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Quando gli aforismi non bastano: 8 poesie sul lavoro

di Giovanni Sommavilla

Pubblicato il

Contrariamente a quanto può suggerire il titolo, queste 7 poesie sul lavoro possono essere lette facilmente da tutti! Unica regola: lasciate andare i sensi e luoghi comuni, pensate ampio e senza imporre delle restrizioni alle immagini che potrete crearvi.
Le 7 categorie di lavoro che vedrete sono abbastanza generiche da permettere a molti di voi di identificarvi (o non riconoscervi per nulla) nel lavoratore. Confido nella sportività di ognuno nel prendersi poco sul serio, nel tormentarsi o meditare per ore. Un articolo dal peso evanescente come questo lo merita!

La vostra obiezione sulla limitatezza della lista sarà più che lecita, infatti questo articolo vuole anche essere un cantiere aperto alle vostre proposte di mestieri e/o poesie. Per questo il titolo dice “8 poesie sul lavoro” pur essendo 7: lo spazio vuoto attende voi. Resta un unico problema. Purtroppo per voi il punto di vista è il mio, quindi mettetevi sotto con la fantasia 🙂

POESIE SUL LAVORO N. 1: L’OPERAIO

(Walt Whitman, da “Foglie d’erba“)

“E allora tutto ritornerà?
Potrà ciascuno scorgere i segni di quanto v’ha di meglio
con un semplice sguardo allo specchio? nulla v’è di più grande, di ulteriore?
Tutto risiede già là in voi, con la sua mistica anima che non si vede?

Per quanto strano e arduo il paradosso,
io affermo che è vero,
gli oggetti grossolani e l’anima invisibile sono una sola cosa.
[…]
Gli uomini e i loro lavori sui ferry, ferrovie, navi di piccolo cabotaggio, pescherecci, canali;
Le usuali faccende della vostra vita, della vita di ciascuno, il negozio, il cantiere, il magazzino, la fabbrica,
Questi spettacoli che sempre ti circondano giorno e notte – operaio! chiunque tu sia, la tua vita quotidiana!”
——————————————-
Fa molta tristezza vedere chi si ostina ancora a soppesare i mestieri in virtù di una mai precisata classifica di prestigio, valore, fatica. Sarebbe bello tornare a vedere l’opera manuale, il gesto pratico, sicuro, affidabile dell’operaio mentre ripara il nostro bagno, vedere la creazione di qualcosa di unico, irripetibile, fatto per tutti noi, per tutti i “non-operai”. Ogni singolo gesto, e a maggior ragione quelli di precisione e pieni di responsabilità come quelli operai e manuali devono essere celebrati. E ricordati.

un operaio al lavoro e la poesia sul lavoro

POESIE SUL LAVORO N. 2: IL MEDICO (psicologo)

(Vivian Lamarque, “Il signore degli spaventati“)

“Aveva una stanza grande e una stanza piccola.
Nella stanza piccola c’era un tavolino grande e nella stanza grande c’era un tavolino piccolo e c’erano due poltrone.
In una sedeva lui, nell’altra sedevano gli spaventati che lui, con sapienza, rassicurava.”
————————————-
Le due stanze separate, il rassicurare, mi hanno portato quasi subito al medico o allo psicologo. Due ambienti separati dove preparare un paziente per un intervento chirurgico, o ad una seduta di consulto psicoanalitico. Entrambi sono e devono essere molto attenti, grandi ascoltatori perché la cura parte dalla socialità, dallo scambio.

 

POESIE SUL LAVORO N. 3: L’INSEGNANTE (educatore)

(Vivian Lamarque, “Il signore degli dei“)

“Nella stanza piccola aveva libri paurosi con antichi animali e mostri.
Coloro che li sfogliavano si spaventavano, fuggivano nella stanza grande dove aveva libri rasserenanti
con figure chiare chiare di nuvole e dei.”
————————————–
Anche l’insegnante deve ascoltare, sempre. Avere orecchie per chi si annoia, chi si spaventa di fronte a certe porte del mondo, certi libri attraverso cui un educatore sceglie di guidare il ragionamento maturo del bambino/allievo. Sono i libri che devono mostrare il volto più umano, impietoso e svilente dell’uomo, quello anche più umile della letteratura e dei suoi autori, le storie di patrioti, che fa paura o inorridire, fraticidi e genocidi, poeti maledetti e tragedie classiche. Ma alla fine un educatore della prima infanzia, un insegnante, sanno anche offrire l’altro volto, quello che fa costruire una corazza, un’educazione al libro giusto, il compromesso tra dolore e “chiare chiare nuvole”.

il professor Keating e le poesie sul lavoro dell'insegnante

POESIE SUL LAVORO N. 4: L’AVVOCATO

(Mario Benedetti, “Il fegato di Dio“)

“Dio padre / gioviale
nello stile di Giovanni ventitré
disse / lasciate che gli scomunicati
vengano a me / lasciateli.

abortisti / eretici
adulteri o gay
marxisti / sacerdoti sposati
guerriglieri
venite a me / liberissimi
che è vostro il regno
dei miei cieli

in certo modo devo compensarvi
per i soprusi innumerevoli
per le offese con enciclica
che i miei vicari vi infliggono

fin dall’Inquisizione
ho il fegato dolente

venite da me scomunicati
figli miei.”
———————————
Non me ne vogliano gli avvocati, ma a volte si può avere la percezione (chissà che non l’abbiano avuta anche loro) di esercitare una professione, da un punto di vista romantico, “elevata”, il discutere della salvezza o colpevolezza di una persona, esercitare la Giustizia, difendere il peggiore dei criminali, o mettere in discussione l’onestà del santo, o costretti ad esercitare/applicare leggi frutto di assunti culturali arbitrari, ma capaci di condannare a vita una persona. Qui, li vedo misticamente buoni, a spada tratta in difesa di diritti universali prima crimini.

POESIE SUL LAVORO N. 5: IL BARISTA/CAMERIERE

(Leonard Cohen, da “Parassiti del paradiso“)

“Ho incontrato i Dottor Cane, Segugio del Poker
in una linda tavola calda
Tutte le fattorie del paese erano al buio a quell’ora
Pensavo al legno e alla gente che dorme
mentre ingollavamo caffè
E con quelle piastrelle e il neon
era come un bar all’aperto a mezzogiorno
in una capitale europea
Il Dottor Cane ha visto la mia faccia insudiciarsi
per via di qualche vecchio ricordo
di cascine e città straniere
dato che sono il viaggiatore che sono
e ha detto
Uno di questi giorni
aprirò una tavola calda
che serve il caffè in tazze fini
tazze di porcellana cinese pelle e ossa
Quello che perdiamo con le tazze ce lo ripaghiamo
in gratitudine
Sei uno che le spara grosse Segugio del Poker
Dove diavolo sei
Sono vent’anni che sto qui
e non ho più sentito parlare di te
né della tua famosa tavola calda.”
—————————————
Chi lavora fino a tardi, a contatto con le persone, deve averne viste molte, troppe da raccontare. A volte si possono confondere per deliri, ma rimane il piacere, la ricchezza e l’intero universo di un pub o bar che serve i suoi clienti. Alcuni, credo, lo respirano come una vocazione, o sogno, l’aprire un locale tutto loro, come un incontro speciale che si pianifica e ci si accorda, ma manca sempre qualcosa per arrivarci.

POESIE SUL LAVORO N. 6: IL CONTADINO

(Buson, Haiku)

“Mentre taglia le risaie,
il sole autunnale
splende sull’erba.”
————————-
Non offre nessuna pietà la vita nei campi, incognite, problemi, imprevisti, sfortune e incongruenze naturali, d’amore e d’accordo con lei, finché non mostra il volto più violento e compromette una vita d’agricoltore. Eppure nessun’altro, mi piace pensare, può godere di un dialogo così vicino con gli elementi naturali stessi, il respirare del campo, capire i suoi ritmi: tra un calcolo di luna e il periodo della maggese, il contadino può offrire stringatissimi pensieri istantanei, belli così come sono, senza metafore o riferimenti cervellotici.

POESIE SUL LAVORO N. 7: IL MARKETER (comunicazione/pubblicità)

(Femi Fatoba, “Uno di quei pochi fortunati“)

“Io sono uno di quei pochi fortunati
che non ha il senso dell’olfatto:

quando il capo lo domanda
e dorme con mia moglie
la fa entrare in casa per un bagno
e la veste col miglior vestito,
una festa di promozione non puzza;

Quando l’Onorevole Ministro adesca mia figlia
e mi zittisce con l’assegnazione di un appalto
è una degna gratificazione del padre
e non puzza;

Quando porto mia madre dallo stregone
per il rituale del denaro
come puoi pretendere che io mi ricordi
l’odore di un cordone ombelicale
tagliato anni fa

O quello del sangue che vincola
quando uso il teschio di mio fratello
come sapone?

Non sento
i rigurgiti di fame dei piccoli bambini
quando gli strappo via i cibo per nutrire i miei cani;

Io sono uno di quei pochi fortunati
che ha perso il senso dell’olfatto.”
——————————————
Il “Marketing” me lo sono sempre immaginato, dal punto di vista professionale, come quel ragazzotto a volte un po’ bullo che fa il duro e gioca secondo le sue regole, che accidentalmente sa tirar fuori anche qualcosa di artistico e poetico quando parla, ma rimane la domanda timorosa: “sente”, crede, vive davvero ciò che dice, o qualsiasi cosa dica sarà sempre e comunque una facciata, una recita commerciale? È anche lui, a volte, uno di quei pochi che ha perso il senso dell’olfatto, di annusare quando è bene essere umani e solidali, ricordarsi chi si è.

poesie sul lavoro del marketer: il sig Burns

POESIE SUL LAVORO N. 8: ?

Ricordati: questo spazio (o anche il n. 9) può essere riempito con le tue proposte. Come puoi lasciare questo articolo cincompleto? Ormai hai letto questo post, NON puoi essere complice di questo crimine!

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Un commento per “Quando gli aforismi non bastano: 8 poesie sul lavoro

  • Costa ha detto:

    Per la mia andata in pensione cercavo poesie sul lavoro di impuegati anche se non ne ho trovato qui in mnaniera specifica credo che queste pubblicate siano ugualmente adatte perche poi alla fine ogni lavoro professione o mestiere sono uguali nel fine e nella loro deontologia

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