Rubriche

Cinque anni di Tiri Liberi

di Luigi Ercolani

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Flashback. Anno domini 2011, fine novembre. Chi scrive, allora, è un ventunenne alla seconda stagione universitaria che sta pian piano iniziando a mettere il naso nella rete. Segni particolari: fame e sete di pallacanestro pressoché inestinguibili, tanto che l’abitudine di redigere articoli facendoli girare (in cartaceo, of course) tra i conoscenti era già iniziata al liceo. Ma questo è un flashback ancora più remoto che magari approfondiremo in un’altra occasione.
Università dunque, e galeotta una compagna di corso che, prima di una lezione, annuncia ai presenti che alcuni suoi amici e conterranei hanno dato vita a un sito, Dissonanze, e che se per caso qualcuno fosse interessato, beh, porte aperte. Una fulminazione, letteralmente.
L’incontro fatidico è al Caffè Belmeloro qualche settimana dopo, a inizio dicembre. La situazione per lo sport è grossomodo questa: chiaramente la priorità è qualcuno che scriva di calcio, perché comunque è quello che attira. Per il basket, beh, ci si può ragionare, in un secondo momento. Do la mia disponibilità anche per il pallone, perché, dài, in fondo è comunque entrare in una redazione, e di palla a spicchi ne so quanto di calcio (allora, oggi la prima è nettamente predominante, e per fortuna).
Sarà proprio sul calcio il mio articolo di prova, su Mourinho e il suo essere fuori dagli schemi (ok, sorvoliamo circa la fantasia dell’argomento). Non sarà necessario, perché la persona che scriva di calcio fortunatamente si trova. Semaforo verde per il basket e nasce così Tiri Liberi nome che, in ballottaggio con Air Ball, la mia persona di riferimento in redazione di allora predilige per la sua maggiore attinenza con una testata la cui tagline è “Puoi non essere d’accordo”, e che quindi presuppone una certa libertà di pensiero e di espressione.
Sono stati, da allora, cinque anni intensi. Cinque anni di allenamenti, perché scrivere mi ha aiutato a saper scrivere, a diventare bravo senza saperlo. I complimenti che da un certo momento in poi ho iniziato a ricevere (qui, come altrove), non su mia sollecitazione ma spontanei, anche da addetti ai lavori, non sono un ventaglio con cui pavoneggiarmi, ma la testimonianza che lavorare tanto, lavorare sempre, lavorare a fondo, per una causa che in fondo nulla ti porta se non la felicità di porre i mattoni a un progetto giovane, porta frutti in abbondanza a te in primis. L’esperienza, il know how, fanno parte dei cosiddetti beni immateriali, importantissimi nella vita di ciascuno.
Cinque anni di esperimenti, in cui il testare vari formati mi ha permesso di capire limiti e potenzialità di ognuno di essi, arrivando a capire quale è quello ottimale, almeno fino al momento in cui non mi si balenerà da sé un’altra soluzione più efficace. E intanto, provare rende più saggi.
Cinque anni di fatiche, perché fare informazione in un certo modo, approfondito, non convenzionale, in italiano corretto (fattore da non sottovalutare, visto quello che si legge in giro di questi tempi…) richiede un dispendio di energie e risorse mentali feroce. Andare oltre, mettere il paletto un po’ più in là, provare a stimolare i neurotrasmettitori del lettore per far sì che dopo aver letto il tuo articolo sia soprattutto soddisfatto, “pieno” come quando si mangia, è una fatica erculea, anche per chi porta un cognome che da leggenda prende il nome proprio dall’eroe ellenico. È per questo che la rubrica negli ultimi tempi si è fatta via via più irregolare, è per questo che a un certo punto mi sono visto costretto a mollare il colpo. Anche se poi ho ripreso in mano il tutto, perché la nostalgia era troppa e la voglia da fare ancora tanta.
Cinque anni così danno qualcosa e qualcosa tolgono, arricchiscono e fiaccano, come la Bilancia zodiacale il cui ascendente mi accompagna. Il rispetto per il lettore, per chi consuma tempo ad aprire il mio articolo e ancora di più per chi lo consuma scorrendo quanto ho scritto, mi ha sempre impedito di buttare su, quando mi mancavano tempo e/o forze, argomenti random, liste casuali, confronti mainstream improponibili in stile “Meglio Kobe o LeBron?”. Grazie, passo, non è così che credo debba funzionare, anche a costo di saltare una settimana o di uscire qualche giorno dopo, ma ovviamente è visione idealistica tutta mia e non mi sento di criticare lapidariamente chi fa scelte di segno opposto.
Ecco, alla fine di questa lunga e stranamente autoreferenziale storiografia di Tiri Liberi, mi sento di dire una sola cosa a chi ha avuto la pazienza e la cortesia di leggermi fino a qui: se questa rubrica è ancora in piedi dopo tanto tempo, se può festeggiare oggi il suo quinto anniversario, se è addirittura la prima più antica ancora attiva e la seconda complessiva della testata, è stato grazie all’utopia che, a livello sportivo, l’informazione approfondita trovasse ancora terreno fertile, interesse, che il web e la sua velocità e il non-ho-tempo non avessero soppresso del tutto e in tutti la fame e la sete che avevo anche io a vent’anni tra ultimo anno di liceo e primo di università, quando a saziarmi avevo solo American Superbasket e Guerin Sportivo.
Gli Stati Uniti come al solito hanno tracciato la rotta anche se Grantland, nato nel giugno 2011 e chiuso nell’ottobre 2015, è durato pochino per la portata che aveva. Una perdita, letteralmente, anche se io non ne sono venuto a conoscenza… fino alla sua scomparsa, e al clamore che ha generato. Un clamore che però è un segnale di ottimismo, perché vuol dire che quella fame e quella sete in più d’uno sono ancora vive, e aiutano l’utopia a restare viva.
Come le fate di Peter Pan, quelle che per mantenerle vive hanno bisogno che si dica: “Io credo nelle fate”. Ecco, io, noi, dato che adesso ho anche un compagno di avventure nel viaggio della pallacanestro, crediamo ancora nell’informazione sportiva approfondita.
Grazie a tutti voi, perché leggendola la mantenete viva.

 

 

 

 

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