla di una perla rara, e non puoi capirlo senza essere passato dal suo autore.
Questo volume è preziosissimo per tutta una serie di motivi.
Primo, racconta una serie di storie raccolte in loco dall’autore. La Oak Hill Academy, Mouth of Wilson, Virginia, meglio nota come la scuola dei campioni da rimettere in sesto. La storia, la carriera, le imprese di Pete Carrill in quel di Princeton, università conosciuta per formare presidents e non players. Lamar Odom, partito come maluccio, proseguito peggio, poi rilanciato e diventato campione due volte coi Lakers, verso la fine del primo decennio del Duemila. Hubie e Larry Brown, da una famiglia ebrea newyorchese alla conquista della NBA.
Queste solo alcune, perché ovviamente il libro ne contiene altre, alcune raccontate successivamente (alcuni dei racconti sono della fine de secolo scorso), ma mai così, mai con questa competenza, mai con questa verve, mai con questa genialità.
Buffa è perché Buffa fa. Il più delle volte per chiudere una recensione si dice “Un libro che non può mancare nella biblioteca degli appassionati di…”. “Black Jesus” no, “Black Jesus” non deve mancare.

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