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Stroncatura – Life

di Alessio Ottonello

Pubblicato il

LIFE-POSTER-LOCANDINA-2015Un film di Anton Corbijn, con Robert Pattinson, Dane De Haan, Joel Edgerton, Ben Kingsley, Alessandra Mastronardi.

« Per me l’unico successo, l’unica grandezza, è l’immortalità. » James Dean

 

Il 30 settembre scorso è stato il sessantesimo anniversario della morte di James Byron Dean, leggenda del cinema di Hollywood scomparso nel 1955 a ventiquattro anni in incidente d’auto e con solo tre film all’attivo, proprio mentre stava per spiccare il volo di una grande carriera d’attore.

Di lui oggi e per sempre restano le tre emozionanti interpretazioni che lo hanno reso immortale, “La Valle dell’Eden” di Elia Kazan, “Gioventù Bruciata” di Nicholas Ray e “Il Gigante” di George Stevens, ma ancor di più le numerose foto che lo ritraggono come un giovane ribelle dal fascino magnetico.

Come altre grandi personalità morte giovani, Dean è diventato un mito contemporaneo, immediatamente riconoscibile e imitato da molti, infatti gli attori che hanno tentato di impersonarlo in film biografici non si contano, ma di pochi se ne ha memoria.

Temo che questo “Life” di Anton Corbijn non faccia eccezione, esce in queste settimane appositamente per voler rappresentare un omaggio in occasione della ricorrenza dalla scomparsa, ma è un’occasione persa di celebrarla come si deve.

La storia si svolge in un breve periodo all’inizio dell’anno cruciale, il 1955, con il giovane fotoreporter Dennis Stock che, stufo di guadagnarsi da vivere inseguendo gli attori fuori dagli studi, tenta il salto di qualità realizzando un reportage fotografico per la rivista Life su di un nuovo promettente ma ancora sconosciuto attore, tale James Dean appunto, con cui condividerà speranze ed esperienze di vita.

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Sulla carta il progetto basato sugli eventi realmente accaduti durante la realizzazione di alcuni degli scatti più famosi del “ribelle senza causa” (uno su tutti, l’attore col cappotto che percorre malinconico Times Square in una mattina piovosa) era molto interessante, perché poteva mostrarlo nel suo percorso dall’anonimato alla fama improvvisa e dal punto di vista di qualcuno che gli è stato vicino, ma in pratica si è tramutato in una realizzazione fredda, incapace di destare interesse nello spettatore.

La colpa della mancata riuscita dell’operazione tributo è, a mio dire, da attribuirsi in parti uguali sia alla realizzazione tecnica che alla scelta del cast: la narrazione lenta e volontariamente svuotata di eventi contribuisce a non creare simpatia nello spettatore per due personaggi principali svogliati, tra i quali non c’è chimica, che non sembrano essere veri amici né piacersi troppo.

Poco importa la fotografia impeccabile, la composizione accurata delle immagini e dei dettagli (il taglio dei capelli, gli occhiali e la giusta gestualità) se dietro tutto c’è talmente poca sostanza che fa sembrare Jimmy soltanto un giovanotto arrogante e annoiato.

Non c’è una sola scena in cui Dean venga mostrato mentre recita ed esprima la passione e l’ambizione che metteva in ciò che faceva; ironicamente non vi è traccia, nelle interpretazioni dei protagonisti, della spontaneità, del disagio e della naturalezza nell’affrontare le parti drammatiche che hanno tanto colpito l’immaginario collettivo negli anni ’50 e che hanno successivamente spianato la strada al famoso metodo di recitazione Stanislavskij-Strasberg.

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Si tratta di un primo passo falso nella carriera del giovane Dane De Haan, interprete dal percorso interessante conosciuto nel sorprendente “Chronicle” del 2012, in “Come un Tuono” e con una parte anche in “The Amazing Spiderman 2”, che potrebbe tranquillamente puntare a essere il nuovo Di Caprio ma qui si butta via, forse intimidito dal confronto schiacciante con l’originale, e fa tutto il contrario di ciò che ci si sarebbe aspettato da lui, non gli viene dato modo di mostrare sensibilità e finisce col sembrare un ragazzetto con vestiti troppo grandi addosso che si accende una sigaretta dietro l’altra.

Il confronto col film televisivo del 2002 con protagonista James Franco è perdente.

Quanto a Robert Pattinson, che veste i panni dell’amico fotografo, il problema è alla base, in quanto riesce a rendere odiosi e tutti uguali i personaggi che interpreta nella propria sopravvalutata carriera.

Il resto del cast è limitato a figurine bidimensionali che vanno e vengono sullo schermo senza una vera utilità, sono ininfluenti sia il grande Ben Kingsley nei panni caricaturali del potente produttore Jack Warner, che la nostra compatriota Alessandra Mastronardi nei panni della starlette italiana Pier Angeli, che prima flirta con Dean ma poi sparisce senza motivo e nemmeno una telefonata, tanto che lui scopre dalla stampa che si è fidanzata con un altro.

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Posso interpretare lo sforzo intellettuale del regista come un film non strettamente “su” Dean, ma una riflessione sul potere della fotografia, capace di rendere il volto di qualcuno familiare a tutti, e sui timori del giovane che capisce che la sua vita non sarà più la stessa, messo a confronto con un coetaneo che invece insegue il successo per mestiere.

 

Il giocoforza di “chi aiuta la carriera di chi” è un po’ il vero centro della vicenda, ma alcune premesse che la pellicola fa sui protagonisti mi sono apparse come forzature: “Life”, attraverso i tormenti organizzativi di Stock alle prese con le intemperanze caratteriali dell’attore e i dubbi dei redattori, mette in scena una disperata scommessa in cui solo il fotografo e pochi altri vedono il potenziale del ragazzo, mentre in realtà sappiamo invece che Dean è stato un fuoco che ha invaso lo schermo e arroventato le fila di Hollywood fin dalle prime proiezioni de “La Valle dell’Eden” e il vero senso del servizio fotografico era quello di cercare le radici che hanno alimentato il talento della stella nascente.

Quando, durante le scene finali, si intravede il suo vero volto stampato nelle fotografie del servizio ultimato, è come se saltasse fuori dallo schermo, distinguendosi dalla piattezza della pellicola; replicare il magnetismo del ragazzo dell’Indiana è come voler clonare il carisma inconfondibile di Marlon Brando, Elizabeth Taylor o della Monroe, un’impresa semplicemente impossibile.

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Sapendo che il regista, l’olandese Anton Corbijn, ha iniziato il proprio percorso artistico come fotografo, per poi proseguire con le grandi foto e i video musicali per U2 e Depeche Mode, pensavo avrebbe messo più passione per rappresentare questo passaggio storico nell’iconografia del mondo dello spettacolo, ma passione è una parola che non viene proprio in mente guardando questo film.

Il suo esordio sul grande schermo risale a qualche anno fa, prima con il documentario “Control” sulla band Joy Division e poi con due film stilosi e ben diretti come “The American” con Clooney e soprattutto “La Spia – A Most Wanted Man” con Philip Seymour Hoffman, un altro talento scomparso prematuramente.

In definitiva “Life” è un’opera visivamente bella ma poco credibile e assolutamente fredda sul piano della narrazione, che mette rabbia perché non rende un degno omaggio al mito di James Dean.

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