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Trivelle: doppio nodo al Referendum

di Simona Castoldi

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Referendum sì, referendum no.

Sembra ridursi alla solita querelle all’italiana un nocciolo importante della programmazione energetica del Paese. Il Referedum, ad oggi, rimane uno specchio per le allodole. Il governo ha di fatto abrogato alcuni dei quesiti referendari con la Legge di Stabilità. Per calmare le acque agitate dei NoTriv è stato reintrodotto il divieto di trivellazioni entro le 12 miglia dalla costa, chiave della discordia, ma i titoli già rilasciati sono comunque salvi. Cosa significa? Nonostante l’ammissione in toto da parte della Cassazione, nella pratica l’esito del Referendum, la cui organizzazione è ancora controversa, non cambierà di fatto le carte in tavola. Anche se l’ultima retromarcia del Mise sulle concessioni riapre nuovi spiragli di dialogo. L’obiettivo del governo di non voler andare alle urne, per ora, sembra raggiunto. Ancora più evidente la conseguenza sul piano informativo: di petrolio si parla poco e niente. La discussione è una copia sgualcita del dibattito sul nucleare. La differenza è che l’Italia, ad oggi, è il terzo Stato europeo in termini di estrazione di petrolio.

Referendum Trivelle 2016Ma perché nello stato del sole, del mare e del vento la principale strada da percorrere sembra quella dell’olio nero? Nonostante gli investimenti bloccati nel 2014, l’ Italia continua a misurare una crescita delle rinnovabili che rappresentano il 44% della produzione nazionale di energia elettrica. Siamo la terza potenza europea pulita. Ma allora chi vuole davvero incentivare le trivellazioni? Probabilmente non gli italiani.

 

referendum trivelle 2016

Il timore più grande riguarda l’ambiente e il turismo, due introiti fondamentali da mettere a bilancio. Non solo logiche ecologiste, quindi, ma anche un occhio ai conti. Trivellare conviene davvero? Royalties tra le più basse del mondo (10% contro l’80% richiesto da Norvegia e Russia), costi di concessione ridicoli, creazione di posti di lavoro quasi nulla. La corsa all’indipendenza energetica poi, sembra una chimera: irraggiungibile per motivi politici, complessa a causa della bassa qualità e degli alti costi di raffinazione del greggio italiano. L’esempio della Basilicata, già un piccolo Texas, dimostra che trasformare l’Adriatico nell’Arabia Saudita, oltre che un attacco all’ambiente, non sarebbe poi una scelta così redditizia.



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