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Perché la fotografia digitale potrebbe (non) esserci utile

di Giovanni Sommavilla

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Il mezzo fotografico è pervasivo nella nostra comunicazione. Ma conviene interrogarsi se la fotografia digitale sia un miglioramento o un peggioramento in questo senso.

Oggi confronteremo i due tipi di fotografia (digitale e analogica): ho incontrato e dialogato con un ospite che è stato professionista al servizio della Soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici, docente ed esperto di comunicazione di lunga data a Bologna (chiede di restare anonimo). Ecco quanto emerso.

Dal punto di vista artistico, il problema della fotografia digitale è che coincide essenzialmente con un uso “improvvisato” del mezzo, pensando che basti avere una macchina costosa (o addirittura un cellulare) tra le mani per realizzare opere d’arte che richiedono un posto in gallerie o l’attenzione del pubblico vasto.
I nuovi artisti della fotografia digitale non tendono a nulla di nuovo, nessuno si confronta né si forma sulle opere ed insegnamenti dei “grandi maestri” dell’immagine, maestri da cui imparare e da superare: non sembrano esistere più maestri con la fotografia digitale.

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Siamo d’accordo che resti difficile dire cosa sia “arte” e cosa non lo sia: ma concordiamo anche sul fatto che l'”arte” non sia qualcosa di relativo, HA basi oggettive e percepibili.
Forse il vedere come un “fotografo” abbia assimilato e al tempo stesso superato dei maestri, aggiungendo sperimentazione ed estro personali, è un segno di “arte” che qualcuno riesce a cogliere; ma serve quel “qualcuno” in grado di cogliere la differenza tra “arte” e “tentativi di arte”: i critici, così assenti in fotografia e poesia.

Il mio ospite ha accennato al fatto che la fotografia digitale coincide con una “cultura” di fare fotografia molto diversa da quella che c’era 20 anni fa: nelle nuove generazioni, nota variazioni in 3 processi psicologici che accompagnano, per la sua esperienza, il processo creativo e professionistico della fotografia:

  1. tempi di osservazione. Noto una estrema contrazione del tempo dedicato all’osservazione (e ri-osservazione) delle cose, dei paesaggi in chi fa fotografia digitale oggi;
  2. attenzione. Essenzialmente è capacità di osservazione, cura del dettaglio, quando nella fotografia digitale il “dettaglio” è un superzoom sulla coppa di un fiore.
  3. riflessione critica. La fotografia è il gesto ultimo di una serie di passaggi precedenti, ragionati tra sensazioni e la “cultura” personali. E’ un falso mito lo splendore della foto di getto, che cogliere un attimo irripetibile. Ne è un esempio lo scatto di Joe Rosenthal, per anni ritenuto genuino nel cogliere il momento culminante della battaglia.
La famosa foto di Iwo Jima di Rosenthal

La famosa foto di Iwo Jima di Rosenthal

Un altro punto che è stato sollevato riguarda la fotografia digitale e il problema della “memoria”: il mio ospite, nonostante l’età, non era affatto estraneo al concetto di selfie, di food porn, gli atti compulsivi che portano una quantità spropositata di materiale, superficiale, di breve vita poiché una volta che viene riversato sul computer, archiviato, spesso non viene più consultato: lo definisce un processo che tende verso un continuo “presente” senza “passato”.

Si sottolinea, infine, un paradosso: di fronte ad una elevata democrazia espressiva e comunicativa attraverso le fotografie, prima riservata ad una elite di professionisti, si vede crescere il livello di un analfabetismo culturale ed artistico. Si comunica di più, ma si comunica molto peggio.

E’ il problema della limitatezza del punto di vista, che si focalizza essenzialmente sulla ricerca effimera della foto-shock che colpisce, che acchiappa “like” o “share” e diventa virale perché crea un frame controverso, grazie a Photoshop o all’uso dell’immagine in un contesto diverso, senza esplicitare quello d’origine.

Con buona pace di chi dice che “la fotografia è oggettiva”.

 

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