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Dubbi e speranze per il post-Calais

di Giulia Rupi

Pubblicato il

La situazione dei rifugiati in Europa ad oggi.

CalaisIl numero di rifugiati che arrivano in Europa è e rimane drammaticamente alto, anche se minore rispetto all’anno passato. si parla di 331.016 persone solo nel 2016, rispetto alle 741.716 del 2015. È ormai chiaro che il recente flusso di immigrazione è un fenomeno inarginabile, perché la situazione continua ad essere invivibile per guerra o povertà in paesi come Siria, Libia o Eritrea, e la gestione degli arrivi e degli sbarchi continua ad essere difficile, per mancanza di una linea guida comune efficace fra i paesi Europei.

Tuttavia, ciò che oggi fa notizia non sono solo i numeri, ma soprattutto il trattamento che viene dato ai rifugiati. Recentemente, Amnesty International ha accusato l’Italia di utilizzare modi violenti e non corretti per ottenere le impronte digitali degli immigranti appena sbarcati e ancora traumatizzati, senza dare loro gli strumenti o le informazioni necessarie per far valere il loro diritto di chiedere asilo nel paese a cui sono diretti.

La questione che ha sollevato più scalpore riguarda però la Francia. Il 27 ottobre 2016, il campo provvisorio di Calais, soprannominato “la Giungla, è stato smantellato senza troppe cerimonie per ordine del governo francese, lasciando nel limbo molte delle persone che vi risiedevano e che hanno rifiutato di farsi ricollocare in altri campi d’accoglienza nel paese, poiché decisi a trovare un modo, legale o illegale, di attraversare la manica per raggiungere il Regno Unito.

CalaisQuesto sorgere di campi provvisori, seguito da un smantellamento forzato e a volte necessario non è una storia nuova. Nel 2002, poco lontano da “la Giungla”, a Sangatte, si era formato sui resti di un ex-centro di accoglienza della Croce Rossa del 1999 un altro campo di immigrati in attesa di attraversare la frontiera. Come si può ben prevedere, il governo inglese aveva fatto pressione affinché venisse demolito e gli immigranti dispersi, per il terrore generalizzato degli inglesi di venire invasi.

Stato e ONG

C’è una constatazione oggettiva e taciuta che sta alla base delle vicende di Calais o degli scandali che riguardano i centri di accoglienza, ed è che i rifugiati sono scomodi. Essere un paese meta per rifugiati implicherebbe la necessità di trovare ed impiegare risorse umane e denaro pubblico per assistere persone a breve e lungo termine, a volte senza la certezza che si sistemino in quel paese.

Nonostante ci siano vari sistemi attuabili, come visti umanitari, reinsediamenti o ricongiungimenti familiari, per evitare la concentrazione in condizioni disumane ed insalubri di persone in bisogno, non sembra esserci davvero la coscienza e la volontà di migliorare le cose. Si continua ad attenersi a linee guida rigide di registrazione degli arrivi, senza una vera assistenza che consti anche di informare gli interessati su possibili soluzioni, alternative o maniere per far valere i propri diritti di rifugiati.

A questo proposito, Lorenza F., medico negli USA intervistata per Discorsivo, volontaria nel 2015 a Calais per l’organizzazione internazionale Global First Responder, racconta fino a che punto la rigidità del sistema impedisce di agire significativamente, anche dal punto di vista medico: Organizzazioni come Medici Senza Frontiere hanno strutture stabili all’interno dei campi, ma i rifugiati non si sentono sicuri di usare queste strutture, perché vengono controllati loro i documenti ogni volta che ci vanno.”

Lorenza F. riferisce anche dell’impossibilità di dialogare con le autorità francesi e di come all’interno del campo di Calais siano state veramente attive solo le ONG. Nessuna traccia di contributo o aiuto statale che non fossero le forze di polizia fuori dal campo, armate di lacrimogeni per impedire qualsiasi fuga. Siamo davvero sicuri che con una maggiore partecipazione statale e legislazioni da parte dei governi le cose non potrebbero migliorare?

Chiara B, volontaria per l’associazione Papa Giovanni XXII, racconta un’esperienza simile vissuta nel campo profughi non organizzato del Pyreos, in Grecia: “La situazione all’interno del campo era di grande stagnazione perché moltissime persone, soprattutto Siriane, erano in attesa di una poco probabile possibilità di ripartire. La situazione era totalmente bloccata dalle scelte politiche da parte dell’Europa e della Turchia di chiudere i confini. Il campo, per un certo punto di vista era una non realtà, un luogo senza tempo in cui delle persone erano in attesa”. Inoltre, l’impressione che fossero attive solamente ONG, come Caritas o UNHCR, è la stessa di Lorenza F.

30024348424_e7ab066092_b-1024x684I campi profughi sono una realtà drammatica che per quanto auspicabile certamente non è evitabile alla fonte, per l’impossibilità delle organizzazioni sovrannazionali di agire in maniera diplomatica e consistente per la pace nei paesi in guerra. Ma ciò che è certo è che lo stato potrebbe e dovrebbe avere un ruolo più importante per quanto riguarda l’organizzazione dei campi d’immigrati e le sovvenzioni. La questione rimane aperta: si riuscirà mai ad avere un impegno più grande da parte dei governi per cambiare le cose ed assistere queste persone che cercano una vita migliore e affichè “Calais” non si ripeta?

 

 

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