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Il copyright su Internet non serve alla comunicazione

di Giovanni Sommavilla

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Il copyright su Internet non serve alla comunicazione tanto quanto l’urlare e sbraitare non sono efficaci per farsi rispettare ed obbedire dal proprio cane.

È giunto il momento di chiedersi, infatti, come possano convivere il copyright su Internet e il concetto del “condividere”, il più forte leitmotiv nella comunicazione sociale odierna.

Condivisione sui social networkOgni sito, ogni contenuto web che si rispetti, oggi, ha un suo magico pulsante di natura differente (canali social, blog wordpress, Blogger…) per rilanciare a nuove persone un contenuto, farlo correre per la prateria di Internet.

Tutto normale. Se tralasciamo che, ad oggi, permangono dubbi giuridici sull’applicazione della norma del copyright su Internet nel processo di linking, solo per fare un esempio: è lecito o illecito?
Dopotutto quando creo un link ad un articolo, una foto, una banca dati, sto rendendo disponibile potenzialmente al mondo intero quel contenuto, prodotto da altri, senza avere autorizzazione da parte dell’autore.

E purtroppo quello della “comunicazione al pubblico”, secondo l’art. 16 della legge 633/1941, è attività di diritto esclusivo del suo autore, e tu, povero sprovveduto internauta, l’hai violato. E non provare a dire che gli hai chiesto il permesso: non ci crede nessuno!
E questo è solo un caso spinoso tra i tanti che riguardano i contenuti multimediali, il web e la legge sul copyright su Internet.

Com’è possibile allora fare della Rete un ottimo bacino di condivisione e diffusione libera di idee e contenuti, se è necessario guardarsi le spalle per ogni azione che non riguardi (ma anche che riguardi) le opere d’autore? E’ davvero realistica l’affermazione, della giurisprudenza, che senza una tutela forte e un riconoscimento economico all’autore per aver creato un’opera del suo ingegno, nessuno sarebbe più incentivato a produrre sapere e cultura?

Pare troppo limitata e apocalittica.
Il copyright è una catena che immobilizza un magnifico contenuto, quando forse basterebbe un più morbido guinzaglio. I Creative Commons, per esempio, di cui già abbiamo parlato qui.
Attraverso le 6 licenze CC è possibile offrire modelli di tutela adeguati alla natura “libera” del web, un imprinting ricevuto dalla cultura hacker negli anni ’60.

A volte vien da pensare che proprio la tutela stringente del copyright, una legge che sembra implicitamente promettere a tutti di potersi guadagnare da vivere con un’opera letteraria, o una ventina di dipinti, o un paio di fotografie, sia un limite alla circolazione delle idee e delle opere che le contengono."Il Corvo" di G. Doré

Un esempio poetico: se Gustave Doré si fosse dovuto scontrare con un granitico copyright, sarebbe stato ugualmente motivato a donarci le sue incredibili xilografie de Il Corvo di E. A. Poe?

Ai tempi di Doré, infatti, non c’era ancora una carta specifica a tutela delle opere artistiche e letterarie quindi, presumo, gli è stato agevole produrre tavole che rappresentassero scene dal visionario poemetto di Poe. E noi oggi possiamo crogiolarci in un’opera cupa di testo ed immagini che moltiplicano la tensione e l’estasi della lettura.

Vi immaginate invece se la prima rivista che diede pubblicazione a Il Corvo fosse andata "Il Corvo" G. Doréa bussare alla porta di Doré, pretendendo risarcimento amministrativo o, peggio, avanzando ricorso penale per arrecato danno economico con dolo? Avremmo perso Doré e le sue impareggiabili xilografie.

Quindi tutela sì, ma senza l’ansia da “proprietà”, da possesso, da successo artistico-editoriale assicurato, senza gelosia da genio incompreso e da profitto.

Almeno su Internet, ricordiamoci la parola d’ordine dei suoi padri fondatori degli anni ’50/’60: Condividere, condividere, condividere!"Il Corvo" di Gustave Doré

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2 commenti per “Il copyright su Internet non serve alla comunicazione

  • BrunaD ha detto:

    Uno dei problemi principali è anche che copyright e diritto d’autore non sono proprio proprio la stessa cosa e che quando si parla di internet si travalicano i confini statali quindi bisogna prendere in considerazione molto di più della nostra legge del ’41 (sigh).
    La domanda che ci si pone è doverosa ormai ma credo ci vorrebbero centinaia di articoli come questo per dare una vera risposta.

    • Giovanni Sommavilla ha detto:

      Sono d’accordissimo col tuo commento Bruna. 🙂 Soprattutto in Italia, non ci si è mossi per tempo in questo senso per carenza di competenza tecnica di chi governava, superficialità e poca lungimiranza.
      Il mio contributo qui poi è una piccolina provocazione, nessuna velleità di completezza né soluzione. 😀
      Grazie del commento!

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