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Lavorare meno per combattere la disoccupazione e vivere meglio

di Luca Rasponi

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Illustration by Mark Matcho / Fortune

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C’è una contraddizione evidente nel mondo di oggi: da una parte i tanti disoccupati, dall’altra chi un impiego ce l’ha e deve sopravvivere a tempi e carichi di lavoro molto spesso eccessivi. È la conseguenza diretta di una crisi finanziaria che taglia le gambe all’economia reale, sottraendo risorse senza ridurre in modo necessariamente corrispondente la domanda di beni e servizi. È possibile risolvere questi due problemi con un’idea sola? Qualcuno ci sta pensando, ripartendo dallo slogan degli anni Settanta lavorare meno, lavorare tutti.

Il giurista Piergiovanni Alleva del gruppo l’Altra Emilia-Romagna sta infatti lavorando a una proposta di legge regionale basata proprio su questo principio, che in termini tecnici si chiama solidarietà espansiva. Uno strumento già previsto dalla contrattazione collettiva italiana, ma molto meno usato rispetto ai contratti di solidarietà difensiva, messi in campo quando tutti i lavoratori di un’azienda che rischia di fallire scelgono di lavorare meno e diminursi lo stipendio per evitare licenziamenti.

In questo caso, invece, si tratterebbe di ridurre la settimana lavorativa “standard” da 5 a 4 giorni, per un totale di 32 ore invece di 40. A fronte di una diminuzione proporzionata dello stipendio (-20%), il dipendente che aderisce avrebbe un giorno libero in più, liberando allo stesso tempo risorse per assumere nuova forza lavoro.

Lavorare meno lavorare tuttiIn Emilia-Romagna, spiega Alleva, basterebbe che meno della metà dei 2 milioni di lavoratori dipendenti accettasse questa proposta per riassorbire completamente le 160mila persone disoccupate. L’adesione, naturalmente, sarebbe su base volontaria: anche per questo l’idea ha suscitato il positivo interesse dei sindacati nonostante l’impatto significativo sulle retribuzioni.

A detta dello stesso Alleva, dopo una sperimentazione nel laboratorio emiliano-romagnolo, la proposta potrebbe anche essere allargata a tutto il territorio nazionale. Una sorta di versione 2.0 della “settimana corta”, la riduzione da 48 a 40 ore ottetenuta tra fine anni ’60 e inizio anni ’70 attraverso la contrattazione sindacale.

Nonostante le inevitabili critiche già avanzate nei confronti di una proposta ancora in corso di definizione, sono in molti a credere che un simile provvedimento avrebbe un impatto positivo sulla qualità della vita dei lavoratori, spesso vittime di stress e ritmi insostenibili.

Se infatti è legittimo pensare che i risultati di una ricerca scientifica isolata siano indicativi fino a un certo punto, lo stesso non si può dire dell’esperimento condotto per due anni a Göteborg (Svezia), che ha dimostrato come lavorare meno comporti miglioramenti tanto nella salute quanto nella produttività dei dipendenti coinvolti. Se la sperimentazione non verrà portata avanti dall’Amministrazione comunale svedese, infatti, è soltanto per i costi troppo elevati dovuti alla scelta – contraria rispetto alla proposta di Alleva – di non ridurre gli stipendi dei lavoratori.

Lavorare meno tempoAll’estero, d’altro canto, c’è chi scommette davvero in grande sulla diminuzione dell’orario di lavoro: è Rutger Bregman, giornalista del quotidiano online olandese De Correspondent, che in un illuminante video realizzato per il Guardian spiega l’idea keynesiana di ridurre la settimana lavorativa addirittura a 15 ore, come proposto anche nel suo libro Utopia for realists: the case for a universal basic income, open borders and a 15-hour workweek (2016).

La solidarietà espansiva potrebbe essere l’idea che manca per traghettare il welfare state novecentesco nel XXI secolo, al riparo dai colpi sempre più duri della crisi economica. Una proposta in questo senso complementare al reddito minimo o di cittadinanza – anch’esso in corso di sperimentazione nel nord Europa – che l’ottimo Maximilian Kritz ci ha raccontato sulle pagine di Discorsivo con un articolo dedicato e un’intervista all’intellettuale francese Gaspard Koenig all’indomani del referendum in Svizzera.

Due facce della stessa medaglia, due misure potenzialmente in grado di cambiare la vita a milioni di persone. Liberandoci da un lavoro vissuto come obbligo e stress, verso quel «pieno sviluppo della persona umana» che la nostra Costituzione indica come finalità ultima della società.

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