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Vincitori e vinti nella lotta per i diritti umani: la storia di Golrokh

di Giulia Rupi

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Il mondo di oggi non è molto migliore di alcuni secoli fa. L’utopia più grande e bella, ovvero la fine delle guerre e la convivenza pacifica e rispettosa fra persone e popoli diversi, è un traguardo che sembra sempre lontano e irraggiungibile. Il paradosso ridicolo è che ciononostante continuiamo a riempirci la bocca di parole come civiltà e modernità e progresso. Tristemente, la verità è un’altra: evolverci dal punto di vista umano ci costa molto di più che superare traguardi tecnologici o allargare i limiti della nostra conoscenza del mondo.

libertà di pensiero

Golrokh e suo marito

La notizia più recente che ci da un senso dell’immaturità del genere umano oggi è l’ingiusta incarcerazione di Golrokh Ebrahimi Iraee, seguita dalla condanna a sei anni di detenzione da parte di un tribunale iraniano per la grave offesa di aver espresso il suo sdegno riguardo alla pratica della lapidazione, che è ancora legittima in diversi paesi del Medioriente ed in Africa nel caso di adulterio da parte di una donna. Secondo diverse fonti, le opinioni di Golrokh non sarebbero nemmeno state pubblicate ma trafugate da casa sua. Anche il marito, attivista per i diritti umani si trova in carcere. Le accuse sono più o meno le stesse, “diffusione di propaganda contro il sistema” e “offesa alle figure sacre dell’Islam”.

La libertà di pensiero, la coscienza civile e il coraggio di farsi portavoce della denuncia della violazione dei diritti umani sono ancora considerati reati gravi e quindi punibili, perché costituenti un vero e proprio pericolo per l’ordine sociale rigido di molti paesi. Il rischio che spaventa gli ordini costituiti è che la libertà di poter esprimere la propria opinione liberamente possa rendere troppo consapevoli i cittadini di uno stato conservatore o dittatoriale o i fedeli di una religione severa, fino al punto di aprire loro gli occhi sulle imposizioni inutili e limitanti che vengono utilizzate per dare e trasmettere un senso di ordine sociale, di controllo, per dettare modo giusto di comportarsi a cambio di sicurezza e tranquillità ostentate e fittizie.

Le persone che sono andate incontro alla prigione, alla tortura (o alla morte) per esprimere le proprie idee e per volere cambiare le cose sono tante, troppe, e continuano a fare troppa poca notizia. Amnestry International, che si occupa della difesa dei diritti umani, ha coniato un termine per definire questi guerrieri pacifici che per volere un mondo migliore si vedono sottrarre la libertà, ed è prigionieri di coscienza. Questa espressione “si riferisce a chiunque venga imprigionato in base ad alcune caratteristiche: razza, religione, colore della pelle, lingua, orientamento sessuale e credo politico, il tutto senza aver usato o invocato l’uso della violenza”. In termini pratici, avere prigionieri di coscienza è banalmente uno spreco economico e di risorse umane, ma per molti governi, spesso radicali dal punto di vista religioso, è l’unica maniera per mantenere lo status quo ed il potere nelle mani di chi già ce l’ha, e non vuole perderlo in nome di un sistema più equo, democratico e rispettoso, perorato dall’attivista o dallo studente di turno che hanno il cuore e la testa pieni di ideali di libertà e giustizia.

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Raif Badawi

Questo è il motivo per cui il caso di Golrokh non è un caso isolato, ma l’ennesimo di una serie infinita. Come non ricordare i casi di Raif Badawi in Arabia Saudita, condannato a dieci anni di carcere e a mille frustate per il suo blog “Free Saudi Arabians”, che utilizzava per dialogare e discutere sul ruolo della religione, o il caso di Liu Xiaobo, fra l’altro vincitore del premio Nobel per la pace del 2009, ma attualmente in prigione per colpa della sua iniziativa Charta 08, che mirava a raccogliere più firme possibili per trovare un’alternativa al regime monopartitico cinese.

Anche gli studenti possono diventare delle vittime, solo perché non accettano una situazione politica marcia, ricercano, hanno coraggio di mettere in dubbio la legittimità di un regime o semplicemente di vivere in libertà. Fra loro Giulio Regeni, Islam Khalil, Karim e Aser, che si sono dovuti piegare al sistema oppressivo egiziano degli ultimi anni. Più si va indietro nel tempo, più si incontrano storie simili a queste, di uguale o maggior violenza e barbarità. Uno degli eventi più scioccanti che hanno segnato la storia  è sicuramente il massacro di studenti e manifestanti di piazza Tienanmen nel 1989, di cui addirittura ancora non si conoscono i numeri esatti dei morti e dei feriti.

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Piazza Tienanmen (1989)

Una soluzione non esiste a questa violenza inutile, esiste solo la speranza che nel futuro nomi come quello di Golrokh, Giulio, Raif, Liu e tutti gli altri appaiano sui giornali per il loro impegno e il loro desiderio di cambiare le cose, discutere, mettere in dubbio, risvegliare coscienze, rendere il mondo un posto migliore. Se una soluzione non esiste, sì che però esiste una via per non essere passivi e accettare queste violenze, ed è conoscere le storie di questi attivisti ed essere anche noi combattenti pacifici per i diritti umani nel nostro piccolo.

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