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Ave Cesare

di Luigi Ercolani

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Il suo compleanno lo passerà a casa, molto probabilmente nelle adorate Marche. Una settimana esatta dopo Capodanno, mentre tutti stanno per tornare al lavoro, magari non troppo lucidi a causa delle festività del periodo, lui celebrerà il suo compleanno numero sessantadue a casa e non in campo. Se non è un insulto questo. Il soggetto, rimettendo insieme gli indizi che abbiamo seminato tra titolo ed intro, è Cesare Pancotto. Esonerato qualche settimana fa dal signor Vanoli, proprietario della Cremona fu Soresina, che da questo punto di vista non è che si sia fatto mancare exploit. Tutt’altro.
Negli ultimi anni abbiamo visto: salutato Caja dopo la salvezza del 2010, in favore di Tomo Mahoric; esautorato Mahoric nel 2011/2012 dopo la salvezza della stagione precedente, per far posto al ritorno di Caja; esonerato Caja dopo la salvezza del 2012 per far posto all’assistente Gigio Gresta; esonerato Gresta (bravi, dopo la salvezza 2013, avete intuito) per far posto a Pancotto; esonerato Pancotto dopo il quarto posto in stagione regolare e la semifinale di Coppa Italia per far posto all’assistente Lepore.
Ora, questo sarebbe anche ordinaria amministrazione (dalle nostre parti, altrove molto meno) se non fosse che tutte le situazioni citate hanno un pericoloso filo conduttore in comune: dopo aver dato il benservito al proprio coach di turno, il patron cremonese ha quasi sempre deciso di intervenire sul mercato per rinforzare la squadra (tranne nell’ultima occasione). Già, dopo. Meglio soprassedere e parlare del nostro personaggio, che questi italici malcostumi ci procurano un principio di ulcera.

Pan… d’oro
Lo ammettiamo, quella del gioco di parole tra Pancotto e pandoro non è… farina del nostro sacco, tanto per restare in tema. L’idea è quel genio anticonformista e non allineato di Claudio Pea, che fortunatamente con Oscar Eleni su “Indiscreto” è una delle poche voci controcorrente che mettono ancora il dito nelle piaghe (che oseremmo definire “da decubito” vista la staticità) della palla a spicchi nostrana sperando che trovi la forza di liberarsi di certi comportamenti malsani. Tipo quella di liberarsi degli allenatori che ti hanno fatto fare un salto di qualità e ti hanno portato a risultati oltre le aspettative.
Perché chiariamoci: pur essendo convinti sostenitori del refrain secondo cui alla fine conta chi va in campo, siamo altrettanto consapevoli che un coach come Pancotto per la serietà con cui lavora, per l’abilità, più punti di quelli che la sua squadra normalmente guadagnerebbe. Che poi in fondo vuol dire essere bravi nel mestiere dell’allenatore, che, almeno nella concezione moderna, ha il compito di gestire al meglio le risorse a disposizione per ottenere un determinato risultato.
Certo, queste risorse pur sempre devono esserci. E se risulterebbe difficile, per dire, mandare avanti la Lamborghini con ragazzi appena usciti da un corso di formazione professionale per meccanici, così è difficile salvare una squadra costruita senza le certezze necessarie per questo obiettivo.
Per essere cristallini: Cremona ad inizio anno partiva con un gap notevole. Persi i direttori d’orchestra della passata stagione (Vitali, Cusin, McGee, Washington), l’assetto era completamente da ristrutturare. C’era da mettere insieme un semiesordiente come Holloway e un rookie come Gabe York, ora peraltro tagliato in luogo del più esperto Harris. C’era da far ripartire Omar Thomas, che non era più il giocatore dei dì riminesi. C’era da dare fiducia a Biligha, da qualche anno pallino di chi scrive ma mai veramente considerato in A se non come role player.
Che questa diventasse una squadra ultravera dall’oggi al domani era utopia pura, ma se c’era qualcuno in grado di arrivarci nel lungo periodo era il buon Cesare. Non per sfiducia nel neo-allenatore Lepore, cui facciamo gli auguri (visti i precedenti…), ma perché Pancotto è davvero un tecnico sopra la media. E questo perché è, riteniamo, una persona sopra la media.

Terre degli uomini

A fondo articolo abbiamo allegato un video nel quale il coach marchigiano si racconta. Se avete orecchie per intendere, e siamo sicuri che le avete, prestategli attenzione. Dal primo minuto in poi non ci sarà una parola che è una che non vi rapirà, non vi intrigherà.

Cesare Pancotto è uno che parla di “dovere sociale”, “percorso pubblico”, “pilastri”, “confidence”, “yesman”, “sel-made man”, per quanto riguarda il mestiere dell’allenatore. Uno che parla con affetto delle terre in cui ha lavorato, anteponendo il fatto che il suo mestiere ha costretto la sua famiglia a spostarsi. Già, le sue terre.

C’è la Sicilia di Barcellona Pozzo di Gotto, c’è la Toscana di Siena e Pistoia, c’è il Friuli di Udine e il Venezia-Giulia di Trieste (in due tranche), c’è la Campania di Avellino (anche qui, in due momenti distinti), c’è l’Emilia della Reggiana e della Fortitudo, l’unica retrocessione patita in carriera ma in situazione da acqua alla gola, meglio non rivangare per carità di patria.

Dovunque sia andato, Cesare Pancotto ha lasciato buona memoria di sé, ha raggiunto risultati di livello, non avendo mai il roster per competere il vertice ma talvolta costruendoselo, con il lavoro in palestra. Due premi di allenatore dell’anno a distanza di una decade (2006 e 2016) ne sono un segnale inequivocabile.

Pazienza se questa volta qualcuno si è lasciato prendere dalla fretta. Andrà meglio la prossima. Magari per il tricolore.

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