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Lucca Comics & Games 2016 – Il futuro del cinema italiano passa dal fumetto

di Alessio Ottonello

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Chi come noi ha avuto la fortuna di trovarsi a Lucca pochi giorni fa, o comunque durante le ultime edizioni del “Comics & Games”, non ha potuto non rendersi conto che il fermento culturale e l’entusiasmo di decine di migliaia di italiani passa da lì alla fine di ogni anno e con numeri sempre crescenti.

Come in altri festival famosi in giro per il mondo, anche nella cittadina toscana si sta cercando, con riscontri positivi evidenti, di mappare gli interessi dei giovani, ampliando la narrazione dal fumetto ad altre forme di espressione, dai giochi di ruolo e videogiochi alle serie tv virali, fino ad arrivare a bussare alle porte del cinema.

Alcuni osservatori attenti come Giorgio Viaro, il giovane direttore del mensile Best Movie, si sono resi conto che ultimamente, senza sforzi innovativi degli organizzatori, i festival cinematografici grandi e piccoli sparsi lungo la nostra penisola faticano ad attirare la gente, sono spenti e poco rilevanti, mentre il Lucca Comics and Games continua ad andare in controtendenza, aumentando la quantità di visitatori in maniera impressionante anno dopo anno (a proposito, l’edizione appena conclusa ha polverizzato ogni record, con oltre 270.000 biglietti venduti e un picco di presenze di 80.000 persone durante la sola giornata di domenica 30 ottobre!).

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Da questa osservazione nasce la volontà degli editori del settore di dirottare l’attenzione del mondo del cinema italiano dalle solite strade battute della commedia cafona e di portarlo a mescolarsi con altri media, come l’animazione e il fumetto, per permettergli quella rinascita sperata ma non ancora realizzata.

Durante questa edizione del Comics, il primo novembre al Teatro del Giglio e poi nella vicina chiesa di San Giovanni, Best Movie ha realizzato i primi due panel, molto interessanti e partecipati, sulle sfide future del cinema nostrano, dal titolo “Oltre il Cinema” e “Il Cinema Italiano e il Fumetto”, a cui noi di Discorsivo abbiamo avuto il piacere di assistere.

Tra i partecipanti a queste chiacchierate, entrambe moderate da Viaro, hanno preso parte Roberto Recchioni, uno dei più importanti sceneggiatori del nostro paese e nuovo curatore di Dylan Dog, alcuni giovani talenti della rete come lo youtuber Dario Moccia e il regista Claudio Di Biagio, alcuni innovatori del grande schermo, i registi del sorprendente “Mine” Fabio Resinaro e Fabio Guaglione, e la nuova superstar del fumetto italiano Michele Rech, al secolo Zerocalcare.

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Insieme, questi protagonisti hanno cercato di sintetizzare i nuovi gusti transmediali dei giovani e di come smuovere le case di produzione nella giusta direzione, parlando di piccole scommesse vinte, la commistione tra strisce disegnate e scene girate, la tendenza alla serialità e di quali divi sono simpatici dal vero e quali meno!

Si è iniziato con Zerocalcare, il fumettista che ha maggior successo a livello nazionale, per via del proprio talento pop che traspare anche dalla personalità rimasta genuina e a tratti timida, il quale nel 2014 è stato intervistato da Best Movie sulle sue passioni cinematografiche e televisive, che cita di continuo nelle proprie tavole, e da allora tiene una rubrica mensile fissa in cui commenta, attraverso il proprio alter-ego disegnato, vizi e virtù dei nuovi film.

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Lo scorso settembre il disegnatore di Rebibbia è stato mandato al Festival del Cinema di Venezia come inviato speciale della rivista, dove ha potuto assistere ai film in gara e commentarli subito dopo con la ferocia irresistibile dei suoi “disegnetti”: così, nonostante si sia perso la proiezione del film di Wenders a causa di un esilarante equivoco e aver temuto di doversi sottoporre alla tortura dell’ultimo Malick, che considera come un nemico dopo il ricordo della noia provata con “The Tree of Life”, Zero ha potuto tratteggiare in maniera originale le categorie della fauna festivaliera: il critico sedicente, che millanta amicizie e finge di appartenere alla stampa; il produttore sedicente, che ha affittato il villone ma non potrà pagarlo se non gli comprano il film e il cinefilo cagacazzi, a cui non va bene mai niente!

Ma anche sui divi incontrati ha qualcosa da dire, come su Emma Stone che oltre ad essere una bella ragazza è anche super umile, sorridente e simpatica, su Jeremy Renner (protagonista di “Arrival”, il film più fico che ha visto al Lido) «un coatto all’antica, con la faccia da pugile di periferia, ultimo di nove fratelli di una famiglia che c’ha una friggitoria, ha dato un pugno al muro perché il condizionatore non funzionava bene!», ma improvvisamente l’attenzione si sposta sul regista danese Nicholas Winding Refn che, per via della risposte secche date durante l’intervista e dell’antipatia rara che ha suscitato, è considerato come il prototipo del divo stronzo.. questo però non diciamolo troppo in giro perché Calcare ha paura di beccarsi una denuncia!

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Si è poi proseguito l’incontro con Roberto Recchioni ed il racconto della sua intervista al padre del fumetto italiano Tiziano Sclavi, che è anche un attento spettatore appassionato di film e serie televisive e ha dato il proprio autorevole parere sulle ultime novità, per poi concludere con qualche parola emozionata di sul reportage di Claudio Di Biagio, che negli Stati Uniti ha visitato gli Studios di animazione Laika: quelli, per capirci, dei piccoli gioielli animati “Coraline”, “Paranorman”, “Boxtrolls” e del nuovo “Kubo e la Spada Magica”, in uscita a breve, tutti realizzati con un misto tra l’artigianale tecnica di animazione a passo uno, detta stop-motion, e le più recenti tecnologie e scenografie digitali.

Nel secondo panel, dedicato alla contaminazione dei linguaggi artistici per smuovere l’industria dello spettacolo italiana, si è parlato del dialogo film-fumetto applicato a “Lo Chiamavano Jeeg Robot”, “Mine” e “Monolith”: tre esempi concreti di successo partito dal basso, da autori giovani e sconosciuti che hanno saputo difendere le proprie idee, litigare per i soldi della produzione, incassare tanti rifiuti, ma alla fine vincere e riscuotere il meritato riconoscimento.

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Per pubblicizzare in maniera efficace “Jeeg Robot”, che prima della sua presentazione a Venezia lo scorso anno era un’operazione sconosciuta e si temeva non riuscisse a fare presa sul territorio nazionale, il produttore Gabriele Mainetti e la sua Lucky Red hanno chiesto a Roberto Recchioni dapprima un parere sul film e poi un aiuto su come poterlo comunicare al meglio al grande pubblico, finendo quindi per commissionargli una sorta di sequel a fumetti, uscito in edicola con La Gazzetta dello Sport, per invogliare la gente ad andare in sala e conoscere il resto della storia.

Con “Mine”, invece, siamo di fronte al successo inatteso ma piacevolmente sorprendente di un piccolo film internazionale diretto da due giovani autori italiani, Resinaro e Guaglione, che grazie alle proprie idee chiare hanno saputo attirare finanziamenti e star d’oltreoceano, primo fra tutti il protagonista Armie Hammer.

Per rappresentare la lotta per la sopravvivenza del soldato che non si può muovere perché ha un piede su una mina, metafora di un uomo bloccato anche su altri livelli esistenziali, i due registi sono partiti da concept visivi ben precisi, delineati in un lungo storyboard, un vero e proprio film disegnato su carta con cui hanno potuto mostrare ai produttori esattamente ciò che volevano realizzare sullo schermo e che ha permesso loro di effettuare le riprese più velocemente.

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Ultimamente alcune case cinematografiche, che tradizionalmente tendono a considerare le forme espressive di film, fumetto e videogiochi come entità separate ed inavvicinabili, stanno iniziando a capire il concetto di transmedialità, perché si trovano di fronte a nuove generazioni di creativi che sono abituati a mescolare nelle proprie opere riferimenti a tutto ciò che amano, e ad aprire la porta anche agli sceneggiatori di fumetti, che hanno continuato a inventare storie originali in Bonelli o in Disney negli anni in cui il cinema si era fossilizzato sulle solite commedie, e che oggi vengono chiamati a collaborare per risollevarne le sorti, realizzando progetti che anche fino allo scorso anno erano considerati impensabili nel nostro paese.

Monolith” fa parte di questa ibridazione tra linguaggi, nasce ancora una volta da un’idea di Recchioni, scaturita vivida durante una notte passata in ospedale, e parla di una madre che lotta per liberare il proprio bambino rimasto intrappolato all’interno di un’auto futuristica e sicura al punto tale da trasformarsi in una trappola.


roberto-recchioniL’autore ha capito subito che il soggetto poteva funzionare, ma il percorso di realizzazione è stato travagliato: opzionato da una casa di produzione straniera, il progetto è rimasto arenato per due anni finché i diritti non si sono sbloccati e sono tornati all’ideatore, il quale, scoraggiato dall’esito, ha deciso di fare da sé trasformandolo in una graphic novel in due parti, la prima delle quali è già uscita, edita da Bonelli. Nel frattempo però un’altra casa cinematografica ha chiesto se era possibile farne un film e da lì si è ripartiti, anche grazie all’interessamento di Sky e alla lungimiranza della nuova direzione della casa di Dylan Dog, con lo sviluppo di ben due versioni della storia per i diversi medium.

Recchioni, in collaborazione con il regista Ivan Silvestrini e il disegnatore Lorenzo Ceccotti (in arte LRNZ) partiti per Los Angeles in una rocambolesca avventura creativa, ha sviluppato la sceneggiatura per il cinema, rappresentata poi in ben 1.300 disegni di storyboard bellissimi ed estremamente dettagliati.

monolith-imgPerché non ci vuole molto a capire che il fumetto rappresenta una miniera di immagini spettacolari inesauribile anche per il grande schermo che il disegnatore, regista di sé stesso, può ricavare dalle proprie idee in poco tempo e rinnovarsi di continuo: le prime immagini dai set del film live-action tratto da “Akira” o del sequel di “Blade Runner” sono di certo sconvolgenti, ma in realtà si possono vedere invenzioni visive più audaci semplicemente girando tra gli stand del Lucca Comics!

Ma purtroppo fino a poco fa la possibilità di trasformare la fantasia in realtà su pellicola era limitata, ad esempio Luc Besson già vent’anni fa avrebbe voluto realizzare “Valerian e la Città dei Mille Pianeti”, ispirato ad una classica “bande dessinée” d’oltralpe del 1967, ma, non avendo a disposizione la tecnologia necessaria, si dedicò allo sviluppo de “Il Quinto Elemento”; oggi finalmente ci è riuscito e qualche immagine in anteprima è stata mostrata proprio durante la rassegna lucchese.

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Con l’avvento di registi/disegnatori, la progettazione su carta e la costruzione dei set dal vero traggono giovamento dallo scambio reciproco di informazioni visuali che rende più economica e veloce la produzione di film e serie, permettendo un approccio più indipendente ed originale ai generi forti che possono venire esplorati in chiave diversa, come l’esempio di “Mine” che, nonostante un passaggio in sala troppo veloce ed in sordina, ha potuto incassare il doppio del ricavo previsto.

Con premesse del genere, forse un nuovo cinema italiano è davvero possibile.

 

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