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Scotland and the EU: Torn between two worlds

di Maximilian Kriz

Pubblicato il

Remaining part of the United Kingdom or becoming a sovereign state within the EU? Scotland’s governing party SNP is at a crossroads: A wrong turn could cost it dearly.

First act, September 2014: The Scottish government has dreamt of a referendum on independence for decades. When Scotland finally gets to vote on it, the Scots decide to stay in the United Kingdom. The question seems settled for at least a generation, but the Scottish National Party SNP is unwilling to give in. During the campaign, its membership number almost doubles, which is seen as indirect support for a sovereign Scotland.

Second act, September 2015: In Paris, Scottish MEP Alyn Smith meets a group of pro-European students. During his talk, he stresses the likelihood of a second referendum if Britain were to leave the European Union – Brexit acts as a “game changer”, to use his own words. Nine months later the previously unthinkable becomes reality: The UK does indeed turn its back on the EU. The million-pound question now is, has the time come for the SNP to fulfil the promise?

In or out?

Fast forward to the present day. Listening to the SNP’s party leader and First Minister Nicola Sturgeon, one might get the impression that she is ready to do whatever it takes in order to obtain another independence referendum. Her authoritative, almost threatening rhetoric centres around a message of, “Grant Scotland access to the European Single Market or we will leave!”

SNP leader Nicola Sturgeon (Photo: JJ Mitchell/Getty Images).

SNP leader Nicola Sturgeon (Photo: JJ Mitchell/Getty Images).

Luckily (for the English and Scots alike), not everyone in her party is a hardliner. On the 10th of November 2016 the minister responsible for representing Scotland in the Brexit negotiations, Michael Russell, came to outline his strategies in front of Edinburgh University affiliates. His tone was friendlier and more reconciling than that of his leader – a characteristic that might get him more attention in the run-up to a Brexit deal. And his carefulness to consider both sides of the debate was surprising, almost irritating, to the predominantly young audience.

As it stands, he argued, Scotland has three options. First, it can accept whatever terms the UK negotiates with the EU. Second, it can try to ensure special concessions in the treaties. Third, it can aspire to become independent. None of these options seems completely impossible at the moment. Although, we should ask, can it really be desirable for the SNP to hurry into another referendum?

2014 all over again

The 2014 referendum was an event of rare political thoroughness where students, adults and seniors alike were incorporated into a wide-ranging discussion about the pros and cons of remaining a part of the UK. The Scots recognised what was at stake, and they made an informed decision. Therefore, justifying yet another vote will be difficult. Providing more information? Hardly necessary. Touching upon new issues? Neither. However, does Brexit limit our nation’s sovereignty? Whatever answer we choose to this question will shape which of the three options becomes reality.

The SNP’s strategy could probably not be smarter: Having a noisy leader calling for the independence of its nation while the chief Scottish negotiator is a thoughtful moderate with many years of political experience. Voice for the masses and reason at the table: This can play out very well, but it does not necessarily have to. On the one hand, it feels reassuring that the SNP is representing Scottish interests with such vigour and authority. On the other hand, the party should better be careful not to run blindly into another referendum for the sake of having a loud voice.

After all, only few want to see a Scottish Independence Party in power.

 

Versione italiana (traduzione di Giulia Rupi)

La Scozia e l’UE: divisi fra due mondi

Rimanere parte del Regno Unito o diventare uno stato sovrano all’interno dell’UE? L’SNP, il partito scozzese in carica al governo, si trova ad un bivio: andare nella direzione sbagliata gli potrebbe costare molto caro.

Atto primo, settembre 2014: sono decenni che il governo scozzese sogna un referendum per l’indipendenza. Quando la Scozia finalmente ottiene la possibilità di votare, gli scozzesi decidono di rimanere nel Regno Unito. La questione sembra sistemata per almeno una generazione, ma il Partito Nazionale Scozzese (SNP) non è disposto a lasciar perdere. Durante la campagna, il numero degli iscritti quasi raddoppia, tanto da far pensare ad un sostegno indiretto alla causa dell’indipendenza scozzese.

Atto secondo, settembre 2015: a Parigi, il parlamentare Alyn Smith incontra un gruppo di studenti a favore dell’ingresso in Europa. Durante la discussione, Smith evidenzia la possibilità di un secondo referendum se la Gran Bretagna decidesse di lasciare l’Unione Europea – il Brexit cambierebbe le carte in tavola, se vogliamo usare le sue parole. Nove mesi dopo, quella realtà così inimmaginabile diventa realtà: il Regno Unito gira davvero le spalle all’UE. Ora la domanda da un milione di dollari è: è arrivata l’ora che il SNP mantenga la promessa?

Dentro o fuori?

Tornando ad oggi. Ascoltando il leader del partito SNP e primo ministro Nicola Sturgeon, si potrebbe avere la impressione che sia pronta a fare qualsiasi cosa pur di ottenere un altro referendum per l’indipendenza. La sua retorica autorevole, quasi minacciosa, è incentrata sul messaggio “Accordate alla Scozia l’accesso al Mercato Unico Europeo o ce ne andiamo!”

Fortunatamente (sia per gli Inglesi che per i scozzesi) non tutti all’interno del partito sono sostenitori della linea dura. Il 10 novembre 2016, il ministro addetto a rappresentare la Scozia nelle negoziazioni del Brexit, Michael Russell, ha illustrato le sue strategie davanti agli affiliati dell’Università di Edimburgo. Il suo tono è stato più amichevole e conciliatore di quello del suo leader – una caratteristica che potrebbe procurargli maggior visibilità in vista di un trattato Brexit. E la sua prudenza nel considerare entrambe le parti del dibattito è stata sorprendente, quasi irritante, per il pubblico predominantemente giovane.

Per come stanno le cose, ha affermato, la Scozia ha tre opzioni. La prima, accettare qualsiasi condizione il Regno Unito negozi con l’UE. La seconda, provare ad ottenere delle speciali concessione nei trattati. La terza, aspirare a diventare indipendente. Nessuna di queste opzioni sembra completamente impossibile al momento. Ciononostante, dovremmo chiedere, è veramente auspicabile per l’SNP fare pressioni per un altro referendum?

Un altro 2014

Il referendum del 2014 è stato un evento di rara completezza politica, dove studenti, adulti ed anziani sono stati inclusi in una estesa discussione riguardo i pro e i contro di rimanere parte dello UK. Gli scozzesi hanno riconosciuto cosa era in gioco, ed hanno preso una decisione informata. Perciò trovare una giustificazione per un altro voto sarebbe difficile. Dare maggiori informazioni? Quasi inutile. Toccare nuove questioni? Anche. Tuttavia, un Brexit limiterebbe il potere della nostra nazione? Qualsiasi risposta scegliamo per questa domanda darà deciderà quale delle tre opzioni diventerà realtà.

Ma forse la strategia del SNP non potrebbe essere più astuta: avere un leader rumoroso che invochi l’indipendenza della sua nazione mentre il principale negoziatore scozzese è un moderato ragionevole con molti anni di esperienza politica. Una voce per le masse e la ragione al tavolo per le negoziazioni: questo può avere dei risvolti molto positivi, ma non necessariamente. Da una parte, è rassicurante che l’SNP rappresenti gli interessi scozzesi con vigore ed autorevolezza.  Dall’altra parte, al partito conviene essere prudente per non incorrere ciecamente in un altro referendum, solo per il fatto di aver alzato la voce.

Dopotutto, solo pochi vorrebbero vedere il Partito Scozzese per l’Indipendenza al potere.

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