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Luther

di Giulia Rupi

Pubblicato il

Creato da Neil Cross e prodotto da Katie Swinden per BBC One. Con Idris Elba, Ruth Wilson e Warren Brown.

Quattro stagioni di pochi episodi ciascuna, di cui l’ultima lanciata da poco sul canale inglese, vedono l’ennesimo ispettore battere le strade di Londra e mettere nel sacco i cattivi a colpi d’intuito e d’intuizioni fortunate.

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DCI Luther (Idris Elba, vincitore ai SAGwards 2016 per Luther e Beasts of no nation) lavora a modo suo per la giustizia ed ha a che fare quotidianamente con omicidi che per l’efferatezza e per la fantasia con cui sono compiuti tengono testa ai più disparati casi del collega pluricentenario Holmes. Ma di Sherlock Holmes (quello entrato col tempo nell’immaginario collettivo) Luher non ha proprio niente. Il suo cappotto di tweed, gessato, è ben lontano dal somigliare al familiare ed elegante trench blu scuro sherlockiano, e copre ben altre qualità che non siano spocchiosità, fredda genialità, ed umorismo tagliente. A parte un fisico meno emaciato di quello del collega-antenato londinese, sotto quel cappotto prendono forma altre caratteristiche del suo personaggio: dedizione, ossessione, istintività, e una passione pura e bruciante, non tanto di fare giustizia, quanto di venire personalmente a patti con il male.

La struttura della serie è piana, ritmicamente monotona ma armoniosa, come una superficie tessellata dai vari casi in cui Luther s’imbatte (la metafora fa riferimento alle sequenze narrative). Le questioni da risolvere sono costruite in maniera efficace, coinvolgente, e le rispettive risoluzioni si dispiegano poco a poco in maniera ingegnosa. Questo significa che, seppur non ci sia pericolo di annoiarsi, non c’è nemmeno speranza di essere accompagnati durante le varie stagioni da qualche intrigo significativo. La scelta di Swinden di attenersi ad un formato serializzato e non antologico (come True Detective o Fargo) va a detrimento del coinvolgimento pieno dello spettatore. Ma se Swinden avesse scelto il formato giusto, la serie sfiorerebbe la perfezione e verrebbe meno la possibilità per Idris Elba di continuare a coltivare il suo personaggio, e questo sarebbe un vero peccato.

il_340x270.781857356_h1ztTuttavia, un filo rosso c’è che lega gli avvenimenti e allo stesso tempo ci dà una chiave di lettura del protagonista, e si tratta di una testolina rossa e tentatrice “quanto il peccato”, Alice Morgan (Ruth Wilson): un’attrice a dir poco brillante senza la quale la serie sarebbe finita alla deriva. Alice appare nella prima puntata e s’impossessa della scena e dei retroscena con un’interpretazione magistrale da villain. Indelebile e significativo un pensiero che confida a Luther in uno dei loro primi incontri: “Un buco nero è questo. Qualcosa che consuma la materia, la risucchia e la distrugge oltre la sua esistenza. [..] Qualcosa che ti trascina dentro sé e ti schiaccia trasformandoti in niente.” Alice è questo, cioè la personificazione di ciò contro cui Luther spende la sua vita a combattere, il lato oscuro del bene, inestirpabile perché intrinseco alla natura umana, ma Alice è allo stesso tempo anche accattivante e seducente per il suo piglio disincantato, materialista, puro ed egoista nei confronti della vita. Un buco nero che non trascina al suo interno la materia ma risucchia l’attenzione degli spettatori.

Luther, da parte sua, è un personaggio altrettanto riuscito, perché presenta un tratto personale innovativo almeno rispetto ai giustizieri agli investigatori e ai poliziotti che oggigiorno affollano i nostri schermi, ovvero la consapevolezza che un equilibrio fra bene e male comporta scendere a patti con l’uno e con l’altro. Luther è come un ballerino che si diverte a danzare in equilibrio sul bordo di quell’abisso/buco nero che divide due maniere di percepire e vivere il mondo. La serie che porta il suo nome è dunque un’opera che celebra la capacità di questo personaggio inventato di mediare fra un mondo e l’altro, la sua capacità di scendere ad accordi con il bene e con il male.

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