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Guida al basket 2016/2017 (tutto quanto, o quasi)

di Luigi Ercolani

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Eccoci. Le giornate si accorciano, le serate si allungano, bambini e ragazzini si affollano davanti alle scuole e ai campetti di basket all’aperto torneranno presto a far posto le palestre, eccezion fatta per qualche ardimentoso che, tra autunno e inverno, quando il meteo lo permette si avventura a fare due tiri en plaine air.

State vibrando anche voi per la stagione entrante che vi vedrà attaccati a qualsiasi declinazione di palla a spicchi si manifesti? Sì? Bravi, perché non rimarrete delusi. No? Male, iniziate a vibrare. Perché ci siamo, e salutiamo con entusiasmo la nuova annata di pallacanestro.

 

Italia: non è un paese per nuovi

Dato che siamo in tema di 883, potremmo dire che è “stessa storia, stesso posto, stesso bar”. In Spagna eleggono come presidente un ex giocatore, Jorge Garbajosa, in Russia un campione appena ritirato, Andrey Kirilenko, e in Lituania addirittura una leggenda del gioco, Arvydas Sabonis. E noi… beh, noi abbiamo il massimo dirigente federale  già in carica per due mandati a inizio anni ’90, che va verso il secondo nel secondo decennio del 2000, e che è stato anche commissario straordinario FIGC e, ça va sans dire, anche presidente del CONI. Possiamo anche omettere il titolo di sindaco di San Felice Circeo, tanto abbiamo capito l’antifona.

Siamo alle solite, insomma, e anche se è tutto da vedere che il nuovo sia meglio del vecchio solo perché nuovo, è altrettanto vero che ogni tanto il nuovo vorremmo anche provarlo. E così la nostra spicchiata si affaccia al 2016/2017 con identiche premesse rispetto al recente passato. Siamo quelli che guardano al proprio orticello, dove si elogia Reggio Emilia che ha costruito una squadra di italiani ma si lascia che questa stessa squadra di italiani non si misuri nella competitiva Eurocup ma obbliga, per accordi tra il suddetto presidente federale e il deus ex machina FIBA, Bauermann, a giocarsi una Champions League che per le nostre presenta come massimi pericoli Besiktas, Pinar, ASVEL, Tenerife, e Partizan Belgrado, AEK Atene e Cibona notevolmente ridimensionati rispetto a quelli che erano quando chi scrive iniziò a seguire il basket, o anche solo a quando iniziò a inchiostrare i suoi pensieri. Con tutto il rispetto, non sono né il Barcellona, né il Fenerbahçe, né il CSKA, e allora dovremo rassegnarci a fare i pesci grossi nello stagno piccolo, e non vogliamo immaginare cosa succederebbe se non riuscissimo nemmeno in questo. La perla, poi: la federazione serba, che come noi ha organizzato il preolimpico, nelle ultime settimane ha bloccato il mercato al Partizan che voleva prendere parte all’Eurocup, costringendolo a virare sulla Champions League. Come da noi, in sostanza, solo che la Serbia il biglietto di andata per le Olimpiadi lo ha guadagnato, e sull’aereo di ritorno aveva pure una medaglia d’argento al collo. Fate vobis.

Per il resto, venendo alla nostra Serie A poverella e bistrattata (anche da chi dovrebbe valorizzarla), Milano parte con i favori del pronostico con la targa “sulla carta”, che ovviamente è di prova in attesa che venga montata quella definitiva che reca scritto “sul campo”. Reggio Emilia sembra ancora una volta l’avversaria più agguerrita, anche se dista qualche lega di distanza, soprattutto per tonnellaggio e esperienza degli uomini a referto. C’è curiosità attorno ad Avellino, c’è fiducia a Venezia sperando che questa sia la volta buona, anche solo per arrivare in finale contro l’Olimpia.

Good old times

Good old times

Paradossale ma non troppo è che a sembrare più interessante, a quasi sostanziale parità di valori, sia la A2. Con tale tradizione e fascino (Roma, Siena, Virtus, Fortitudo, Treviso solo per citare le scudettate), da far impallidire la massima categoria, la seconda categoria si appresta nel 2016/2017 a passare dall’essere il serbatoio minore dalla A alla stella polare, per interesse, della nostra pallacanestro. Sempre che non trovi il modo di tirarsi la zappa sui piedi.

 

 

No-fly (Euro) Zone

Eurolega, dunque. Eurolega che raccoglie il meglio del meglio, almeno per quanto riguarda i dindi a disposizione. In ordine rigorosamente alfabetico: Anadolu Efes, Bamberg, Barcellona, Baskonia, CSKA, Darussafaka, Fenerbahçe, Galatasaray, Maccabi, Olimpia Milano, Olympiakos, Panathinaikos, Real Madrid, Stella Rossa, Unics e Zalgiris. L’Eurocup di cui si è già detto, è ed è sempre stata solo una magra consolazione.

Ora, le scuole di pensiero sono due. La prima: finalmente si è tornati a un’edizione riservata ridotta, quella estesa finiva per comportare magre figure per quelle società (tipo, Sassari, Avellino, Virtus Bologna o la stessa Virtus Roma, per dire delle nostre) che non erano in grado di sostenerne i costi, ora con le grandi si può godere di un torneo competitivo e combattuto. La seconda: è un’operazione di bassa macelleria, costruire un circolo elitario rischia di circoscrivere la crescita e l’interesse verso il basket, che soffre sempre del complesso “più seguito (l’accento potete metterlo dove vi pare, non cambia) degli altri sport ma meno del calcio”.

Chiamateci vecchi romantici, ma noi siamo per la seconda. Corretto, alla fine il peso dell’Eurolega si è rivelata una tagliola per quelle società che non erano in grado di affrontarne il peso, ma un’equa redistribuzione avrebbe di certo favorito una maggiore diffusione della capacità delle stesse. Viceversa, a noi è parso che, sin dall’inizio del nuovo modello di Eurolega, diciamo dal 2003 in poi, si sia lavorato per lasciare potere e denaro (ça va sans dire) nelle mani di pochi. Il fatto che solo sei squadre siano salite sul podio in quindici anni qualcosa lo dice: Panathinaikos,  Barcellona, Maccabi, CSKA, Olympiakos e Real Madrid, in ordine cronologico di vittoria (senza contare le ripetizioni) sono state le sei regine, o reginette vista l’esigua vastità del regno, e guarda caso sono tutte presenti. Nell’albo d’oro non c’è stato spazio per la Milano sciupona, il Baskonia valorizzatore, le turche ricche o fisiche, le tedesche crescenti, e nemmeno per la Siena che dovendo affrontare l’aristocrazia ha scelto metodi per farlo che le si sono ritorti contro in numerose e dolorose maniere. Il sospetto, anche guardando il nuovo format ristretto, diventa sempre più forte.

E allora, concedeteci una domanda provocatoria: se veramente si è lavorato nell’ottica del bene oligarchico e non democratico (due indizi vanno in questa direzione), che differenza c’è tra il sistema nel suo complesso e la Mens Sana? In fondo, non si può provare a concludere  i toscani, su cui peraltro nel post-fallimento è stata buttata polvere (solo nel “post”, perché nel “pre” tutti guardavano altrove, pare), hanno solo cercato di rimanere a galla in un sistema fallato sin dal principio, seguendo il detto “A brigante, brigante e mezzo”?

Badate bene, non vuole essere una giustificazione, né un’operazione di buonismo all’italiana. È, appunto, solo una provocazione.

 

 

Di tutto un po’

Diana Taurasi, stella del basket femminile americano

Diana Taurasi, stella del basket femminile americano

Di NBA ci occuperemo in separata sede, tanto la stagione regolare inizierà il 25 ottobre, e dunque da qui alla prima palla a due “made in USA” avremo tempo per farci un’idea migliore.

Se il Signore ci conserverà nella salute e nelle forze e ci guarderà benevolo, la stagione 2016/2017 per “Tiri Liberi” sarà abbastanza ricca. L’idea, è dare spazio a tutte quelle realtà che non abbiamo potuto approfondire gli anni passati: il basket minors, femminile, giovanile di ambosessi e, chissà, persino a quello in carrozzina se ce ne fosse l’occasione. L’obiettivo primario resta offrire spaccati interessanti, storie emotivamente coinvolgenti o stimolanti per la riflessione. Sin da quando, cinque anni fa, questa rubrica ha avuto origine (cronologicamente parlando è addirittura la più antica di Discorsivo, tra quelle ancora attiva, e la seconda complessivamente), il proposito è sempre stato quello di dare una voce al basket.

Siamo stati fortunati: tra il 2012 e il 2013 l’interesse per la palla a spicchi è aumentato esponenzialmente, anche grazie alle imprese della Nazionale. E allora, ecco che possiamo permetterci di aggiustare il tiro e cercare di puntare l’occhio di bue non solo sul professionismo maschile, ma anche su tutte quelle attività cestistiche che sono marginali solo per chi non le pratica. Lo riteniamo un dovere, in quanto operatori dell’informazione libera.

 

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