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A Silent Voice contro il bullismo

di Erika Biggio

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Tra due settimane si terranno i 28th Annual Will Eisner Comic Industry Awards, che per i non addetti ai lavori si possono tradurre come gli Oscar del fumetto, uno dei premi internazionali più prestigiosi ai quali aspira chiunque decida di fare di carta, penna e baloon la sua vita. Tra i tantissimi nomi in lizza, in una categoria un po’ sottovalutata, troviamo un’autrice e soprattutto un’opera dotata di una potenza comunicativa unica: A Silent Voice di Yoshitoki Oima.

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A Silent Voice (Koe No Katachi) è un’opera non lunghissima, di soli sette tankobon, edita da Kodansha in Giappone nel 2013 e sbarcata in Italia grazie  a Star Comics nel 2015, che tratta un argomento delicato e attuale come il bullismo attraverso un punto di vista del tutto particolare: quello del bullo stesso.

Shoya Ishida è un bambino vivace e avventuroso che trovandosi in classe Shoko Nishimiya, una ragazzina sorda che comunica solo grazie al suo quaderno,  inizia, insieme al resto della classe, a trovarla fastidiosa al punto da renderla quasi non più una bambina ma una fonte di divertimento ed intrattenimento nella noia di tutti i giorni. Questa è una parte del fumetto molto breveasilentvoice1 in realtà, giusto un paio di capitoli, ma che rende con estrema chiarezza il processo di desensibilizzazione a cui la classe va incontro nel momento in cui qualcuno di “diverso” ne disturba il normale andamento. Il fastidio che crea il dover cambiare determinate abitudini e comodità porta il gruppo da essere amichevole e conciliante ad apertamente ostile in poco tempo, passando dalle piccole cose come il non comunicare i compiti a Shoko nell’unico modo per lei possibile all’escluderla totalmente ed infine al farle male fisicamente.

Mentre altri personaggi sembrano rendersi conto della negatività delle proprie azioni e quindi a volte mostrano dei sensi di colpa, Shoya per la maggior parte del tempo considera la ragazzina come se fosse quasi un giocattolo, o una delle lumache che uccide col sale nel tempo libero e spesso sembra studiarla come se appartenesse ad un’altra specie addirittura: in questo le tavole dell’autrice aiutano moltissimo il lettore nella comprensione dello stato d’animo del personaggio, rendendo in maniera efficace e diretta la raffigurazione visiva di un’emozione. La prima volta che Shoko viene presentata in classe e rivela di essere sorda Shoya la vede come se fosse su di un pianeta diverso, lontanissima e aliena, ed è così che la tratterà per la maggior parte del tempo: come una strana creatura, totalmente diversa da lui, da studiare quasi a livello di una cavia da laboratorio.

L’insegnante stesso della classe dei due ragazzini sembra spesso comprendere e condonare gli atti di bullismo dei componenti della classe e addirittura isolare i pochi che cercano di aiutare la povera Shoko, prendendo così effettivamente parte attiva nel processo di esclusione della ragazzina, e dando un’autorizzazione implicita agli studenti di fare del loro peggio, ricordando al lettore che il bullismo non è cosa solo dell’infanzia ma prospera anche in età adulta.

Nel momento cruciale del fumetto Shoya diventa lui stesso vittima di bullismo, considerato l’unico colpevole nei confronti di Shoko, ed arriva a capire e sperimentare tutto quello che aveva patito la ragazzina in una specie di contrappasso dantesco che lo aiuterà a crescere e maturare fino al suo successivo incontro con lei.

Ho trovato A Silent Voice sconvolgente nel suo modo semplice e comprensibile di spiegare sentimenti complessi e oscuri, nel renderli quasi “logici” nella loro involuzione malata, e delicatissimo nel descrivere i processi di crescita, maturazione e di perdono che attraversiamo tutti, chi più chi meno, nella vita.

A Silent Voice è l’esempio perfetto di come un’arte considerata minore dalla massa possa trattare argomenti attuali e dolorosi con profondità e introspezione grazie a giovani autori di talento come Yoshitoki Oima.

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