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Lo spot di Peterson e gli allori di Siena: i temi della Serie A di pallacanestro dalla decima alla quindicesima giornata

di Luigi Ercolani

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L’ultimo mese è stato ricco di avvenimenti importanti, per la pallacanestro italiana, che vive una sorta di rinascita dal punto di vista del seguito, dopo che l’interesse nei suoi confronti era viceversa calato vertiginosamente tra la seconda metà del primo decennio del Duemila e la prima metà del secondo. Ci si potrebbe poi chiedere sia solo un caso che tale periodo coincida con quello in cui la palla a spicchi in tutte le sue forme (Serie A, Eurolega, NBA) era visibile solo sulla tv a pagamento, ma forse sarebbe una domanda retorica. Certo, Sky (perché di quello parliamo) garantisce qualità e competenza a palate, un gusto per lo spettacolo e un’attenzione all’occhio-che-vuole-la-sua-parte che nessun altro è in grado di garantire. E tuttavia, se la fiamma del basket ha iniziato a riaccendersi nel momento in cui la Rai è tornata a trasmettere le partite di campionato in chiaro (autunno 2011) mentre l’emittente privata SportItalia trasmetteva l’Eurolega sempre sul digitale già dal 2010, un motivo deve pur esserci. L’analisi di chi scrive è semplicistica e non tiene conto di tante altre variabili? Possibile. Ma non è forse vero che, come ci insegna la teoria del rasoio di Occam, la spiegazione più semplice è quella più corretta?

 

Gli anni ottanta di Peterson

 

Dan Peterson, uno spot vivente per il basket

Dan Peterson, uno spot vivente per il basket

L’inizio del 2016 ci ha offerto l’occasione di festeggiare l’ottantesimo compleanno di Dan Peterson, che della pallacanestro italiana è stato profondo innovatore prima e grande comunicatore durante e dopo. Erano altri tempi, certo: erano gli anni ‘70/’80 di un’Italia che era il paese del Bengodi, un’epoca che viene descritta di viva iniziativa e coraggio imprenditoriale, e in tutto questo Peterson fu, per il basket nostrano, la ciliegina sulla torta.

Lui, originario di Evanston, Illinois, portò furore agonistico, aggressività e porta la sua filosofia (di gioco e di vita) fatta di pochi concetti chiari e di adattamento alle situazioni, mentre i coach nostrani catechizzavano i propri giocatori e spingevano sulla disciplina tattica. Little Big Dan è stato poi un genio della psicologia sportiva (anche in virtù dei suoi studi), uno che si prendeva tutte le colpe davanti ai giornalisti e che allo stesso tempo non esitava a vibrare pesanti nerbate dialettiche contro quelli che non gradiva, e se questo tipo di atteggiamento lo avete visto nel Lippi vincitore Mondiale o nel Mourinho della Tripletta è perché Peterson negli anni ha influenzato tutti gli sport. Racconta tra l’altro lui stesso che Berlusconi lo volesse alla guida del Milan prima dell’avvento di Sacchi. Realtà? Fantasia? Episodio infiocchettato adeguatamente? Chissà, certo che nulla toglierebbe alla sua leggenda se anche si rivelasse una boutade (ma considerando i due soggetti in questione potrebbe anche essere tutto vero).

Infine, Dan Peterson ha portato il basket fuori dal campo, dentro le case degli italiani grazie alla tv, le prime partite della NBA trasmesse a colori, il suo accento marcatamente americano, le sue espressioni tipiche, da “Mamma, butta la pasta” a “Sono tutti generali dopo la guerra”, da “Non sono suo fan” (detto di qualcuno che non apprezza) a “Per me numero uno” (detto di qualcuno che, viceversa, incontra il suo favore), fino a tutte quelle spiegazioni tecniche ma rese in modo semplice che aiutano chi è a casa a capire i meccanismi di un’attività agonistica che rimane pur sempre complicata da giocare, figurarsi da capire. La sua attività di divulgatore, con molti libri scritti, e tutti interessanti, e gli incontri sul team building, lo ha reso poi un personaggio a tutto tondo: Dan Peterson è stato il miglior spot che il basket italiano, e forse anche europeo, abbia mai avuto, e nel momento di suo massimo splendore. Un questo incredibile, incidentale, contemporaneo passaggio di comete.

 

Mens… Sana?

L'ultima finale vinta fu vinta anzitutto sul campo

L’ultima finale vinta fu vinta anzitutto sul campo

I sette scudetti consecutivi della Mens Sana Siena sono il tasto dolente che ci ricordano del perché questo paese, da locomotiva del treno europeo, ne è diventato uno dei vagoni più lenti e insicuri. Sintetizziamo quello che si è scoperto sino ad ora, in attesa che gli inquirenti facciano più luce. Problema principale: Siena avrebbe vinto i famosi sette scudetti consecutivi, dal 2006 al 2013 (che peraltro battono il record proprio della Milano di Peterson di inizio anni ’80), guardandosi dal pagare tutto il dovuto all’erario statale, e versando ai giocatori molti soldi in nero. L’ex c.t. della Nazionale Simone Pianigiani, che è titolare di sei di quei sette allori, avrebbe evaso le tasse anche lui, e qualcuno maligna che Petrucci sapesse degli accertamenti in atto e riprendendo Messina come coach degli Azzurri abbia voluto pararsi le terga (espressione che renda meglio l’idea non la si trova), per non andare cioè al Preolimpico e poi eventualmente ai Giochi di Rio con un allenatore sotto inchiesta e sfiduciato dall’ambiente (media compresi). Qualcuno parla di revoca di quei sette discussi titoli, qualcuno addirittura favoleggia di una restituzione alle finaliste, che sono Virtus Bologna, Virtus Roma (due volte) Olimpia Milano (tre) e Pallacanestro Cantù nell’ordine. E questo mostra quanto l’Italia sia un paese splendidamente folle.

Partiamo da quest’ultimo punto. La restituzione non è una strada percorribile, perché quegli scudetti sono stati assegnati tramite playoff ma hanno avuto una regular season alle spalle, e bisognerebbe quindi scegliere tra seconda di quest’ultima e la finalista della post season. Ma anche se fosse, poi, chi scrive si chiedere: farebbe la differenza? Avere un buco nell’albo d’oro porterebbe pentiti ravvedimenti? Nello stile di Mao Tze Tung “Punirne uno per educarne cento”? Dubitiamo. La punizione di uno difficilmente sarebbe da esempio per futuri altri malandrini di non comportarsi allo stesso modo, e se ci confrontiamo con lo sport più amato del paese ce ne rendiamo conto: non abbiamo forse avuto un Calcioscommesse nel 2011, dopo quello degli anni ’80? Tra l’altro, sarebbe anche parecchio ingiusto, in quanto quegli scudetti non sono stati vinti sulle scrivanie ma sul campo, tra pick&roll e difese flottanti, tra tiri da tre e stoppate, tra penetrazioni e jumpshot. Ecco perché andrebbero tenuti: per ricordarci che il parquet è una cosa e le carte bollate un’altra, indipendentemente dal fatto che il primo dipenda dalle seconde. E così, magari, chi deve vigilare eviterà di dormire… sugli allori. 

 

I violini di Cremona  

"Coach, per me in Coppa possiamo farcela!"

“Coach, per me in Coppa possiamo farcela…”

Tra tutte le realtà medie della Serie A di basket, Cremona è sempre stata un ginepraio: di proprietà del gruppo Triboldi, salita in A nel 2010 giocando a Soresina e trasferitasi nel capoluogo di provincia una volta promossa, passata poi nelle mani dell’ex sponsor Vanoli, la squadra ha sempre vissuto di alti e bassi, con una gestione a volte ondivaga: a momenti in cui si sono visti giocatori dal pedigree anche importante come Kakiouzis, Tabu, Wafer, Tusek, Lighty, Huff, Kotti, Peric, Jarrius Jackson hanno fatto da contraltare altri in cui non si sapeva se l’anno successivo si sarebbe partecipato al campionato di Serie A, così come sono stati prima voluti fortemente e poi allontanati forzatamente allenatori del calibro di Tomo Mahoric e Attilio Caja.

Poi, nel dicembre 2013, dopo le due vittorie in nove partite con Gresta, è arrivato lui, Cesare Pancotto, coach sessantenne con la testa sulle spalle che ha allenato da Trieste a Barcellona Pozzo di Gotto passando per Bologna (sponda Fortitudo), Roma e Avellino. Il buon Pancotto ha fatto alla sua maniera: prima si ha salvato la squadra affidandosi all’esperienza di Zavackas, poi nella stagione scorsa ha stabilizzato la squadra inserendo il duo Vitali-Cusin, che sono l’asse play-pivot su cui insiste sempre sopracitato Peterson, e dando fiducia al giovane Fabio Mian. Infine, nell’estate 2015, ha completato il roster con due americani che già conoscevano il nostro campionato, Elston Turner e Tyrus McGee, ingaggiando anche il colored italiano Paul Biligha, che nel 2013, nella Nazionale sperimentale, non sfigurò affatto. I risultati? Finora, un terzo posto che è valso la seconda partecipazione alla Coppa Italia della storia della squadra, e pazienza se l’avversaria dei quarti è Sassari e quella dopo una tra Milano e Venezia. In fondo, in una gara secca nessuno è al sicuro. E i violini di Cremona sono sempre pronti a suonare.

 

L’eterno ritorno del mercato

Ancora tu...

Ancora tu…

Nel mercato sempre aperto del basket si assistito a una grande quantità di ritorni: Marques Green ad Avellino (quarta volta!), Lydeka a Pesaro, Kangur a Varese, Vitali e Cusin stessi a Cremona. A prescindere dai risultati che potranno derivarne (quelli dei lombardi già sono ottimi) la domanda è: ma mancano le idee per battere strade nuove o in estate mancano i soldi per dare continuità a quelle vecchie?

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