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Guida alle Final Four di Eurolega

di Luigi Ercolani

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Berlin2016E così anche quest’anno siamo arrivati al climax, al momento clou, allo zenit. E così anche quest’anno l’Eurolega è giunta all’atto conclusivo, le Final Four, che rappresentano il culmine della pallacanestro che non sia targata NBA. E anche quest’anno, come è da tradizione, gli addetti ai lavori italiani guarderanno in tv la tre giorni berlinese, interrogandosi magari sul perché si sia toppato anche a questo giro. Non che sia nulla di nuovo o eclatante, d’altronde è dal 2011 che non mandiamo rappresentanti del nostro paese alle Final Four, e l’ultima fu quella Siena finita nella bufera per le note vicende, già narrate anche da Tiri Liberi. Il fatto che quest’anno ci siano arrivate una neofita, Kuban, e una realtà sempre bella ma poco vincente fuori dai confini nazionali, Vitoria, non depone certo a nostro favore, e a questo punto forse non è neanche più una questione di soldi, perché con tutto il rispetto non è credibile che queste due realtà possano permettersi giocatori migliori dell’Olimpia “Armani” Milano. Queste quindi saranno le Final Four che dovranno far riflettere i nostri vertici, sia a livello privato che federale.

In più, quelle che stanno per aprirsi saranno probabilmente le ultime prima del secondo scisma FIBA-ULEB, che a questi lidi (ça va sans dire) ha già lasciato morti e feriti sul campo tra chi vuole andare con l’una e chi con l’altra. Una situazione grottesca per come è nata e ancor di più per come si sta evolvendo, con il nostro presidente federale che ha scelto la FIBA e che, timoroso di ritorsioni da parte di quest’ultima, ha tuonato contro chi aveva intenzione di partecipare a Eurolega ed Eurocup. Chiariamo le ritorsioni: l’ente internazionale ha paventato l’ipotesi che le federazioni delle squadre ribelli se non avessero fatto rientrare l’emergenza avrebbero potuto “accidentalmente” perdere la possibilità dell’Olimpiade (che resta un’opportunità troppo importante per raccogliere altri appassionati). Chiamatelo ricatto o chiamatelo do ut des, ma sempre lì si resta: la lotta di potere si sta ulteriormente inasprendo, e l’Italia sembra una zona nevralgica, strano a dirsi visto che sul parquet contiamo quel che contiamo. Ma la politica e il campo sembrano seguire binari diversi, seppur paralleli, ed eccoci dunque qui a parlare delle ultime Final Four per come le conosciamo, sperando (ma pare ormai una certezza) di non rivivere un 2001 2.0, non il massimo per la pallacanestro nel suo complesso.

Quelle di seguito, dunque, sono i quattro quadri delle pretendenti al titolo. Buona lettura.

 

 

CSKA MOSCA

Father and son...

Father and son…

L’Armata Rossa può essere definita senza timore di essere smentiti una habitué delle Final Four. Dal 2003 ad oggi ha mancato l’appuntamento solo nel 2011, è arrivata in finale cinque volte e ha vinto il titolo due, anche se l’ultimo risale al 2008. Poi sono venute la sconfitta in finale con il  Panathinaikos di Obradovic a Berlino e passi, quella del 2012 contro l’Olympiakos arrivata dopo avere sprecato un vantaggio di 19 punti in una partita a basso punteggio e passi un po’ meno, poi le due semifinali buttate via, una sempre contro l’Olympiakos e l’altra contro il Maccabi, poi entrambi trionfatori. Insomma, ce n’è che ce n’è per farne letteratura, ma coach Itoudis sa benissimo che si vince guardando al presente e non al passato, e d’altronde essere stato la spalla di Zelimir Obradovic per tanto tempo non può che inculcarti questa mentalità.

Da quando si è seduta sulla panchina che fu del grande antagonista (Ettore Messina) e del maestro (Dusan Ivkovic) del suo maestro, il coach greco ha costruito una squadra meno imponente di quelle passate, ma allo stesso tempo forse più funzionale. Ha rispolverato l’importanza del playmaker, alternando un Jackson che nelle proprie

Milos Teodosic in azione

Milos Teodosic in azione

incursioni punta direttamente il ferro a un Teodosic cui viceversa piace penetrare per trovare il lungo che ha tagliato in area o sulla linea di fondo, lavoro che Vorontsevich è bravissimo a compiere per le sue qualità atletiche e la sua altezza. Ha stabilito giochi semplici, con pick&roll che smuovono la difesa avversaria e spaziature che non consentono a quest’ultima di chiudere l’accesso all’area. Nella propria metà campo, viceversa, il CSKA se necessario si allunga oltre l’arco per mettere pressione agli avversari, sta tra l’uomo e il canestro non battezzando il tiratore e se proprio deve intasare gli spazi lo fa nella zona a rischio, quella del pitturato, magari con in campo un Kyle Hines che con il suo dinamismo è un fattore su entrambi i lati.

Se supererà Kuban, ostacolo non facile, Itoudis potrebbe anche ritrovarsi ad affrontare il proprio maestro, quello che bisogna buttare fuori in semifinale perché se no all’atto conclusivo la vince sempre. È lecito domandarsi se questa tradizione possa essere rotta proprio dall’ex allievo prediletto.

 

LOKOMOTIV KUBAN

A qualche vecchio gerarca sovietico, sempre che ancora ne esistano, sarà venuto un colpo: una squadra russa guidata da un greco il cui gioco è imperniato su quattro americani. Roba da sfilate sulla Piazza Rossa con gli antichi simboli, ma ormai nel mondo globalizzato nessuno o quasi ci fa più caso.

Bartzokas e Randolph, la mente e il braccio

Bartzokas e Randolph, la mente e il braccio

Di certo non Bartzkoas, l’uomo che era sulla panchina dell’Olympiakos nel 2013 quando i rossi del Pireo, ulteriormente impoveriti rispetto all’anno prima, ebbero la meglio sul CSKA prima e sul Real Madrid poi raggiungendo il secondo alloro di fila. Il coach greco ha plasmato la Lokomotiv sulle caratteristiche dei giocatori a disposizione, esattamente come fece con l’Oympiakos, struttura che ha consentito ai rossoverdi di arrivare alle prime Final Four della loro storia. Il costante movimento degli esterni in attacco e i tagli da un lato all’altro dell’area rendono la manovra più attiva e dunque meno soggetta a ciò che la difesa concede, gli spazi stretti vengono sfruttati per favorire l’uscita dai blocchi di Delaney, Claver da lungo apre l’area grazie alla mano educata da fuori e Singleton diventa una presenza sempre pericolosa sotto le plance. Il vero punto di riferimento è pero Randolph: atletico e tiratore allo stesso tempo, la sua bidimensionalità imprevedibile ha messo a soqquadro la macchina quasi perfetta del Barcellona.

Sulla carta il derby russo sembra già scritto a favore del CSKA, ma la pallacanestro non è insolito che rammenti agli appassionati che la carta è una cosa e il parquet un’altra. Specie con Bartzokas nei paraggi.

FENERBAHÇE

Obradovic e Dixon

Obradovic e Dixon

Partiamo da un presupposto: i gialloneri sembrano una squadra costruita da Zelimir Obradovic. Anzi, no, rettifica: i gialloneri sono proprio una squadra costruita da Zelimir Obradovic. Lo si vede da come stanno in campo, da come si muovono in attacco: ne vedi un’azione e un flash ti riporta immediatamente indietro di sei/sette anni, a Nicholas e Fotsis, Batiste e Diamantidis, e tutta quella pletora di giocatori tutto sommato normali che il coach serbo riusciva a trasformare in “re per una notte” (anche per più notti) semplicemente perché capiva al volo come sfruttarne le qualità e nasconderne i difetti.

La specialità della casa, anche se la casa si è spostata da Atene a Istanbul, è ancora il pick&roll centrale, che grazie al movimento senza palla diventa cruciale nel consentire più opportunità di passaggio al palleggiatore. Udoh è un riferimento vitale sotto canestro grazie alla sua mobilità, e risulta una ulteriori risorsa in una squadra già di per sé dalla fisicità impressionante, che si traduce poi anche nella batteria di lunghi dalla mano educata come i vari Vesely, Kalinic e Antic. Al resto (che è tanto) ci pensano poi la mira di Dixon, Bogdanovic e Hickman da fuori, le penetrazioni di Sloukas (ma lo stesso Dixon non disdegna quante piratata in area) e le partenze in volo di Air Datome. E se pensate che tutto questo ben di Dio offensivo porti a una difesa rivedibile state bussando alla porta sbagliata: la truppa turca tiene le maglie strette in area, asfissia sul lato forte lasciando spazio su quello debole, mette pressione sulla palla, e in generale struttura una difesa attiva, che prende l’iniziativa e indirizza l’attacco dove vuole.

Obradovic è dal 2013 che sta lavorando per portare il primo alloro europeo in Turchia, e dopo tre anni la certezza è quella che si senta sempre più vicino a portarcelo. Il Fener quest’anno recita davvero la parte… del cattivo, come il Darth di Star Wars in versione italianizzata. Ce lo immaginiamo, tanto per riprendere il discorso fatto poco sopra, il buon Zeljko avvicinarsi a Itoudis in una ipotetica finale con il CSKA e dirgli “Dimitri, io sono tuo padre”. E poi portare a casa l’undicesimo trofeo continentale. Mica male.

 

SASKI BASKONIA

Di tutte le favole di pallacanestro, quella del Baskonia è forse quella che ancora riesce ad emozionarci ogni volta come se fosse la prima. Una squadra e una società che riescono per circa vent’anni a tenere testa a Barcellona e Real Madrid pur essendo lontano dalle cifre che le due potenze possono permettersi, come i baschi sono lontani dallo stereotipo degli spagnoli sempre allegroni e festaioli. Una favola che parla di talenti scoperti e lanciati nel basket che conta: Luis Scola, Tiago Splitter, Teletovic, José Calderòn, Nocioni, Prigioni, Nemanja Bjelica e l’omonimo Milko, Macijauskas, Garbajosa, Oberto, Nicola, San Emeterio e chi più ne ha più ne nomini. Una fucina di talenti che non si è mai dimenticata come si vince, e che ha sempre saputo perdere, trofei e giocatori in egual misura, perché ha sempre saputo reinventarsi.

Perasovic e il Baskonia che lo ascolta

Perasovic e il Baskonia che lo ascolta

Uno di questi uomini, uno di quelli che era in campo all’inizio dell’epopea, siede su quella panchina: Velimir Perasovic è tornato quest’anno a Vitoria dove era già stato da giocatore prima ed anche da allenatore, prima che scherzi di salute mai del tutto chiariti (in pubblico) obbligassero a separarsi. Ma il cuore ha ragioni tutte sue, e dall’estate 2015 Perasovic ha deciso di riprendere il discorso lasciato in sospeso: ha costruito una difesa fisica che occupa gli spazi in area e ne lascia sul perimetro, che cerca l’anticipo quando è possibile e con gli aiuti-e-recuperi diventa elastica. In attacco poi si cerca di bloccare il bloccante per creare mismatch sfavorevoli alla retroguardia avversaria, e Bourousis in questo senso è uno snodo fondamentale per la sua fisicità mista al trattamento di palla, mix che gli consente indifferentemente di portare un blocco e di avvicinarsi a canestro in corsa o di ricevere palla e tirare/penetrare o servire i taglianti. Resta, per questa sua completezza, uno dei giocatori preferiti in assoluto di chi scrive, e pazienza se in NBA non ci è ancora arrivato o forse non ci arriverà mai perché non tutto l’oro che luccica ha sede in America. E a proposito di Stati Uniti, da lì proviene l’altra arma letale di Vitoria: se Bourousis è il coltellino ( non tanto “ino”viste le dimensioni…) svizzero, James è l’accendino, visto il suo cambio di passo che brucia il marcatore o da tre brucia la retìna.

Come abbiamo detto, di tutte le favole che la pallacanestro ha avuto modo di raccontarci nel corso degli anni è quella che preferiamo, e ci farebbe immensamente piacere se il viaggio a Berlino si concludesse con la conquista di un traguardo che non sarebbe solo un premio ad una ottima squadra ma anche e soprattutto un riconoscimento per quanto il progetto di Vitoria ha saputo offrire al basket mondiale. E nel caso ve lo stiate chiedendo, sì, questo è un vero e proprio endorsement: Tiri Liberi alle Final Four tifa Baskonia.

 

FINAL FOUR – IL PROGRAMMA:

13 maggio

ore 18: Lokomotiv Kuban – CSKA Mosca

ore 21 Fenerbahçe – Saski Baskonia

15 maggio

ore 17  Finale terzo – quarto posto

ore 20: Finale primo – secondo posto

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