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Il native advertising funziona: quando la pubblicità sul web esagera

di Giovanni Sommavilla

Pubblicato il

Una volta approdati sul web, il mondo della pubblicità e del marketing hanno potuto inventarsi in forme di promozione inedite, inventarsi mestieri (“Io di mestiere faccio il creativo”), ma soprattutto resuscitare versioni storiche: il native advertising è una di queste, quella più forte del momento e su cui si punterà maggiormente, visto che funziona.

Tuttavia, a professionisti pignoli come me, questo tipo di pubblicità sul web fa sorgere un dilemma, importante quanto calcolare il ritorno degli investimenti: l’efficacia morale del native advertising.

EXCUSE ME SIR, MA IL NATIVE ADVERTISING COS’È?

 

È presto detto.
Il native advertising è una forma di pubblicità sul web che coinvolge 2 attori attivi e 1 passivo (indovinate chi è il passivo): un’impresa sponsorizza, “lusinga” editori e blogger a scrivere e pubblicare un articolo, all’interno del loro flusso normale di notizie, che SEMBRI una news fresca fresca, in linea col target dei lettori del blog/quotidiano: insomma, una news con la sorpresa dentro.

E la sorpresa dentro è la narrazione di un brand, un suo contenuto. Il cuore del native advertising è proprio questo: se nessuno la riconosce come pubblicità sul web, tutti continueranno a leggere. “Oh marketer, you did it again!

il native advertising secondo i marketers

E quindi, le conseguenze? E’ presto detto:

  • Lettore: distinguere una news genuina, frutto dell’impegno e coinvolgimento “morale”, civico del giornalista, da una marchetta pubblicitaria diventa più difficile del capire la Divina Commedia senza note a margine.
  • Editori (quotidiani online, blog, web magazine): bisognosi di sponsor e di attrarli, concedendo loro appetibili spazi pubblicitari, si girano momentaneamente dall’altra parte, mentre imprese fanno passare contenuti che strizzano l’occhio al brand dentro le “news of the day”. Sì, magari da qualche parte vicino all’articolo compare il bollino “sponsored by”, altre volte no. Si insomma…la maggior parte delle volte no!

ESEMPI, ESEMPI, ESEMPI DI NATIVE ADVERTISING!

 

Crozza credo inserirebbe questa forma di pubblicità sul web tra le geniali intuizioni della “Inc. Cool. 8”.
Ma senza fare moralismi e senza condannare in toto la pratica, è bene fare un esempio chiarificatore.

  1. Se un rispettabile scrittore/poeta X, per esempio, pubblica un post sul suo seguitissimo blog personale dove afferma che <<il seguente post sulle penne Sic>> (non esistono, non sto facendo native advertisign! 😀 ), pubblica una recensione, parla della loro fenomenale caratteristica di non spandere. Questo è un esempio di influencer marketing, forma di promozione chiara che sembra dire subito: <<Ehi lettore in sto articolo parlo di una mia esperienza con una nuova marca di penne: se anche tu ne stavi cercando una di buona qualità leggilo.>>.
  2. Viceversa, se un articolo di un prestigioso quotidiano afferma che: <<La miglior cura da stress? Viaggiare>>, e lo sponsor di tale articolo è l’irreprensibile tour operator Z, allora qualcosa non va.

MORALE DELLA FAVOLA..?

 

Beh non è certo una novità, da sempre il marketing si è spinto verso forme sempre nuove di persuasione, in equilibrio tra il lecito e l’illecito.
Ma è vero, assieme alle opportunità crescono intralci da superare, come gli “ad block” per esempio, le applicazioni che neutralizzano i banner pubblicitari in rete. E il native advertising fa al caso loro, nuovo strumento per rimediare al danno.
Questa volta però si sta toccando uno strumento abbastanza delicato: l’informazione.

Spacciare per articoli o news genuine ciò che è frutto di una strategia di marketing (e senza un’adeguata segnalazione che sono articoli sponsorizzati, la faccenda diventa abbastanza illecita) mina il diritto ad un’informazione (il più possibile) libera e originale*. Dobbiamo farci più attenti noi? Dev’essere più severa la legge? Devono rinunciare a questa moralmente opaca strategia di promozione i marketers (che tanto per aggiungere paranoia può sfociare nell’astroturfing)?

Il resto ve lo spiegherà meglio lui grazie al suo imbattibile humour! Ricordatevi di offendermi o condividermi dalla nostra pagina Facebook o Twitter se l’articolo vi ha smossi! ➡ 💡

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*Non dico “oggettiva” o imparziale perché non esiste nel giornalismo. Chi si professa un professionista della comunicazione dovrebbe saperlo.

 

 

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